Segnalazione: “Le lettere d’amore di Esther Durrant” di Kayte Nunn edito da Newton Compton dal 28 Novembre 2019 in tutte le librerie e on-line

Sinossi

Emozionante, evocativo, indimenticabile

Uno dei romanzi più belli e attesi dell’anno

Dall’autrice del bestseller La figlia del mercante di fiori
Isole Scilly, 1951. Esther Durrant, una giovane madre, viene internata per volere del marito. La struttura, situata nelle remote isole a sud della Cornovaglia, rischia di trasformarsi per lei in una prigione. Ma grazie alla gentilezza del dottor Richard Creswell, uno psichiatra con idee all’avanguardia, quel luogo sembra trasformarsi in un rifugio per Esther. 
2018. La scienziata marina Rachel Parker si imbarca per un progetto di ricerca nei mari inglesi, quando un violento temporale la costringe a trovare riparo su un’isola. Qui, il ritrovamento di una valigia piena di lettere cambierà per sempre il suo destino. La dolcezza e la passione di quelle parole scritte più di cinquant’anni prima, infatti, spingono Rachel a indagare per ricostruire tutta la storia di Esther e del periodo che ha trascorso in quelle isole. E i segreti che emergeranno dal passato avranno ripercussioni, a distanza di mezzo secolo, sulla vita della stessa Rachel.

Il nuovo romanzo dell’autrice bestseller che ha conquistato le lettrici italiane

Un amore che sopravvive al tempo in una valigia piena di lettere

Hanno scritto su La figlia del mercante di fiori:

«Romanticismo, storia, avventura. Generi che questo libro, che viaggia su due storie parallele, una dell’Ottocento, una odierna, riesce a mixare molto bene.»
Il Venerdì di Repubblica

«Un po’ avventura, un po’ favola.»
iO donna

«La figlia del mercante di fiori è una storia romantica.»
Corriere della Sera

 

 

Estratto

Se non ci sei dentro fino al collo,

come fai a sapere quanto sei alto?

T.S. Eliot

Capitolo uno

 

 

 Londra e Little Embers, autunno 1951

 

Non era una delle destinazioni che sceglievano abitualmente per le loro vacanze e anche il periodo era tutt’altro che ideale. Di solito John ed Esther Durrant trascorrevano una settimana a Eastbourne o Brighton verso la fine di agosto, perciò l’estremità sudoccidentale dell’Inghilterra le parve una scelta bizzarra, tanto più se si considerava che erano i primi di novembre. John, tuttavia, era stato irremovibile. «Ti farà bene», aveva detto alla moglie con affettata giovialità, quando le aveva proposto – o meglio, imposto – quel viaggio. «Ti ridonerà colorito al viso. L’aria di mare». Che importava se il freddo pungente aveva stretto il Paese in una morsa, o se con quel tempaccio non ci si sarebbe sognati di lasciar fuori neppure un gatto, e se lei in quel momento non avrebbe desiderato una settimana di vacanza neanche se avesse trascorso l’anno precedente in una miniera di carbone. Esther non riusciva nemmeno a capire perché avessero lasciato Teddy a casa, con la tata, ma non era in grado di radunare l’energia necessaria per una discussione.

Prima di salire sul treno diretto a sud, cenarono in un ristorante nei pressi della stazione di Paddington. Esther non aveva fame, ma consentì comunque al marito di scegliere anche per lei. Dopo aver consultato brevemente il menu e aver ordinato alla cameriera in abito nero e grembiule bianco, lui aprì la sua copia del «Telegraph» e trascorse tutto il tempo dell’attesa assorto tra le pagine del giornale. Winston Churchill e il Partito conservatore erano di nuovo al potere, vide Esther dal titolo in prima pagina. John era soddisfatto, ma lei in cuor suo considerava Churchill vecchio come il cucco e con tutta probabilità inadeguato al ruolo. Era arrivata a capire che lei e il marito non parlavano più di politica perché avevano una visione piuttosto diversa del mondo.

Esther riuscì a ingerire qualche cucchiaio della minestra, servita nei tempi previsti, e mezza pagnotta, mentre John fece piazza pulita del piatto e di svariati bicchieri di chiaretto. Dopodiché, divorò con altrettanto gusto la sogliola di Dover con verdurine saltate, mentre lei rimestava i piselli e i bastoncini di carote, fingendo di mangiare. Il marito non fece alcun commento.

Esther rifiutò il dessert ma all’apparenza John aveva appetito per entrambi e spazzolò una buona porzione di budino al vapore, arricchito di una preziosa razione di zucchero e servito con un’abbondante cucchiaiata di crema. Poi controllò l’ora. «Vogliamo avviarci verso la stazione, mia cara?», suggerì, ripulendosi i baffi dalle briciole con il tovagliolo inamidato. Lei non poté fare a meno di paragonarlo a una lontra che aveva appena consumato la sua cena a base di pesce: lustra, satolla e compiaciuta. John indossava un completo scuro – il suo preferito – e la cravatta che gli aveva regalato lei diversi compleanni prima, quando aspettava Teddy e il futuro si presentava appena delineato, un abbozzo da riempire di colori intensi e vivaci. Qualcosa che non era da temere, ma da attendere con trepidazione.

Esther annuì e il marito si alzò, prendendole la mano per aiutarla. La stazione distava appena una breve camminata dal ristorante, ma lei fu grata di aver indossato il cappotto pesante e i guanti. Non usciva di casa da settimane – il tempo in quel mese di novembre era stato a dir poco agghiacciante – e rabbrividì sentendo il vento insinuarsi sotto gli strati esterni dei vestiti e intorpidirle le labbra e la punta del naso.

Quando entrarono nell’atrio cavernoso della stazione, fu quasi sopraffatta dal trambusto e dal rumore, dal sibilo delle gigantesche locomotive e dalle grida roche dei facchini, che manovravano senza il minimo sforzo gli ingombranti carretti stipati di pile precarie di bagagli. Sembrava facessero parte della prima scena di uno spettacolo teatrale, negli attimi che precedono l’ingresso sul palco degli attori principali. Forse un tempo Esther avrebbe apprezzato la rappresentazione, e giudicato rinvigorente tanta operosa risolutezza, ma in quel momento si aggrappò al braccio di John che stava deviando verso il primo binario. «Arriveremo a destinazione in un soffio», promise il marito per rassicurarla.

Ovunque voltasse lo sguardo, Esther vedeva baveri punteggiati di papaveri, rosso sangue sugli abiti scuri. Una ruga fugace le increspò la fronte pallida mentre cercava di spiegarsi quella visione. Poi ricordò: a breve ricorreva l’anniversario dell’Armistizio. Il terrore, l’incertezza e le privazioni del recente conflitto erano un tatuaggio scarlatto sul petto di ogni uomo o donna inglese.

Finalmente il treno fu individuato, i biglietti vidimati e un facchino li guidò verso la loro carrozza. Esther percorse a passo cauto l’angusto corridoio fino alla cuccetta: due strette brandine con le lenzuola di cotone inamidato e le coperte di lana color fumo.

Trasse un silenzioso sospiro di sollievo al pensiero che non avrebbero dovuto dormire insieme. Negli ultimi mesi John aveva preso l’abitudine di passare la notte nella stanza in cui si cambiava e lei non era ancora pronta al suo ritorno al talamo coniugale. «Confesso di essere piuttosto stanca», disse sfilandosi i guanti. «Penso che mi ritirerò». Aprì un armadietto, ripose il cappellino sulla mensola interna e appese il cappotto al pratico gancio affisso proprio sotto.

«Io andrò a bere un goccetto al vagone ristorante. Se la cosa non ti dispiace, mia cara», rispose John.

Aveva colto il suo suggerimento. Negli ultimi tempi molte cose tra loro rimanevano implicite. Esther si voltò e inclinò il capo. «Niente affatto, vai pure. Me la caverò benissimo».

«Perfetto». John si allontanò in fretta, probabilmente alla ricerca di un bicchiere di whisky o due.

Esther si lasciò cadere sul letto con pesantezza, di colpo così esausta da riuscire soltanto a togliere le scarpe e sdraiarsi sopra le coperte. Fissò il soffitto ricurvo della cuccetta e si  paragonò a una sardina in scatola. Non era una sensazione sgradevole: se non altro, era ben protetta dal trambusto esterno e quei rumori non l’avrebbero infastidita.

Poco dopo, risuonò un fischio e con qualche scossone improvviso il treno si allontanò dalla stazione, sussultando nel prendere velocità. Nel giro di qualche minuto, stabilizzò l’andatura su un dondolio regolare e le palpebre di Esther si fecero pesanti. Si sforzò di restare sveglia. Chiamando a raccolta la poca determinazione ancora in suo possesso, si alzò e recuperò il necessario per la notte. Non era il caso di addormentarsi con gli abiti addosso, per poi essere svegliata dal marito al suo ritorno dal bar.

John aveva chiesto a Mary, la governante, di preparare le valigie per entrambi, impedendo a Esther di alzare un solo dito. In circostanze normali lei non avrebbe tollerato che qualcuno rovistasse tra le sue cose, ma era stato più semplice non protestare, lasciare che se ne occupassero loro, come succedeva così spesso negli ultimi tempi. Tuttavia, aveva aggiunto qualche effetto personale ai cardigan, alle gonne e alle calze, e nascosto tra la biancheria intima una scatolina smaltata che somigliava a un cofanetto per gioielli in miniatura. La trovò, fece scattare la chiusura e le pillole rosse all’interno luccicarono come pietre preziose sotto i suoi occhi, altrettanto allettanti. Nel pescarne una, notò di avere le unghie consumate e le cuticole arrossate. Un’altra versione di sé stessa se ne sarebbe preoccupata, ma lei vi badò a malapena, tanto era concentrata sul contenuto del cofanetto. Senza la minima esitazione, posò la pillola sulla lingua e la deglutì senz’acqua.

Ripose la scatolina nella borsa, abbassò le tendine del finestrino e si cambiò in fretta, riponendo la gonna di tweed e la camicia nell’armadietto insieme al cappellino e al cappotto, per indossare la delicata camicia da notte di batista. Si risciacquò alla bell’e meglio nel piccolo lavandino d’angolo, tamponò il viso con l’asciugamano in dotazione e si spazzolò i capelli, poi si infilò tra le lenzuola inamidate come un foglio di carta in una busta. Cedette al sonno molto prima che il marito tornasse.

 

Al loro arrivo a Penzance il mattino successivo, John la aiutò a scendere dal treno, maneggiandola ancora una volta come fosse la finissima porcellana del servizio di sua madre. Esther non protestò, perché sapeva che lo faceva con le migliori intenzioni. Le premure del marito sarebbero state toccanti se lei fosse stata in grado di concentrare l’attenzione su di esse – o su qualunque altra cosa, del resto – per più di qualche minuto, ma sembrava vi fosse uno spesso pannello di vetro, simile ai finestrini del treno, a separarla da lui, dal mondo e da tutto quanto.

Arrivati al porto, John ingaggiò un piccolo peschereccio: «Al diavolo la spesa», aveva esclamato quando lei lo aveva guardato con aria interrogativa. «Ci sarebbe il battello – lo Scillonian – ma ha subìto un brutto incidente il mese scorso, schiantandosi contro le rocce per la nebbia, stando alle voci, e in ogni caso non ferma all’isola che ci interessa. Ho verificato eventuali voli… c’è una compagnia che effettua collegamenti con i Dragon Rapide dal promontorio di Land’s End, un’esperienza a dir poco elettrizzante, ma viaggia solo in condizioni di tempo favorevole».

Esther non aveva idea di cosa potessero essere i Dragon Rapide, ma convenne che una barca fosse l’alternativa più sicura. Mentre John parlava, lei alzò lo sguardo. Il cielo era basso e plumbeo, grigio come il petto di un piccione, e l’aria intrisa di umidità per la leggera nebbiolina che ammorbidiva i contorni delle cose senza tuttavia bagnarti, non subito quantomeno. Si strinse più forte nel cappotto, le mani affondate nelle tasche. Cosa diavolo ci facevano lì? Il peschereccio aveva tutta l’aria di non poter sopravvivere a quel forte vento. Lo scafo era rattoppato e la vernice sbiadita, le assi di legno disseminate di scaglie lucenti, e puzzava di pesce.

«Vogliamo imbarcarci?», chiese John speranzoso.

Esther obbedì e salì a bordo, facendo del suo meglio per evitare la melma tra il rosso e il violaceo che imbrattava il ponte. Come minimo, erano le viscere di qualche creatura marina.

Si strinsero su una panca nella piccola cabina dell’imbarcazione, mentre il capitano salpava. Sotto un cielo color peltro e tra le onde di un mare ancora più cupo, Esther non poté fare a meno di pensare a Caronte, il traghettatore dell’Ade che trasportava le anime dei defunti da una riva all’altra dell’Acheronte e dello Stige. L’aria di mare era senz’altro più fresca, quantomeno. Dal profumo intenso. Salmastra. Molto più gradevole della nebbia vischiosa di Londra che ti avvolgeva i capelli, la pelle e persino i denti con la sua sottile patina di sporcizia. Quel pensiero la ridestò appena dal torpore e cominciò a esaminare la cabina, notando un cappello da pescatore sporco e ingiallito e un pezzo di fune unto, posato a mo’ di fermacarte sopra una carta nautica spiegazzata e consunta.

«Guarda!», esclamò John mentre si allontanavano piano dal porto sicuro di Penzance. «St Michael’s Mount. Secoli fa, dai suoi avamposti, gli inglesi avvistarono l’Armada spagnola. Con la bassa marea si può raggiungere a piedi. Peccato non averne il tempo».

«Magari al ritorno?», suggerì lei, la voce quasi soffocata dal rombo del motore e dallo sciabordio dell’acqua contro lo scafo.

John non rispose, al contrario puntò lo sguardo verso il largo. Non l’aveva nemmeno sentita?

«Oh, guarda! I gabbiani!».

Esther alzò gli occhi verso l’orizzonte; diversi gabbiani grigi e bianchi volteggiavano sopra di loro, lanciando strida che laceravano l’aria. Sulla sinistra sfrecciava un terzetto di uccelli dal profilo di siluro. «E le pulcinelle di mare!», gridò il marito. Le visioni e i suoni nuovi lo avevano rinvigorito, mentre lei aveva già il mal di mare per il rollio del peschereccio. Annotò mentalmente le guance paffute e i vivaci becchi arancioni dei volatili, e per un attimo le ricordarono un corpulento professore amico del padre. Si sforzò invano di assecondare l’entusiasmo di John, stampandosi in faccia un abbozzo di sorriso e deglutendo di continuo per trattenere i conati.

Il capitano indicò allegro il punto in cui erano affondate diverse imbarcazioni, ma Esther cercò di non badare troppo al racconto del disastro navale di inizio Settecento nel quale avevano perso la vita oltre millecinquecento marinai. «Uno dei peggiori naufragi delle isole britanniche», sottolineò lui con una sorta di fiera ammirazione. Mentre parlava, un faro alto, d’un bianco rilucente contro il cielo grigio, comparve alla vista. All’epoca non aveva compiuto il suo dovere, evidentemente. O forse era stato costruito in seguito, per evitare che una tragedia simile potesse ripetersi.

Proseguirono sotto la pioggia sempre più fitta e ben presto una cortina d’acqua e nebbia cancellò del tutto l’orizzonte. Esther aveva lo stomaco in subbuglio e la bile le risaliva lungo la gola. Persino l’euforia di John parve smorzarsi e piombarono nel silenzio, mentre lei rovistava in tasca alla ricerca di un fazzoletto da premersi contro la bocca, nella speranza di non rigettare sul ponte l’intero contenuto dello stomaco. Si sforzò di ignorare l’eventualità che si mescolasse alle budella dei pesci e all’acqua salata che sciabordava sotto la cabina. Strinse i denti per combattere gli spasmi della nausea, mentre le sue viscere si contorcevano, avvolgendosi come le spire di un serpente.

Il peschereccio beccheggiava e si impennava nel mare sempre più mosso, tra le onde schiumose che sferzavano le fiancate. «Si sta agitando un po’», commentò il capitano con un sogghigno. «E laggiù è torbido come una palude». John non aveva citato il nome della particolare striscia di terra abbandonata da Dio verso la quale erano diretti, né Esther aveva avuto la forza di chiederlo. Provò a distrarsi, pensando a qualunque cosa non fosse quel purgatorio di viaggio, ma nella steppa sconfinata della sua mente si profilavano solo ombre scure, così si mise a fissare le pareti verniciate della cabina, contando fino a cinquecento e a ritroso, per non pensare a quella situazione incresciosa. Avvertiva a malapena la presenza di John al suo fianco, e del capitano in piedi al timone. Fuori dalla cabina, il mare sembrava aver raggiunto il culmine, bianco e rabbioso, pronto a scatenare l’inferno, ed Esther si aggrappò a una maniglia vicina, stringendola così forte da perdere la sensibilità alle dita. Non era per nulla certa che avrebbero raggiunto la destinazione. In ogni caso, aveva cessato di preoccuparsi di qualunque cosa molti mesi prima, perciò le importava ben poco.

Alla fine, tuttavia, comparve un’isola, e poi un’altra, due lembi grigi nel mare in burrasca. Scomparvero subito com’erano apparse, lasciando ai loro sguardi solo il grigio moto ondoso dell’acqua. L’espressione solare del capitano si fece grave, mentre si concentrava per virare alla larga dai banchi di sabbia e dai fondali nascosti. «C’è il rischio di incagliarsi, se non si fa attenzione. E la barca si frantumerebbe come legno di balsa», spiegò senza distogliere lo sguardo dall’orizzonte.

Tutto d’un tratto il vento e la pioggia si attenuarono, la nebbia si diradò, e si ritrovarono accanto a un piccolo pontile di legno che si protendeva dall’insenatura a falce di una spiaggia di sabbia bianchissima. Come una freccia conficcata nel fianco di un cadavere, pensò Esther.

Kayte Nunn, Lavora come editor per libri e riviste. È anche autrice di romanzi di successo. Prima di Le lettere d’amore di Esther Durrant, la Newton Compton ha pubblicato La figlia del mercante di fiori, che è stato per settimane in vetta alle classifiche italiane.

 

 

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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