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“Il libro di Natale” di Selma Lagerlof edito da Iperborea

Trama


Il Natale con le sue leggende, il buio dell’inverno svedese, il calore delle storie accanto al fuoco, la nostalgia di antichi ricordi, l’immensità della natura, ma anche la piccola dose di crudeltà tipica della tradizione delle fiabe popolari sono le atmosfere che si respirano negli otto magistrali racconti della narratrice svedese Selma Lagerlöf, Premio Nobel 1909, “la più grande scrittrice dell’Ottocento”, secondo Marguerite Yourcenar. L’incipit da c’era una volta risveglia l’incanto delle storie dell’infanzia, ma basta un incontro inatteso, un gesto, una parola perché ci sia un piccolo scatto, una deviazione: dal mondo delle fiabe si passa a quello degli uomini, resi più umani da quel lampo d’illuminazione. Un regalo sbagliato che apre le porte a una nuova conoscenza, un’intuizione metafisica evocata da una modesta trappola per topi, un segno divino custodito nel foro di un proiettile in un teschio: c’è sempre una fede che fa da leva all’immaginazione, e questa, spesso, a una redenzione. Il tono è solo apparentemente ingenuo, è un trucco del mestiere di un’artista che sa trasformare il folklore delle tradizioni nordiche in storie senza tempo di grande e semplice profondità. Perché è la complessità che si nasconde dietro la normalità a interessarle, la ricca varietà della vita, e la buona novella che c’è sempre un destino diverso che aspetta chi lo vuole cercare. Anche in un libro regalato a Natale.

Estratto

Il libro di Natale

Siamo tutti seduti intorno al grande tavolo a ribalta la sera della Vigilia di Natale a Mårbacka. Papà è a un capo e la mamma all’altro.

C’è zio Wachenfeldt, che occupa il posto d’onore alla destra del babbo, e zia Lovisa, Daniel, Anna, Gerda e io. Io e Gerda, come sempre, siamo di fianco alla mamma, una da una parte e una dall’altra, perché siamo le più piccole. Ho ancora negli occhi la scena.

Abbiamo già mangiato il merluzzo, il budino di riso e le sfogliatine. Piatti, cucchiai, forchette e coltelli sono stati sparecchiati, ma la tovaglia è lasciata; le due candele a più bracci fatte in casa bruciano nei loro candelabri in centrotavola e intorno ci sono ancora il sale, lo zucchero, l’ampolliera e un grande boccale d’argento pieno fino all’orlo di birra di Natale.

Visto che la cena è finita, dovremmo alzarci, e invece no. Rimaniamo ai nostri posti in attesa della distribuzione dei regali.

In nessun’altra casa, dalle nostre parti, si usa distribuire i regali di Natale a tavola dopo il tradizionale riso al latte. Ma è una vecchia consuetudine a Mårbacka e a noi piace così. Niente è eccitante come aspettare, ora dopo ora, per tutta l’interminabile serata, sapendo che il meglio deve ancora venire. Il tempo passa lento, lentissimo, ma noi siamo sempre convinti 

che gli altri bambini, che hanno già avuto i loro regali alle sette o alle otto, non abbiano idea della gioia che proviamo noi ora che il momento tanto atteso è finalmente arrivato.

Gli occhi brillano, le guance s’infiammano, le mani tremano quando la porta si spalanca e compaiono le due domestiche travestite da capre di Natale che trascinano due grandi cesti pieni di doni fino al posto della mamma.

Poi la mamma tira fuori un pacchetto dopo l’altro senza la minima fretta. Legge il nome del destinatario, decifra non senza difficoltà i versi scarabocchiati sui bigliettini e finalmente li consegna a ognuno.

Quasi ammutoliti nei primi istanti, mentre strappiamo i sigilli di ceralacca e la carta, ecco che a turno lanciamo esclamazioni di gioia. Poi parliamo, ridiamo, cerchiamo di indovinare le calligrafie, confrontiamo i nostri regali e lasciamo che la felicità salga alle stelle.

La sera che ricordo è quella dei miei dieci anni, e me ne sto seduta a tavola nella più spasmodica attesa. So così bene, ma così bene, quel che vorrei. Non sono belle stoffe per vestiti, né pizzi, né broccati, né pattini da ghiaccio, né caramelle o cioccolatini.

Il primo regalo che apro è un cestino da cucito, e capisco subito che viene dalla mamma. Ha tanti piccoli scomparti dove ha messo una bustina di aghi, filo da rammendo, una matassina di seta nera, cera e corda. La mamma vuole di sicuro ricordarmi che dovrei provare a diventare un po’ più brava nel cucito e non pensare solo a leggere.

Da Anna ricevo un piccolo portaspilli ricamato incredibilmente bello, che sembra fatto apposta per uno degli scomparti del cestino da lavoro. Zia Lovisa mi offre un ditale d’argento, e Gerda mi ha cucito un campione di iniziali, …

Selma Lagerlof, nata a Mårbacka nel Värmland nel 1858 e morta nel 1940, destinata a diventare, da maestra elementare, primo Premio Nobel svedese nel 1909 e prima donna nominata fra gli Accademici di Svezia nel 1914, è forse la scrittrice svedese più nota e amata nel mondo. Dalla Saga di Gösta Berling (1891), censurata aspramente dalla critica positivista, al Viaggio meraviglioso di Nils Holgersson (1907), indiscusso capolavoro e grande successo editoriale che le valse una fama mai concessa ad alcun connazionale, le sue opere sono state tradotte, filmate, illustrate ovunque. Legata alla tradizione orale della sua terra, come a quella delle saghe e delle leggende värmlandesi raccontatele dalla nonna paterna negli anni dell’infanzia, resta uno dei più vivi esempi dell’arte scandinava per eccellenza: quella del raccontare.

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