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“Un piccolo omicidio di Natale” di Lorna Nicholl Morgan edito da Lindau. Estratto

Trama

Dylis Hughes è un’agente di commercio, abituata a viaggiare per lavoro. Ma chi glielo ha fatto fare di mettersi al volante nel bel mezzo di una bufera di neve e con previsioni meteo così scoraggianti? Quando rimane bloccata con la sua auto nella campagna dello Yorkshire sul far della sera, capisce che non è stata una buona idea. Fortunatamente la soccorre Inigo Brown, che è diretto alla casa di un vecchio zio per festeggiare il Natale. I due, giunti all’austera dimora, scoprono una strana situazione.
Il padrone di casa è chiuso nella propria stanza, apparentemente malato. La giovane moglie è affabile, ma sembra nascondere qualcosa, e i domestici non hanno l’aria di essere dei veri domestici. Quando la tormenta obbliga altri viaggiatori a cercare rifugio da loro, la compagnia si allarga e l’atmosfera si surriscalda. E, nel cuore della notte, la morte verrà a turbare il sonno degli ospiti…
Una trama intrigante, un’atmosfera misteriosa e personaggi dal passato oscuro aggiungeranno non pochi brividi al nostro Natale.

 

Estratto 

1

Mentre guidava, Dylis Hughes canticchiava tra sé, un’abitudine che non riservava a nessuna occasione particolare. Tuttavia, nella situazione in cui si trovava ora, gran parte dei suoi conoscenti avrebbe pensato che fosse il caso di allarmarsi, anziché canticchiare. Ma la maggioranza dei suoi conoscenti, pensò Dylis, era costituita da pessimisti. Persone che, giudicando i suoi programmi e le sue intenzioni, sembravano provare un morboso piacere nel dirle: «Non ce la farai mai, Dylis, o se ce la farai, te ne pentirai». «Perché non ascolti il mio consiglio e aspetti?». Oppure, scuotendo la testa con aria benevola ma preoccupata: «Proprio non capisco cosa ci trovi nel correre su e giù per il paese da sola. Ti fermerai una buona volta?».

E, a quest’ultima domanda, Dylis non sapeva bene cosa rispondere.

Per il momento era ragionevolmente soddisfatta di poter correre da sola, in una piccola utilitaria a due posti, la cui età e i cui difetti erano fonte di disperazione per i meccanici dovunque avesse bisogno di assistenza, in Inghilterra, in Scozia o in Galles. Soprattutto in Galles. Ma Dylis, con la lealtà di chi era al contempo guidatrice e proprietaria dell’auto, non riusciva a capire perché insistessero tanto sull’inaffidabilità di quel veicolo. A suo parere, tutti i veicoli erano inaffidabili, e perciò tanto valeva fronteggiare difetti già noti piuttosto che procurarsi un’auto nuova e doverli scoprire un po’ alla volta. Nella sua breve carriera di agente di commercio, quell’auto non l’aveva mai tradita. Certo, più volte aveva subito un guasto durante un viaggio, ma, come spesso notava con placida soddisfazione, l’aveva sempre riportata a casa sana e salva. E non le era mai capitato nessun incidente grave.

Quel pomeriggio di dicembre si era dunque messa in viaggio, col suo abituale ottimismo, sulla strada da Reeth a Richmond, nello Yorkshire. Aveva trascorso una proficua mattinata di lavoro, coronata da un ottimo pranzo, e dopo aver fatto visita a un potenziale cliente aveva deciso di fermarsi per la notte a Reeth. Ma poi aveva pensato che, spingendosi ancora un po’ più in là, avrebbe potuto raggiungere la cittadina di Raggden prima del tramonto, ed essere così pronta a intraprendere un altro giorno di viaggio alle prime luci dell’alba.

Naturalmente, l’avevano avvertita sui pericoli delle strade. Quell’anno l’inverno si era abbattuto sullo Yorkshire con un’ondata di freddo pungente, portando con sé la minaccia di tubi gelati e fattorie e villaggi isolati, dal momento che un’abbondante nevicata aveva sepolto ogni cosa, ammantando le colline più basse e rendendo impraticabili le strade più solitarie. Ma Dylis non si lasciava certo intimorire da un po’ di maltempo. Era ben coperta, l’auto era stata accuratamente revisionata a Richmond, e dentro di sé sentiva un impeto di euforia, a dispetto, o forse a causa, delle terribili previsioni dei pessimisti.

Era la prima volta che si avventurava nelle zone più remote dello Yorkshire, e l’impressionante magnificenza della campagna attorno a Swaledale richiedeva un’attenta esplorazione. Nel tardo pomeriggio, però, fu costretta ad ammettere che i pessimisti, per una volta, non avevano tutti i torti. Le strade non erano brutte, erano impossibili. La sua auto, che era in grado di percorrere quaranta miglia all’ora senza problemi tra una città e l’altra, ora continuava a rallentare fino a raggiungere la sconfortante andatura di dieci miglia orarie. Dylis iniziava a non sentirsi più i piedi, pur fasciati in un paio di stivali di pelle imbottiti di lana: sembravano essersi tramutati in due blocchi di pietra. Ciononostante, il suo umore si manteneva lodevolmente buono. In fondo, qualche piccolo inconveniente era il prezzo da pagare per un simile scenario.

La selvaggia bellezza di quest’ultimo, a ogni miglio che percorreva, era sempre più mozzafiato. Aveva attraversato tratti di brughiera spoglia e ammantata di neve, così affascinante nella sua desolazione, aveva superato colline che si stagliavano sopra la valle gelata, e austere fattorie sperdute, cinte da muri di pietra per proteggerle dagli assalti del vento invernale. Aveva intravisto i profili delle montagne che si innalzavano tetre sullo sfondo del cielo sbiadito, suscitandole il desiderio di conoscere la loro aspra solitudine, se solo ne avesse avuto il tempo.

Poi, nella luce ormai morente, il cielo si era ricoperto di nubi, le montagne e le colline si erano velate di un grigiore nebbioso, scomparendo alla vista col calare delle tenebre, e Dylis si accorse di essere finita su una strada piuttosto isolata, piena di curve a lei sconosciute, che pareva salire imperterrita senza portare da nessuna parte. Eppure continuava a cantare. Dopotutto, se non fosse riuscita a raggiungere Raggden quella notte, si sarebbe fermata altrove. Il pernottamento forse non sarebbe stato il più confortevole, ma almeno avrebbe vissuto una nuova esperienza. Si sarebbe fermata nel villaggio più vicino per prendere un tè, e qualora la strada si fosse rivelata impraticabile, avrebbe cercato qualcuno che potesse offrirle un letto e qualcosa per colazione l’indomani.

I fari funzionavano ancora, ed era già una notizia. Non era così raro, infatti, che si spegnessero di colpo quando il tragitto era accidentato. In fin dei conti, l’auto si stava comportando egregiamente. Ma Dylis fece appena in tempo a pensarlo che la strada prese a zigzagare senza preavviso e la portò ai piedi di una salita così ripida, tanto che anche il suo invincibile ottimismo iniziò a incrinarsi. Non per molto, però. Con scioltezza cambiò marcia e cominciò a salire lentamente, con i fari che saltellavano sulla neve luccicante nell’aria sempre più gelida. Il motore si era messo a fare strani rumori, che al suo orecchio attento non promettevano nulla di buono, ma se solo fosse riuscita ad arrivare in cima… Ebbene ci arrivò, ma solo per scoprire che la strada si restringeva sempre più per poi biforcarsi, senza alcun segnale che indicasse la direzione. Ormai era poco più che una pista nella neve, e il motore emetteva rumori così orribili che Dylis non osò fermarsi per consultare la mappa.

Decise di andare a sinistra, ma non aveva percorso ancora un miglio che già si trovò a rimpiangere amaramente la sua scelta. La strada era ancora peggiore della precedente. Saliva e scendeva all’improvviso a intervalli irregolari, era punteggiata di pietre e massi, e in generale si snodava quasi a voler ingannare l’ignaro viaggiatore. Come se non bastasse, aveva iniziato a nevicare: grandi fiocchi sferzavano il parabrezza, sospinti da un vento così feroce da far ondeggiare la piccola utilitaria in balia della sua furia. I tergicristalli funzionavano a stento e Dylis, con le mani pressoché congelate sul volante, si sforzava di indovinare quali altre sventure la notte avesse in serbo per lei. A quell’andatura, sarebbe stata fortunata ad arrivare dovunque entro la mezzanotte.

Giunta a un punto in cui la strada si ampliava di colpo e sembrava quasi ripiegarsi su sé stessa, decise finalmente di fermarsi. Doveva aver preso la strada sbagliata, si disse. Sarebbe tornata indietro e avrebbe tentato l’altra. Non poteva certo essere peggiore di quella. Almeno, sperava di no. Si sentiva le mani così intorpidite che faticò a fare inversione, e quando il veicolo acconsentì a muoversi si comportò in modo del tutto imprevedibile, scattando in avanti, scivolando all’indietro e inclinandosi in prossimità di una curva, per poi riposarsi un attimo e infine affondare in un cumulo di neve sul ciglio della strada. Il rumore del motore svanì di colpo e in un attimo calò il silenzio, rotto solo dagli ululati del vento.

Dylis rimase seduta per un po’, spremendosi le meningi sui congegni meccanici che aveva davanti a sé. Premette il pulsante di accensione più volte, ma non accadde nulla. Così, raccogliendo tutta la propria forza d’animo, si abbottonò il cappotto di cammello, prese la torcia e sgusciò fuori con cautela dal lato in cui sperava si trovasse la strada, sprofondando immediatamente nella neve fino alle ginocchia. Anche dopo un’attenta ispezione dei dintorni, non era per niente facile capire come fare a liberare la macchina da sola, poiché, in un posto del genere, era tutt’altro che ragionevole aspettarsi l’aiuto di qualcuno. I fari ancora accesi rivelavano da un lato un’altura scoscesa, che sembrava digradare verso lo spazio infinito. Dietro l’auto, invece, la luce della torcia non mostrava altro che un enorme vuoto, popolato solo dal turbinio dei fiocchi. Le sfioravano il viso come mille dita gelate, e in breve le ricoprirono le spalle e il cappuccio che si era calato sulla testa. Nell’urlo del vento si percepiva una nota di disperazione, mentre si avventava contro le cime circostanti.

Rassegnata, Dylis si rifugiò di nuovo nell’auto, richiuse la portiera e il finestrino per ripararsi dalle raffiche sferzanti. Si tolse i guanti e si sfregò le mani finché non rimise in moto la circolazione. Qualche genere di conforto, per fortuna, non mancava. Sul sedile del passeggero c’era un sacchetto con delle mele e alcuni panini che aveva acquistato qualche ora prima. C’era anche una barretta di cioccolato e, in uno scomparto laterale dell’abitacolo, una mezza bottiglia di brandy, messa a disposizione dalla ditta in caso di emergenza. Si domandò se quella potesse essere definita un’emergenza, e rispose di sì. Stappò la bottiglia e si versò un dito di liquore nella piccola tazza di metallo fornita per l’occasione. Si accese una sigaretta e rifletté.

In quel momento ebbe la netta sensazione di quanto fosse improbabile ricevere alcun tipo di aiuto in quel remoto tratto di strada. Meglio non farsi nessuna illusione in proposito. D’altro canto, non le piaceva granché l’idea di abbandonare l’auto e i suoi effetti personali per mettersi in cammino sull’altra strada nella speranza di trovare un’abitazione. Anzi, a giudicare dalla tormenta che si era scatenata, incamminarsi in qualsiasi direzione sarebbe stato un grosso errore. Era molto più sensato rimanere lì fino al mattino. Avrebbe saltato la cena, così come aveva già saltato il tè del pomeriggio, ma il cioccolato l’avrebbe aiutata a placare la fame.

A conferma di questa tesi, ne mangiò un pezzetto, seguito da un panino e da una mela. Si sentì subito molto meglio. Il brandy l’aveva riscaldata, dalla testa ai piedi. Questi erano finalmente tornati umani. Il freddo intenso all’esterno, unito alla neve che scendeva copiosa nel bagliore dei fari, le indusse sonnolenza. Chiuse gli occhi.

Il tempo ormai non aveva più alcun significato, ma Dylis ebbe l’impressione di essere rimasta lì per un bel pezzo, perché sentiva i muscoli irrigiditi e contratti, quand’ecco che le giunse all’orecchio il rumore inconfondibile di un’auto che avanzava ad andatura regolare lungo la strada. Un attimo dopo vide il chiarore dei fari che annunciava l’avvicinarsi del veicolo di là dalla curva. E, frammista al rumore del motore e allo stormire del vento, udì la voce di un uomo che cantava: «She’ll be coming round the mountain when she comes».

Rimase così sorpresa che non fece nulla per attirare l’attenzione. Tuttavia, l’auto procedeva lentamente, e non appena oltrepassò la curva i suoi fari incrociarono quelli dell’utilitaria; al che l’automobilista accostò sull’altro lato della carreggiata e urlò dal finestrino: «Ehilà! Serve aiuto?».

Dylis era convinta che si trattasse di un miraggio, frutto della sua immaginazione irrequieta. Se l’auto fosse passata oltre, sarebbe rimasta seduta lì, incredula. Ma la voce era abbastanza umana, e tornando bruscamente alla realtà si arrampicò fuori dall’auto, accettando con equanimità il gelo e i vortici di neve che le schiaffeggiavano le gambe dalle calze sottili.

«Sì, grazie, me ne serve parecchio – urlò in risposta. – Cioè, se lei sa come tirare fuori le auto bloccate nella neve».

«Ma certo che lo so, sono un maestro. Io stesso mi sono già tirato fuori un paio di volte oggi. Quest’auto non è mia, me l’hanno prestata, e devo restituirla come nuova».

Mentre finiva di parlare scese dal veicolo e si avvicinò a lei arrancando nella neve; Dylis notò che era un uomo piuttosto massiccio, senza cappello e con uno spesso soprabito dal bavero rialzato fino alle orecchie. Sembrava che sull’auto non vi fosse nessun altro. L’uomo tacque, studiando la situazione in cui si era cacciata, e si grattò il mento con una mano guantata.

«Dove stava cercando di andare?».

«Raggden. Be’, almeno quella era la mia idea. Non sono pratica della zona e…».

«È sulla strada sbagliata. Avrebbe dovuto girare a destra qualche miglio prima. Ma dubito che ci sarebbe arrivata stasera, con le strade in queste condizioni. È parecchie miglia dopo Cudge».

«Non è così importante, in realtà. Mi fermerei volentieri da un’altra parte, se solo riuscissi a rimettere in moto la macchina. Pensa di potermi aiutare a spostarla?».

«Francamente no. Non mi arrischierei in una serata come questa, senza neanche una corda. Fosse giorno, potrei provare a rimorchiarla…».

L’uomo si avvicinò al retro dell’auto e lei stava per seguirlo, ma lui le fece segno di fermarsi.

«Ci provi, almeno» lo incitò lei, lasciandosi prendere dall’impazienza, che aveva sostituito la cortesia.

L’altro stava annaspando nella neve, come se cercasse qualcosa. Tirò fuori una torcia e la accese per farsi luce…

 

La vita di Lorna Nicholl Morgan è avvolta nel mistero. Scrisse quattro romanzi tra il 1944 e il 1947. Di lei si sa poco altro. I gialli di sua produzione l’hanno resa una delle penne più apprezzate della Golden Age della crime fiction britannica.

 

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