“Le confessioni dei Borgia” di Alyssa Palombo edito da Piemme edizioni in tutte le librerie e on-line.Estratto

Trama

Ambizione smodata, segreti inconfessabili, omicidi e amori. Nella Roma rinascimentale una sola famiglia decide il destino di un mondo.

Roma non è mai stata così seducente.

È la torrida estate romana del 1492, e la città è in piena fioritura: artisti da ogni parte d’Europa affollano le sue strade, sorgono monumenti e chiese magnificamente affrescate a rendere Roma grande come un tempo. Rodrigo Borgia è appena stato eletto papa con il nome di Alessandro VI: è la sua famiglia, di origini spagnole, a regnare incontrastata sulla città. Ma il primo dei suoi figli, Cesare, costretto a seguire il padre nella carriera ecclesiastica, cova gelosia e rancore per non aver potuto, invece, perseguire la gloria militare. Ed è pronto a cogliere qualunque occasione per rifarsi…
Maddalena Moretti viene dalle campagne romane, dove ha vissuto sulla propria pelle come i capricci dei potenti possano portare il caos nelle vite della povera gente. Adesso, però, la sua vita è cambiata: domestica a Palazzo Borgia, è più vicina che mai al cuore del potere. E al fascino di Cesare Borgia…
Tra intrighi di palazzo, ambizione smodata e segreti di cui è meglio non essere messi a parte, le vite di Maddalena e Cesare si intrecciano sempre più pericolosamente, mentre la minaccia della guerra incombe su Roma, gettando un’ombra nera sulla famiglia Borgia e sul suo dominio della città. E Cesare dovrà scegliere molto bene le sue alleanze, dentro e fuori la camera da letto, se vorrà salvare il proprio posto nella Storia.
Un romanzo di grandissima forza narrativa, che racconta vicende dal fascino immortale, facendo rivivere la Roma rinascimentale e la famiglia più potente e controversa della Storia.

 

 

Estratto 

Questo libro è un’opera di fantasia. I fatti storici qui narrati sono liberamente interpretati dall’autrice.

 

A Lindsay Fowler,

che mi sente raccontare questa storia

da anni, in una forma o nell’altra.

Grazie di tutto, sempre.

Prologo

Cesare

Roma, agosto 1484

Il giorno in cui scoprii i piani che mio padre aveva per me avevo solo nove anni. Per certi versi è quello il mio primo vero ricordo. Rammento anche altre giornate, trascorse insieme ai miei fratelli minori nelle nostre stanze: gli innumerevoli duelli con la spada di legno che disputavo con Giovanni, sempre pronto a chiamare la bambinaia ogni volta che perdeva; la piccola Lucrezia che mi mostrava una per una tutte le sue bambole; e poi le lezioni, le interminabili lezioni di lingue, matematica, filosofia, storia, politica e geografia. Eppure nessuna di queste immagini è scolpita nella mia memoria in maniera altrettanto nitida, quasi brutale.

Da quel momento in poi i miei ricordi infantili cambiano forma, come se li osservassi da una prospettiva diversa. Quella di un giovane uomo, non più di un bambino.

È piuttosto significativo che io abbia acquisito un’informazione tanto importante ricorrendo a un sotterfugio. Avevo preso l’abitudine di origliare i miei genitori durante le visite di mio padre: di solito passava a trovare noi bambini nelle nostre stanze, poi si spostava in uno dei salotti del palazzo di mia madre, dove lo attendevano un lauto pasto e una lunga conversazione privata. Curioso di sapere cosa dicevano sul mio conto, avevo iniziato ad ascoltarli di nascosto. Per mia delusione, la maggior parte dei loro discorsi erano pettegolezzi su persone a me ignote della società romana oppure riguardavano la politica del Vaticano, che all’epoca mi risultava incomprensibile. Tuttavia, in più occasioni ebbi modo di appurare che a mio padre venivano forniti entusiastici resoconti sui miei progressi nello studio, suscitando la sua soddisfazione e riempiendo me d’orgoglio. Il giorno in questione, però, carpii qualcosa di interessante. E mi resi conto all’istante che avrei preferito non aver sentito.

Avevo fatto del mio meglio per sgattaiolare fuori dalle nostre stanze in gran segreto, ma a Lucrezia non sfuggiva mai niente, nemmeno a quattro anni. «Cesare» mi chiamò, facendo capolino in corridoio. «Dove vai?»

«Shhh» provai a zittirla. «Seguo nostra madre e nostro padre.»

Mia sorella uscì dalla stanza stringendo tra le braccia una delle sue onnipresenti bambole. I riccioli d’oro le ricadevano sulle spalle. «Perché?»

Sospirai. «Voglio sentire che notizie porta nostro padre.»

«Anch’io!» rispose subito, gli occhi scintillanti. Adorava nostro padre.

Sospirai di nuovo, consapevole che farmi accompagnare da una bambina di quattro anni in quella che consideravo una delicatissima missione di spionaggio non mi avrebbe aiutato a passare inosservato. Ma non sapevo dirle di no. «D’accordo, ma soltanto se prometti di stare zitta.»

Lei annuì con vigore, facendo rimbalzare i ricci.

La presi per mano e la condussi lungo i corridoi, fino al salotto dove di solito si appartavano i nostri genitori. All’epoca mia madre, Vannozza, non era più l’amante del cardinale Borgia – situazione della quale iniziavo appena ad afferrare il significato – ed era felicemente sposata con Giorgio della Croce, segretario di Sua Santità papa Sisto IV. Ma lei e mio padre coltivavano un’amicizia sincera e affettuosa, ed erano in profondo accordo su come dovessero essere allevati i loro figli.

Quando fummo più vicini alla porta sentii il mormorio sommesso di mia madre e la voce più forte di mio padre. «Non gli resta ancora molto da vivere» stava dicendo.

Mi girai verso Lucrezia e mi portai un dito alle labbra. Lei annuì di nuovo, determinata a rispettare la sua promessa. Mi avvicinai di soppiatto alla soglia, seguito a ruota dalla mia sorellina.

«…se pensi di poterci riuscire» sentii dire da mia madre.

«Ho intenzione di essere eletto papa in questo conclave, Vannozza» annunciò lui. La notizia mi colse di sorpresa, ma in realtà me lo sarei dovuto aspettare. Non ero uno stupido, e la mia consuetudine a spiare le loro conversazioni mi aveva messo al corrente di molte delle ambizioni di mio padre. Tuttavia, il tono fermo e deciso con cui aveva pronunciato le ultime parole era inequivocabile: mio padre intendeva veramente diventare papa, il capo della cristianità, guida sacra di Roma.

Lanciai un’occhiata a Lucrezia: i suoi grandi occhi grigio-blu erano spalancati per lo stupore, ma fortunatamente non aveva fiatato.

«Aspetto questo momento da anni» proseguì lui. «Non devo fallire.»

«E cosa mi dici di Della Rovere?» chiese mia madre. «Se avesse abbastanza sostenitori da impedire la tua elezione?»

«Non devo fallire» ripeté lui. «Convincerò i sostenitori di Della Rovere a sposare la mia causa, a qualunque costo.»

«Ma se lui…»

Si udì riecheggiare un suono forte e penetrante. Il cardinale doveva aver battuto la mano sul tavolo di legno laccato. «Non ci sono “se”, Vannozza.»

«Come vuoi tu» rispose lei, con voce dolce ma ferma. «Ma non è opportuno sottovalutare i propri nemici e farsi trovare impreparati.»

«Pensare all’insuccesso significa ammetterne la possibilità, e in quel caso sei spacciato» ribatté mio padre, alzando la voce. «Tutto dipende da quest’elezione! O forse non vuoi il meglio per i nostri figli?»

«Sono certa che ci siano altri modi per dare ai nostri figli ciò che desideri, anche se…»

«No» sbottò lui. «Devo riuscirci, per loro e per me stesso. Deve andare così, Vannozza, lo sai. Io diventerò papa, Cesare seguirà le mie orme nella Chiesa, Giovanni deterrà il potere militare della Santa Sede e Lucrezia sposerà il miglior partito che riusciremo a trovarle. Saremo la famiglia più ricca e potente d’Italia, e nessuno oserà mai più sputare sul nome dei Borgia.»

Non riuscii a sentire la risposta di mia madre, ma non mi importava. Le parole di mio padre mi riecheggiavano fragorosamente nelle orecchie. Cesare seguirà le mie orme nella Chiesa…

Per un bambino che amava cavalcare, lottare, duellare per gioco con le spade e adorava le lezioni di storia militare, suonava come una condanna a morte. Mi avevano sempre appassionato le imprese del grande condottiero romano Giulio Cesare. Dal mio punto di vista non esisteva occupazione migliore per un uomo che essere un soldato, un conquistatore. Ero consapevole dell’enorme potere esercitato da mio padre nelle vesti di uomo di Chiesa, ma si trattava di un tipo di potere diverso, e di certo non quello che avrei scelto per me.

Per non parlare dell’idea di fare di quel debole di mio fratello Giovanni un militare, un generale! Era troppo, non potevo sopportarlo. In un momento di follia, accecato dallo sconcerto, dalla rabbia e dall’invidia, mi ritrovai a spalancare la pesante porta di legno e a fare irruzione nella stanza.

«Cesare!» esclamò mio padre, sorpreso.

«Vi prego, padre, ditemi che non è vero!» gridai. «Volete fare di me un uomo di Chiesa?»

«Cesare, vergognati!» mi rimproverò mia madre. «Stavi origliando? È un comportamento che si addice alla servitù, non a un gentiluomo!»

La ignorai, consapevole che una punizione sarebbe stata inevitabile. Tenni lo sguardo fisso su mio padre e insistetti: «Non voglio diventare un prete! Fate prendere i voti a Giovanni e lasciate che sia io il vostro generale! Posso farlo, ne sono certo!».

«Cesare, torna subito nelle tue stanze!» tuonò mia madre, avanzando verso di me. «Non sta a te…»

Infine mio padre prese la parola, interrompendola. «È stato deciso tutto prima che tu fossi in grado di parlare» disse. La sua voce era tranquilla, non esprimeva alcuna rabbia. Stava esponendo un dato di fatto, non offrendo una spiegazione. «Io sarò papa, e un giorno a te toccherà lo stesso destino.» Mi fissò intensamente, ma senza alcuna traccia della sua consueta, gioviale dolcezza. «Non desideri diventare un uomo a cui gli altri si rivolgono per chiedere consiglio, un uomo che realizza grandi imprese per conto della Santa Madre Chiesa? Non vuoi contribuire alla grandezza della tua famiglia?»

Si rivolse a me da uomo a uomo, non come un adulto che parla a un bambino. Non era mai successo prima, e sentirmi trattato alla pari mi aiutò a placare l’impeto di collera. Raddrizzai le spalle. «Sì.»

«Bene. Fidati di me quando dico che so cos’è meglio per la famiglia.» La sua voce aveva riassunto un tono sussiegoso, ma non era riuscita a spezzare l’incantesimo. «Ora torna nelle tue stanze.» Un attimo dopo l’espressione austera sparì e un sorriso gli increspò gli angoli della bocca. «E porta con te tua sorella.»

Mi girai di scatto verso la soglia, ma non vidi Lucrezia. Doveva essersi nascosta di nuovo. Annuii, mi voltai e lasciai il salone, chiudendomi la porta alle spalle.

«Nostra madre è arrabbiata con te» commentò lei, acquattata contro il muro.

«Sì, lo so.»

Fece un paio di passi nella mia direzione. «Ti punirà?»

«Non lo so, Crezia.» Mi avviai verso le nostre stanze, come mi era stato detto, con mia sorella alle calcagna.

«Cesare,» disse lei dopo qualche istante di silenzio «perché sei così triste? È perché devi diventare cardinale?»

«Sì, credo di sì.» L’effetto dell’incantesimo di mio padre non si era ancora esaurito del tutto, ma la mia delusione era palpabile. Ad ogni modo, ritenevo le macchinazioni del mio cervello di nove anni troppo complesse per la piccola Lucrezia, così non aggiunsi altro.

«E io devo sposarmi?» chiese. «È questo che ha detto nostro padre?»

«Sì.»

«Come nostra madre e il signor Della Croce?»

«Sì, solo che…» Lasciai la frase a metà, perdendomi nelle riflessioni sul destino di Lucrezia. Altri timori mi fecero contorcere le viscere. «Nostro padre ti sceglierà un marito, e tu andrai a vivere con lui.»

Il suo faccino angelico parve sconvolto, e mi pentii subito di essere stato la causa di quel turbamento. «Lui non mi manderebbe mai lontano, vero? Non voglio vivere senza di lui, o senza di te, né senza nostra madre, Giovanni e Goffredo.»

«Sei una femmina, Crezia» replicai, offrendole la spiegazione migliore che mi venne in mente. «Le femmine devono sposarsi.»

Lei ci rifletté un attimo. «Posso sposare te, Cesare?» chiese alla fine. «Così non dovrei lasciarti!»

Non potei fare a meno di sorriderle, malgrado il misto di delusione e orgoglio che mi offuscava la mente. La mia prima proposta di matrimonio. «No» risposi paziente, stringendole una mano. «Non ci si può sposare tra fratelli, è contro la legge divina. Inoltre, se il mio destino è diventare cardinale, non potrò prendere moglie.»

Lei aggrottò la fronte, sforzandosi di pensare. Il viso le si accese di gioia all’affacciarsi di un’altra idea. «Potremmo fare cambio!» annunciò trionfante. «Farò io il cardinale al tuo posto, e tu potrai sposarti!»

Scoppiai a ridere e l’abbracciai. «Oh, sorellina. Le donne non possono diventare cardinali. Bisogna essere uomini, come nostro padre.» La strinsi forte. «Anche se sono sicuro che con la tua intelligenza saresti un ottimo cardinale, se ti fosse permesso.»

Lucrezia ricambiò il mio abbraccio. «Ti voglio bene, Cesare» mi sussurrò all’orecchio. «Non ti lascerò mai.»

Mi allontanai per guardarla negli occhi. Con tutta la sicurezza e l’arroganza di un bambino cresciuto nel privilegio, le feci una promessa che mi avrebbe perseguitato negli anni a venire. «Non permetterò che ti mandino via, marito o non marito. Lo giuro sulla Beata Vergine.»

Gli occhi di Lucrezia, già molto devota fin da bambina, si spalancarono. «Allora dobbiamo pregare, Cesare» bisbigliò, quasi timorosa. «Invochiamo la Vergine perché non ci separino.»

Mi prese per mano e mi trascinò nella piccola cappella del palazzo. Si mise in ginocchio, fece il segno della croce, chiuse gli occhi e cominciò a pregare. Mi inginocchiai accanto a lei, commosso dalla sua fede, e feci altrettanto.

Dio, Santa Maria Vergine, chiunque mi ascolti… Aiutatemi a mantenere la mia promessa. E per favore, fate ricredere mio padre. Non che non desideri servirvi, mi affrettai ad aggiungere, temendo di risultare offensivo. Ma so che darei il meglio come soldato, guidando eserciti nel vostro nome.

Non mi veniva altro da aggiungere, così mi misi a sedere e guardai Lucrezia terminare le sue preghiere, con le labbra che si muovevano in silenzio e le sopracciglia aggrottate per la concentrazione. «La Vergine ci darà ascolto» mi assicurò con aria convinta quando ebbe finito. «Non preoccuparti, Cesare.»

Sorrisi della sua devozione ingenua e infantile. «Se lo dici tu, sarà così di certo.»

PRIMA PARTE

La casata dei Borgia

Roma, agosto 1492 – ottobre 1493

1

Maddalena

Roma, agosto 1492

Gli incessanti rintocchi delle campane di San Pietro annunciavano la morte del papa. La dipartita di Innocenzo era ben lungi dall’essere inattesa: il Santo Padre si era ammalato di recente, e l’estate torrida aveva ulteriormente debilitato il suo fisico, così come quello di ogni altra persona nelle strade affollate di Roma.

Essendo una domestica di basso rango, non avevo assistito Sua Santità in prima persona, ma tutti in Vaticano sapevano che la malattia era durata parecchi giorni, una febbre violenta e inesorabile. E girava voce che il Santo Padre avesse sostenuto di poter guarire bevendo il sangue dei bambini, e che il suo medico personale gliene 

avesse procurato una certa quantità. Nessuno era in grado di confermare se la diceria fosse vera, ma il dottore era stato visto portare un calice sospetto nella camera da letto del papa ogni notte per una settimana.

Tuttavia, che si fosse macchiato o meno di un atto così orrendo, non spettava a me giudicare le azioni del vicario di Cristo sulla terra. Appena sentii le campane mi recai nella cappella della servitù a pregare perché fosse accolto alle porte del paradiso da San Pietro, suo predecessore, con tutti gli onori dovuti al più alto servitore di Dio.

All’uscita della cappella incontrai Federico Lucci, che consideravo il mio migliore amico tra i domestici del Vaticano. Era stato gentile con me quando ero appena arrivata, spiegandomi le mie mansioni, aiutandomi a orientarmi nell’immenso palazzo e mettendomi al corrente anche di tutti i pettegolezzi. Probabilmente era convinto che non mi accorgessi delle occhiate che mi lanciava quando credeva che fossi distratta, ma i suoi occhi castani erano così belli e intensi che non potevo certo affermare che mi dispiacesse. «Sarà meglio che tu venga con me» disse quando mi vide.

«Dove?» domandai, incamminandomi al suo fianco.

«Nella Cappella Sistina. Deve essere pulita in previsione del conclave. Mi è stato detto di radunare più domestici possibile.»

Sentii il mio cuore palpitare dalla gioia. Sarei stata proprio in quel palazzo durante il conclave. Nello stesso edificio in cui sarebbe stato eletto il futuro pontefice, in cui si sarebbe fatta la storia. Sarei stata in un certo senso testimone dell’evento. Avrei forse potuto sperare di meglio quando avevo deciso di trasferirmi nella città santa?

Il mio caro zio Cristiano, Dio lo abbia in gloria, me lo diceva di continuo: «La provvidenza trova sempre una via». Era un prete, e sarebbe stato orgoglioso di vedermi servire nella casa del Santo Padre. Mi sarebbe piaciuto potergli raccontare che sarei stata presente, o quasi, all’elezione del papa. Forse, in fondo, a prescindere da ciò che mia madre pensava del mio trasferimento, era stato il volere divino a portarmi a Roma, a scegliermi come testimone dell’operato della Chiesa.

Ritenere che Dio in persona mi avesse convocata in seno alla sua Chiesa era senza dubbio una manifestazione di superbia. Mi feci subito il segno della croce e rivolsi la mia attenzione a Federico.

«È impegnativo, allora?» chiesi. «Preparare la cappella per il conclave?»

Federico si lasciò sfuggire un fischio. «Certo che sì. I cardinali resteranno rinchiusi lì dentro per giorni, settimane persino, anche se probabilmente si porteranno dietro i loro mobili e ornamenti preferiti. Dormiranno, mangeranno e cagheranno tutti nello stesso posto finché non si metteranno d’accordo su un nuovo papa.»

Mi feci il segno della croce a quella blasfemia. «Ma Dio verrà in loro aiuto, per guidarli» osservai mentre raggiungevamo le pesanti porte di legno della cappella. «Non sono i cardinali a doversi mettere d’accordo sul nuovo papa: sono in ascolto e in attesa che Dio riveli la sua volontà, no? E infine tutti esprimeranno il proprio voto per il prescelto da Dio.»

All’ingresso nella cappella fui sopraffatta dallo stupore. Non ci ero mai entrata prima. Le pareti erano adorne degli affreschi più belli e colorati su cui avessi mai posato lo sguardo. Vi erano raffigurate scene della Bibbia, ma con un realismo tale da darmi l’impressione che i personaggi potessero staccarsi dal muro per venire a conversare con noi. La semplice chiesa del mio villaggio, dove fin da piccola avevo assistito alla messa, non poteva vantare niente di simile, e da quando ero arrivata in Vaticano non avevo ancora avuto occasione di entrare in nessuna delle sale più 

importanti. E anche se così fosse stato, non avrei mai osato indugiare con lo sguardo sui dipinti o sugli oggetti preziosi dei cardinali. In quel momento ero libera di farlo. Mi avvicinai più che potevo a uno degli affreschi, una delle tentazioni di Cristo in cui era raffigurato insieme al diavolo sul pinnacolo di un tempio, con lo sguardo rivolto verso una folla di gente. Osservai sbalordita le pieghe delle stoffe, i dettagli dei ricami in oro sulle vesti del sacerdote, la trama dei capelli e della pelle, così realistica che mi venne voglia di sfiorarla per controllare che fosse veramente soltanto pittura. E poi l’angolazione perfetta di teste e arti che faceva sembrare tutte le figure del dipinto in movimento. Alzai gli occhi e vidi che la volta azzurra della cappella era punteggiata di stelle dorate dipinte, a simboleggiare il cielo.

A pochi passi di distanza, Federico scuoteva la testa, sorridendo. «Il prescelto da Dio» ripeté, riportandomi alla nostra conversazione. «Dimenticavo che sei a Roma da poco, mia dolce Maddalena. Scoprirai in fretta come funzionano davvero le cose in Vaticano.»

 

Alyssa Palombo, americana, è un’apprezzata autrice di romanzi storici e un’appassionata di storia rinascimentale. Ha studiato letteratura e musica, si diletta a suonare il pianoforte e ha una formazione classica da mezzo soprano. Vive e lavora a Buffalo, New York.

alyssapalombo.com

 

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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