State cercando un libro da leggere insieme ai vostri figli aspettando il Natale? Ecco una bellissima storia: “Un bambino chiamato Natale” di Matt Haig edito da Salani Editori,una storia per grandi e piccini. Estratto

Trama

Adesso lo sanno tutti, chi è Babbo Natale. Ma c’è stato un tempo in cui, anche se sembra incredibile, non lo conosceva proprio nessuno. È stato quando era solo un ragazzino di nome Nikolas, che viveva nella seconda casa più piccola di tutta la Finlandia, con un padre che faceva il taglialegna, una zia che aveva un brutto carattere e una bambola-rapa, che poi è misteriosamente scomparsa. Questa è la sua storia vera, un’avventura piena di neve, rapimenti, renne scontrose, topi simpatici, e poi ancora neve, elfi, troll, sempre neve, di nuovo neve e magia, tanta magia. La magia, se ci si crede, non tradisce mai! Da uno dei più apprezzati autori inglesi contemporanei, una storia per tutti quelli che credono a Babbo Natale.

 

Estratto 

Presentazione

Adesso lo sanno tutti, chi è Babbo Natale.

Ma c’è stato un tempo in cui, anche se sembra incredibile, non lo conosceva proprio nessuno. È stato quando era solo un ragazzino di nome Nikolas, che viveva nella seconda casa più piccola di tutta la Finlandia, con un padre che faceva il taglialegna, una zia che aveva un brutto carattere e una bambola-rapa, che poi è misteriosamente scomparsa.

Questa è la sua storia vera, un’avventura piena di neve, rapimenti, renne scontrose, topi simpatici, e poi ancora neve, elfi, troll, sempre neve, di nuovo neve e magia, tanta magia. La magia, se ci si crede, non tradisce mai!

Da uno dei più apprezzati autori inglesi contemporanei, una storia per tutti quelli che credono a Babbo Natale.

Matt Haig è nato a Sheffield nel 1975. È autore di romanzi di successo come Il Club dei Padri EstintiIl patto dei LabradorLa famiglia Radley e Gli umaniPonte alla Grazie ha pubblicato il suo memoir Ragioni per continuare a vivere (2015). Come autore di romanzi per ragazzi Haig ha vinto il Blue Peter Book of the Year Award e il Nestlé Children’s Book Prize Gold Award. Salani ha pubblicato il romanzo Essere un gatto (2015). Questo libro è stato tradotto in 27 lingue.

Chris Mould con le sue illustrazioni ha vinto prestigiosi premi. Ama il suo lavoro e gli piace scrivere e illustrare il genere di libri che avrebbe voluto leggere quando era bambino. Vive con la moglie e due figli nello Yorkshire.

 

Per Lucas e Pearl

Impossibile

Vecchia parolaccia 

Un bambino qualsiasi

State per leggere la vera storia di Babbo Natale.

Esatto. Babbo Natale.

Ora vi chiederete come faccio a conoscere la vera storia di Babbo Natale e io vi dirò che certe domande non dovreste farle. Non all’inizio di un libro. Non è gentile, tanto per dirne una. Tutto quello che dovete tenere a mente è che io conosco la storia di Babbo Natale, altrimenti perché la scriverei?

Forse voi non lo chiamate Babbo Natale.

Forse lo chiamate in un altro modo.

Santa, San Nicola, Santa Claus, Sinterklaas, Krisk Kringle o Pelznickel o Papa Noël o Tipo Strano Col Pancione Che Parla Con Le Renne E Porta I Regali. Oppure gli date un nome che avete inventato per divertirvi. Se foste elfi, però, lo chiamereste sempre Babbo Natale. Sono stati i folletti a cominciare a chiamarlo Santa Claus e a spargere la voce tanto per fare confusione, dispettosi come sono.

Ma comunque lo chiamiate, lo conoscete: e questa è la cosa importante.

Ci credete che c’è stata un’epoca in cui non lo conosceva nessuno? Un momento in cui era solo un ragazzino qualsiasi di nome Nikolas, che abitava in mezzo al nulla, o in mezzo alla Finlandia, senza aver niente a che fare con la magia a parte crederci? Un bambino che del mondo conosceva ben poco a parte il sapore della zuppa di funghi, la sensazione del vento freddo del nord e le storie che ascoltava. E che per giocare aveva solo una bambola fatta con una rapa.

Ma la vita di Nikolas stava per cambiare e prendere una piega che lui non avrebbe mai potuto immaginare. Stavano per succedergli molte cose.

Cose belle.

Cose brutte.

Cose impossibili.

Ma se credete che certe cose non siano possibili, è meglio che mettiate subito via questo libro. Sicuramente non fa per voi, perché è pieno di cose impossibili.

State ancora leggendo?

Bene. (Gli elfi sarebbero orgogliosi di voi)

Allora cominciamo…

Il figlio di un boscaiolo

Allora, Nikolas era un bambino felice.

Ehm, cioè, no.

Lui avrebbe detto che era felice, se glielo aveste chiesto, e di sicuro provava a essere felice, ma a volte essere felici è complicato. Sto dicendo (credo) che Nikolas era un bambino che credeva nella felicità come credeva ai troll e ai folletti, ma non aveva mai visto né un elfo, né un troll né un folletto; e non aveva mai visto la vera felicità. Quanto meno, non la vedeva da tanto. La sua non era una vita facile. Il Natale, per esempio.

Questa è la lista dei regali che Nikolas aveva ricevuto per Natale. In tutta la vita.

1. Una slitta di legno.

2. Una bambola intagliata in una rapa.

Fine.

La verità era che la vita di Nikolas era dura. Ma lui ne tirava fuori il meglio.

Non aveva fratelli né sorelle con cui giocare e la città più vicina, Kristiinankaupunki, era in realtà molto lontana. Per arrivarci ci voleva ancora più tempo che a pronunciarne il nome. E comunque non c’era molto da fare a Kristiinankaupunki, a parte andare in chiesa o guardare la vetrina del negozio di giocattoli.

«Papà! Guarda! Una renna di legno!» diceva Nikolas quasi senza fiato, con il naso schiacciato contro la vetrina del negozio di giocattoli.

Oppure: «Guarda! La bambola di un elfo!»

Oppure: «Guarda! Un re di pezza!»

E una volta chiese perfino: «Me lo compri?»

Guardò in faccia suo padre. Una faccia lunga e magra, con sopracciglia folte e sporgenti e la pelle più ruvida di un paio di scarpe vecchie lasciate alla pioggia.

«Lo sai quanto costa?» disse Joel, suo padre.

«No» rispose Nikolas.

Allora suo padre sollevò la mano sinistra con le dita tese. Ne aveva solo quattro e mezzo per via di un incidente con l’ascia. Un incidente bruttissimo. Con un sacco di sangue. Probabilmente è meglio non parlarne troppo, visto che questo è un racconto di Natale.

«Quattro rubli e mezzo?»

Suo padre si arrabbiò. «No. NoCinque. Cinque rubli. E cinque rubli per il pupazzo di un elfo sono troppi. Ci puoi comprare una casa».

«Ma le case non costano cento rubli, papà?»

«Non fare il furbo, Nikolas».

«Ma tu mi dici sempre che devo farmi furbo».

«Non ora» disse suo padre. «E poi, a che ti serve il pupazzo di un elfo? Non hai quello che ti ha fatto la mamma con la rapa? Non puoi fare finta che sia un elfo?»

«Sì, certo papà» disse Nikolas, perché non voleva far arrabbiare suo padre.

«Non ti preoccupare, piccolo. Lavorerò così tanto che un giorno sarò ricco e avrai tutti i giocattoli che vuoi, e compreremo un cavallo vero e una carrozza tutta per noi, e andremo in città come un re e un principe!»

«Non lavorare troppo, papà» disse Nikolas. «Ogni tanto devi anche giocare. E a me piace tanto la mia bambola di rapa».

Ma suo padre doveva lavorare tanto. Tagliava legna tutto il giorno, tutti i giorni. Cominciava appena spuntava il sole e finiva quando faceva buio.

«Il problema è che viviamo in Finlandia» spiegò suo padre, il giorno in cui inizia la nostra storia.

«Non ci vivono tutti, in Finlandia?» chiese Nikolas.

Era mattina. Stavano andando nella foresta, superando il vecchio pozzo di pietra che non dovevano mai guardare. La terra era coperta da un sottile strato di neve. Joel aveva l’ascia a tracolla sulla schiena. La lama splendeva al freddo sole del mattino.

«No» disse Joel, «alcuni vivono in Svezia. E ci sono circa sette persone che vivono in Norvegia. Forse sono perfino otto. Il mondo è grande».

«Allora perché vivere in Finlandia è un problema, papà?»

«Per via degli alberi».

«Gli alberi? Pensavo che ti piacessero gli alberi. È per quello che li tagli».

«Ma ce ne sono dappertutto. Perciò nessuno paga molto per…» Joel s’interruppe. Si voltò.

«Che c’è, papà?»

«Mi pareva di aver sentito qualcosa». Non si vedevano altro che betulle, pini, cespugli di erbe aromatiche ed erica. Un uccellino minuscolo con il petto rosso era appollaiato su un ramo.

«Forse non era niente» disse Joel, in tono esitante.

Guardò un pino gigantesco, premette la mano sulla corteccia ruvida. «È questo». Cominciò a tagliare e Nikolas si mise a cercare funghi e frutti di bosco.

Aveva un solo fungo nel cestino quando colse il movimento di un animale in lontananza. Nikolas amava gli animali, ma di solito vedeva soprattutto uccelli, topi e conigli. A volte un alce.

Ma questo era un animale più grosso e più forte.

Un orso. Un gigantesco orso bruno, grande tre volte Nikolas, dritto sulle zampe posteriori, che si riempiva la bocca di frutti di bosco con le zampe enormi. Il cuore di Nikolas cominciò a rullare come un tamburo per l’eccitazione. Decise di avvicinarsi per vederlo meglio.

Avanzò in silenzio. Ormai era abbastanza vicino.

Io lo conosco, quell’orso!

Nello stesso terrificante momento in cui si rese conto di conoscere l’orso, mise il piede su un ramoscello che si spezzò. L’orso si voltò e guardò dritto verso di lui.

Nikolas si sentì afferrare per il braccio, si voltò e incrociò lo sguardo furioso di suo padre.

«Che stai facendo?» sibilò. «Così ti fai ammazzare».

Gli stringeva il braccio così forte da fargli male, ma poi lo lasciò.

«Sii la foresta» bisbigliò. Era una cosa che diceva sempre, ogni volta che c’era un pericolo. Nikolas non aveva mai capito cosa volesse dire. Rimase immobile, ma ormai era tardi.

Ripensò a quella volta che a sei anni era uscito con sua madre (la sua mamma allegra e canterina dalle guance rosee). Erano andati a prendere l’acqua al pozzo e avevano visto proprio quell’orso. Sua madre gli aveva detto di correre subito in casa, e lui era scappato. Lei no.

Nikolas vide suo padre stringere l’ascia più forte, ma si accorse che le mani gli tremavano. L’uomo tirò via il figlio e lo nascose dietro di sé, nel caso l’orso li avesse caricati.

«Corri» disse suo padre.

«No. Rimango con te».

Non si capiva se l’orso li avrebbe inseguiti o no; probabilmente no, era troppo vecchio e stanco. Però ruggì.

Ma proprio in quel momento si udì un sibilo. Nikolas sentì qualcosa sfiorargli l’orecchio, come una piuma veloce. Un momento dopo, una freccia dalle piume grigie si conficcò nell’albero accanto alla testa dell’orso. L’animale si mise a quattro zampe e se ne andò.

Nikolas e Joel si guardarono alle spalle cercando di capire chi aveva scagliato la freccia, ma non c’erano altro che alberi.

«Dev’essere il cacciatore» disse Joel.

Una settimana prima avevano trovato un alce ferito da una freccia uguale, con le stesse penne grigie. Nikolas aveva convinto suo padre ad aiutare quella povera creatura. Joel aveva raccolto della neve e l’aveva premuta intorno alla ferita prima di tirare fuori la freccia.

Rimasero a scrutare gli alberi ancora per un po’. Un ramoscello si spezzò da qualche parte, ma non videro nulla.

«Dai, Natale, andiamo» disse Joel.

Era da tanto che Nikolas non si sentiva chiamare così.

Ai vecchi tempi suo padre ci scherzava sempre su. Dava nomignoli a tutti. La madre di Nikolas era ‘Brioche’, anche se il suo vero nome era Lilja, e Nikolas era soprannominato ‘Natale’ perché era nato il 25 dicembre. Suo padre aveva perfino inciso quel nomignolo sulla sua slitta di legno.

«Guardalo, Brioche, il nostro piccolo Natale».

Quel nome non lo sentiva quasi più, ormai.

«Ma non andare a spiare gli orsi, va bene? O finisci ammazzato. Stai vicino a me. Sei ancora un bambino».

Dopo aver lavorato d’ascia per un’ora, si sedette su un tronco tagliato.

«Ti potrei aiutare» disse Nikolas.

Suo padre alzò la mano sinistra. «Ecco cosa succede quando un undicenne si mette a usare un’ascia».

E così Nikolas tenne gli occhi bassi in cerca di funghi, chiedendosi se a undici anni ci si potesse mai divertire un po’.

La casa e il topo

La casetta di legno dove abitavano Nikolas e Joel era la seconda più piccola di tutta la Finlandia.

Aveva una sola stanza. Quindi la camera da letto era anche la cucina, il soggiorno e il bagno. In realtà il bagno non c’era. Non c’era nemmeno il gabinetto, che invece era una grossa buca profonda nel terreno, all’aperto. In casa c’erano due letti, con i materassi imbottiti di piume e paglia. La slitta stava fuori, ma Nikolas teneva la bambola di rapa accanto al letto, come ricordo di sua mamma.

Ma a lui non importava che la casa fosse così piccola: non contava, se avevi una grande immaginazione. E Nikolas passava il tempo a fantasticare e a pensare a cose magiche, come elfi e folletti.

La parte migliore della sua giornata era l’ora di andare a letto, perché allora suo padre gli raccontava una storia. Un topolino marrone, che Nikolas chiamava Miika, s’intrufolava nel tepore della casa e ascoltava anche lui.

Cioè, a Nikolas piaceva pensare che Miika ascoltasse, ma in realtà sognava il formaggio. Il che richiedeva un notevole sforzo di fantasia, perché Miika era un topo della foresta e in questa foresta non c’erano né mucche né capre, e lui non aveva mai visto il formaggio e non ne aveva mai sentito nemmeno l’odore, figuriamoci poi assaggiarlo.

Ma Miika, come tutti i topi, credeva nell’esistenza del formaggio e sapeva che se avesse avuto l’occasione di assaggiarlo sarebbe stato squisito.

Insomma, Nikolas se ne stava a letto, nell’allegra morbidezza del pigiama, e ascoltava con attenzione le storie di suo padre. Joel aveva sempre l’aria stanca e dei cerchi intorno agli occhi. Sembrava che ogni anno ne avesse uno nuovo, come un albero.

«Allora» disse suo padre quella sera, «che storia vuoi sentire oggi?»

«Ne vorrei una sugli elfi».

«Ancora? Ma se ne senti una ogni sera da quando avevi tre anni».

«Per favore, papà. Mi piacciono».

E così Joel gli raccontò degli elfi dell’Estremo Nord, che vivevano al di là dell’unica montagna della Finlandia, una montagna segreta, della cui esistenza qualcuno dubita addirittura. Gli elfi vivevano in una terra magica, un villaggio coperto di neve chiamato Elfhelm, circondato da colline fitte di boschi.

«Esistono davvero, papà?» chiese Nikolas.

«Sì. Io non lo ho mai visti» disse suo padre con sincerità, «ma credo che esistano. E a volte crederci è come saperlo».

topino sotto una foglia

Nikolas era d’accordo, ma il topo Miika no, o meglio non sarebbe stato d’accordo se avesse capito. Se avesse capito avrebbe detto «Preferirei assaggiare formaggio vero che crederci e basta».

Ma per Nikolas era sufficiente. «Sì papà, so che crederci è quasi come saperlo. Io credo che gli elfi siano buoni, e tu?»

«Anch’io» rispose Joel. «E portano sempre vestiti colorati».

«Anche tu porti sempre vestiti colorati, papà!»

Era vero, ma i vestiti di Joel erano fatti di scampoli che il sarto del paese gli regalava. Si era cucito da solo dei pantaloni a toppe multicolori e una camicia verde e infine (la parte più bella) un grosso cappello floscio e rosso, con un bordo di pelliccia bianca e un pompon bianco e soffice.

«Ah, è vero, ma i miei vestiti stanno diventando vecchi e consumati. Quelli degli elfi sono sempre nuovi e…»

Si interruppe.

Ci fu un rumore fuori.

E un istante dopo qualcuno bussò forte alla porta, tre volte.

 

 

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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