“Il segreto del canto di Natale” di Vanessa Lafaye edito da Harpercollins in tutte le librerie e on-line.Estratto

Trama

Una storia di bontà, gentilezze e fantasmi.

Mentre guarda una casa di bambola nella vetrina del negozio di giocattoli, Clara Marley pensa che il suo desiderio più grande è sentirsi di nuovo parte di una famiglia. Ma questo ormai non può più succedere, perché Clara e Jacob Marley sono tragicamente rimasti orfani e vivono di espedienti nella Londra di inizio Ottocento, rubacchiando un tozzo di pane tra i rifiuti e dormendo per strada. Ogni notte, prima di addormentarsi, Jacob, il fratello maggiore, promette alla sorella: “domani andrà meglio”. E proprio per mantenere lapromessa, quando gli si presenta l’occasione, la coglie, anche se il prezzo da pagare è troppo alto. E così Jacob intraprende un cammino che lo porta a diventare socio in affari di Ebenezer Scrooge. Ogni giorno che passa Jacob costruisce una fortezza fatta di denaro per tenere il resto del mondo fuori. Solo Clara può salvarlo dall’orribile destino che lo attende se non permetterà all’amore e alla gentilezza di albergare di nuovo nel suo cuore…”

 

Estratto 

Nota dell’autrice

I fatti narrati in questa storia sono frutto di pura immaginazione. Il mio interesse per Canto di Natale di Dickens risale a molti anni fa, e in ogni edizione studiata ho trovato significati nuovi. Tuttavia, il personaggio che più mi ha affascinato e da cui dipende l’intera storia, Jacob Marley, appare solamente in tre brevi scene.

Marley è un personaggio piuttosto complesso: malgrado sia condannato per l’eternità a trascinare delle catene sulla terra, è determinato ad aiutare Scrooge a sfuggire al suo destino. Mi sono chiesta che cosa avesse fatto Marley di tanto terribile per meritarsi una punizione così severa. Sicuramente, mi sono risposta, qualcosa di più di quel che racconta a Scrooge, e cioè aver trascurato l’amico e collega ed essersi dimostrato eccessivamente attaccato agli affari.

Dickens sceglie di non approfondire questa figura enigmatica, così ho cominciato a immaginare quale potesse essere stata la vita di Marley, come una specie di esercizio che pian piano ha consumato la mia immaginazione. Volevo capire quali fossero state le esperienze che lo avevano formato come persona prima di mettersi in società con Scrooge… e che poi lo avevano portato a pentirsi amaramente dell’uomo che era diventato, tanto da risuscitare dalla tomba per rimettere a posto le cose.

Per cercare di rispondere a queste domande ho inventato il personaggio di sua sorella, Clara Belle Marley. Confesso che l’idea di raccontare la storia attraverso gli occhi di Marley mi sembrava una forzatura, mentre grazie a Clara, un personaggio interamente frutto della mia immaginazione, sono riuscita a sviluppare con maggiore libertà la vicenda che avevo in mente.

Detto questo, mentre lo scrivevo, ero a tal punto cosciente dell’amore e della riverenza che le persone hanno nei confronti dell’originale che è stato quasi impossibile non sentirmi paralizzata. Spero che gli appassionati di Canto di Natale, e del lavoro di Dickens in generale, mi perdoneranno per essermi permessa di approfondire gli aspetti inesplorati di Marley che, sebbene nel libro di Dickens abbia un ruolo di secondo piano, è un personaggio fondamentale di questo classico della letteratura.

Vanessa Lafaye, febbraio 2018

 

1

Clara Belle Marley si fece largo tra gli altri bambini per conquistarsi un posto davanti alla vetrina del negozio di giocattoli di Mr Quoit. Il ragazzino con la stampella fu l’unico al quale concesse un po’ di spazio. Agli altri riservò i gomiti aguzzi e uno sguardo severo. Le caviglie le sprofondavano nella neve che si stava sciogliendo, e sulle spalle aveva fiocchi di neve bagnati, ma non le importava. Per alcuni brevi istanti questo era il suo rifugio.

Scrutò le barche dipinte, i soldatini giocattolo, le bambole con il volto di porcellana e gli occhi fissi, il cavalluccio a dondolo con le redini in vera pelle, le girandole, i campanelli e le trombette. In bella vista c’era una casa delle bambole. Ma non era una casa delle bambole qualsiasi. Con il suo tetto di ardesia blu, i muri intonacati di bianco e la porta rossa, era l’immagine in miniatura di tutto ciò che avevano perso. Hampstead House era una dimora bella e confortevole, e la casa delle bambole la riproduceva in ogni minimo dettaglio. Era arredata in modo sontuoso, proprio come piaceva alla mamma, le tende avevano mantovane e nappe, e sul pavimento c’erano tappeti dai colori vivaci. Le fece particolarmente male vedere le figure di due adulti, più quelle di un bambino e una bambina, seduti a un tavolo di legno con un piccolissimo e delicato servizio da tè. A quell’ora del pomeriggio prendevano sempre il tè, servito da Dorothy.

Ma quello era prima.

Si sforzò di studiare ogni dettaglio, di non distogliere lo sguardo neanche quando la tristezza minacciò di sopraffarla, sempre circondata dal chiacchiericcio eccitato degli altri bambini. La luce dorata che proveniva dalla vetrina illuminava i loro visi rivolti all’insù, attenuandone il pallore, la sporcizia e i lividi. Molti erano bambini di strada come lei e Jake, ma alcuni avevano ancora una famiglia, a giudicare dalle sciarpe strette attorno al collo e dalle giacche accuratamente rammendate.

Più di ogni altra cosa, Clara voleva sentirsi di nuovo parte di una famiglia.

Jake si fece strada tra la folla, e quando le fu accanto le tirò con forza la manica. «Andiamo, Clara! Se non ci sbrighiamo non rimarrà niente!»

Ogni venerdì pomeriggio, dalla porta sul retro, il macellaio gettava gli scarti della carne ai bambini di strada affamati, ma tutti i pezzi migliori andavano ai ragazzi più grandi e ai cani randagi e più feroci.

Mentre la neve bagnava le scarpe consumate, Clara si ricordò di nuovo del tempo passato. C’erano il punch speziato e le castagne zuccherate, il tacchino arrosto e la salsa, le ghirlande tempestate di bacche e palline scintillanti, e la mamma e il papà raggianti mentre scartavano i regali. Ogni finestra brillava di luce e calore. Pronunciò le parole sottovoce come un rosario.

Non era sempre così.

Nel cortile del macellaio un ragazzo più grande con il volto pieno di cicatrici la spinse a terra, ma Jake era lì. Con un solo pugno stese il rivale a terra ed emise un grido di vittoria, stringendo in mano il suo premio: uno zampone di maiale, solo in parte rosicchiato da un cane. Clara riconobbe il ragazzo dell’ospizio dei poveri, ma non sapeva come si chiamasse. Quel luogo, tanto temuto prima che oltrepassassero i suoi enormi cancelli di ferro, ora sembrava un sogno.

«Andiamo» disse Jake allontanandola dai cani ringhianti. «Qui non c’è più niente per cui valga la pena di battersi.»

Clara si soffiò sulle dita congelate.

In effetti, tra i bambini e i cani, il cortile del macellaio era immacolato. L’uomo aveva il grembiule insanguinato e stava sulla porta, un rettangolo di luce dorata in quel buio pomeriggio invernale, e affilava una mannaia osservando la scena che si svolgeva davanti a lui senza intervenire.

Sua moglie era d’animo più gentile. A volte, quando il marito non c’era, distribuiva con un mestolo il brodo avanzato, e il vapore le appiccicava al viso i ricci grigi e ispidi.

Svoltato l’angolo del vicolo successivo, si fermarono nel loro cantuccio preferito dietro il negozio di stoffe per esaminare il bottino. Oltre alla zampa del maiale c’erano delle cime di rapa, una patata mezza marcia e alcune foglie di cavolo solo un po’ ammuffite. Jake gettò tutto nella pentola – una lattina di metallo senza manico – e andò a cercare dell’acqua. Clara rovistò tra la spazzatura del vicolo alla ricerca di carta e di pezzetti di legno per accendere il fuoco, immaginando già il calore penetrarle nelle dita ossute. Si strinse i brandelli dello scialle intorno alle spalle e batté i piedi intorpiditi.

Jake tornò quando i ramoscelli avevano appena preso fuoco. Con una mano tenne la pentola sopra la fiamma finché non iniziò a bollire, con l’altra si grattò i morsi dei pidocchi. I suoi occhi ardevano dalla fame proprio come quelli di Clara. La fame era la loro fedele compagna, condividevano con lei ogni momento di ogni giorno, li seguiva ovunque, come uno di quei cani rognosi che avevano alle calcagna. Era lì quando si svegliavano al sorgere del sole, lì durante la lunga giornata mentre cercavano il cibo, lì fino a quando non si rannicchiavano nel loro angolo contro il muro gelido, con lo stomaco che brontolava vuoto. Illuminato dal fuoco, il viso di Jake, una volta liscio e fanciullesco, appariva spigoloso e severo. E questo benché avesse solo dodici anni.

Il profumo della carne di maiale e delle verdure solleticò l’olfatto di Clara, che subito si allarmò per paura che qualcuno, attratto dall’odore, rubasse ciò che si erano conquistati con tanta fatica. Dovevano stare attenti agli altri bambini di strada, che a volte erano più pericolosi degli adulti. Erano capaci di rubarti di bocca anche l’ultimo morso, o di strapparti il pane dalle mani. Così lei e Jake si strinsero intorno alla pentola, mangiando il più 

velocemente possibile, anche se il cibo scottava. Un fruscio la avvertì della presenza di Martha, una mendicante1I mendicanti non erano una minaccia. Troppo deboli anche solo per chiedere l’elemosina, o per fare altro che strisciare per terra, gli ultimi tra gli ultimi. Martha salutò Clara con un cenno del capo, e strisciò via nell’ombra.

Con la pancia piena, Clara si appoggiò a Jake che se ne stava appoggiato al muro scrostato. Lui le mise il braccio intorno alle spalle e le baciò la testa.

«Credo che un pudding ora ci starebbe proprio bene» disse già mezzo addormentato. La fiamma scaldava i piedi; presto si sarebbe spenta, e avrebbero avuto solo il calore dei loro corpi per non congelarsi durante la lunga notte. Il fuoco attirava l’attenzione, il che non era mai una cosa positiva.

«Il pudding della mamma» disse mentre le veniva di nuovo l’acquolina in bocca al ricordo dei frutti cristallizzati, dei pudding cotti al vapore e della crema pasticciera, un’enorme brocca che solo le braccia muscolose della cuoca Dorothy potevano reggere. E poi con il pensiero tornò di nuovo lì, nella grande casa bianca di Hampstead Street. Sembrava più lontana dell’India, non era più dall’altra parte del Tamigi, avrebbe potuto anche essere sulla luna; la luna crudele la cui luce fredda e argentea filtrava tra i tetti. Era una notte limpida, senza nuvole, sarebbe stata una notte fredda. Clara si accoccolò più vicino a Jake, con le costole ossute contro le sue.

«E papà farà un brindisi con il brandy» disse, «e noi canteremo, God Rest Ye…»

Clara intonò la melodia con la sua voce acuta e ansimante: «Let nothing you dismay». Ma poi le venne un attacco di tosse, che si concluse con le lacrime.

«Clara Belle» Jake la avvicinò a sé. «Non piangere, mia Clara Belle. Domani andrà meglio.» Era quello che diceva ogni sera. «Troveremo il modo di comprarti delle medicine.»

«Ma come? Senza soldi?» La tosse la squassò fino a toglierle le forze.

«Troverò il modo» ribatté Jake.

«Promettimelo» disse lei tirando su con il naso.

E così pronunciò le parole che le aveva ripetuto ogni sera negli ultimi nove mesi, da quando erano stati costretti a lasciare Hampstead Street per andare all’ospizio dei poveri: «Ti prometto che avremo di nuovo una vita dignitosa. E che ti proteggerò sempre. E quelli che ci hanno fatto del male se ne pentiranno».

Quest’ultima frase era un’aggiunta rispetto alla solita promessa, e Clara si voltò verso di lui: «Ti riferisci allo zio Robert?».

Jake annuì: «E agli altri».

Clara rabbrividì al ricordo di quel giorno, il maledetto giorno in cui lo zio Robert si era presentato in visita a Hampstead Street: la casa era ornata di crespo nero. Lui le era sembrato sempre molto gentile, ma in quella circostanza osservava i mobili e le cose preziose della madre e del padre con l’occhio critico di un banditore d’asta professionista.

«Certo, capirete» aveva detto in un tono molto più serio di come lo ricordava, «che non potete restare qui. È una tragedia perdere entrambi i genitori, ma siete ancora troppo giovani e, sfortunatamente, l’unica eredità che mio fratello vi ha lasciato sono i suoi debiti.»

Dorothy si era fermata, esitante, sulla soglia, con il naso arrossato dal pianto, attorcigliando un canovaccio. «Potrei occuparmi io di loro, Mr Marley. Sono come dei figli per me…»

«Impossibile» aveva detto lo zio Robert. «Come ho già detto, mio fratello non ha lasciato i mezzi necessari per mantenere questo stile di vita» aveva aggiunto mentre i suoi occhi vagavano sopra le tende di seta blu chiaro con le nappe d’argento della mamma. «Questa casa deve essere venduta per recuperare parte del debito.»

«Mi perdoni, signore, ma dove andranno a vivere i bambini? E chi si prenderà cura di loro?»

A questo punto lo zio Robert aveva socchiuso gli occhi. «Dorothy, sto aspettando il tè.»

«Subito, Mr Marley.» Dorothy era tornata di corsa in cucina, asciugandosi gli occhi con il canovaccio.

Lo zio Robert aveva accarezzato la tappezzeria damascata, che si intonava alle tende. Clara aveva accompagnato la mamma a sceglierla, subito dopo il trasloco. Era dello stesso colore dei suoi occhi, di un azzurro chiaro e liquido come quello di un cielo invernale. Ricordò la gioia della madre nel vedere come la stoffa danzava alla luce del sole che filtrava dal grande bovindo.

Era successo solo sei mesi prima che il vaiolo la portasse via. Quei sei mesi di gioia pura erano ciò che Clara doveva ricordare, ciò a cui doveva aggrapparsi ora, nel gelo del vicolo sporco.

Dopo la morte della madre le cose erano cambiate con la velocità vertiginosa di una giostra. Il giorno dopo era venuto l’ispettore sanitario e li aveva informati che a causa del vaiolo la casa era inabitabile e lo sarebbe rimasta fino a quando non fosse stata pulita da cima a fondo con lo zolfo, insieme a tutti i loro averi. Gli incaricati pubblici preposti alla disinfezione sarebbero arrivati il mattino dopo, aveva detto, e i Marley avrebbero dovuto lasciare la proprietà fino a quando questi non avessero portato a termine il loro lavoro.

Con gli occhi arrossati dal dolore e dallo sgomento, il padre aveva semplicemente annuito: «Certo. Certo, subito».

Al tempo lo zio Robert era stato molto gentile, li aveva accolti tutti nella sua casa, ben più modesta della loro, e ogni sera rimaneva sveglio fino a tardi insieme al padre. Le loro vite erano congelate in un bozzolo di dolore. A ogni cosa il padre rispondeva «Certo, subito» senza fare domande né riflettere. Così, quando lo zio Robert gli aveva proposto alcuni investimenti per rimettere in sesto le sue finanze, la sua risposta era stata la stessa.

Clara non capiva la natura di quegli investimenti, ma non molto tempo dopo aveva sentito il padre e lo zio discutere animatamente.

E così erano tornati a vivere nella loro casa di Hampstead Street, che ora puzzava di zolfo e da cui mancavano molti dei mobili che lo zio Robert aveva gentilmente venduto per loro, quando un giorno un poliziotto si presentò alla porta, chiedendo del padre. Dorothy aveva spiegato che era al lavoro, ma il poliziotto li aveva informati che non vi si presentava da quasi un mese. A quanto pareva, l’agente aveva il compito di condurre il padre nella prigione di Coldbath Fields, dove sarebbe stato incarcerato per debiti.

Più tardi, quello stesso giorno, il poliziotto era tornato, questa volta con un atteggiamento completamente diverso, stringendo tra le mani il berretto.

Quando Dorothy aveva aperto la porta, aveva detto: «Mi dispiace molto comunicarvi che abbiamo ritrovato un… uomo che crediamo essere Mr Edmund Marley». E aveva mostrato il cappello a cilindro del padre, sporco di fango del fiume. Dorothy era svenuta proprio lì sulla soglia di ottone che lucidava ogni giorno…

 

 

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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