Segnalazione: “La locanda del bianco Natale” di Colleen Wright edito da Newton Compton Editori. Dal 14 Novembre 2019 in tutte le librerie e on-line. estratto

Cari lettori, tra due mesi sarà Natale e iniziano ad arrivare dei bellissimi romanzi, ecco un’ anticipazione…

Trama

Il regalo più bello è sempre il più inaspettato

Una piccola locanda nel Vermont è il posto perfetto in cui trascorrere le vacanze natalizie. Quando però una tempesta di neve rende inagibili tutte le strade nei dintorni, gli ospiti sono preoccupati di non riuscire a trascorrere il Natale da sogno che desideravano. Molly vorrebbe concentrarsi sul libro che sta scrivendo, ma fatica a trovare l’ispirazione. L’affascinante Marcus, un altro ospite della locanda, è esattamente la distrazione di cui non ha bisogno… Hannah sognava un matrimonio suggestivo, celebrato in un’atmosfera invernale, ma il suo fidanzato l’ha lasciata a un giorno dalle nozze, senza che lei sospettasse nulla. L’incontro con Luke, un amico d’infanzia appena arrivato per fare visita a sua nonna, potrebbe essere l’occasione per ritrovare il sorriso. Jeanne e Tim sono i proprietari della locanda. Gli affari non vanno benissimo e sono talmente preoccupati all’idea di chiudere che il loro matrimonio sta entrando in crisi. Ma, adesso che gli ospiti hanno bisogno di loro, non esitano a rimboccarsi le maniche per regalare a tutti un Natale speciale.

È arrivato il periodo più magico dell’anno

«Uno splendido racconto di Natale, che diverte e scalda il cuore.»

«La storia dolcissima di un gruppo di persone molto diverse tra loro, riunite insieme dal destino.»

«La lettura perfetta per aspettare e festeggiare il Natale.»

Estratto

Uno

Quando la locanda apparve in cima alla salita, alla fine del viale coperto di neve, rannicchiata tra le pieghe delle dolci colline pedemontane del Vermont, Molly Winslow non poté fare a meno di scoppiare in una gran risata.

Da quando aveva preso la svolta dalla via principale, le sue aspettative non avevano fatto che crescere sempre di più. Ben presto aveva scorto l’insegna in legno dipinta a mano, grande quasi quanto la sua auto, su cui campeggiava un disegno in stile vittoriano della locanda stessa, rappresentata in tutto il suo splendore festivo. Le mura erano ornate di ghirlande composte con aghi di pino, le finestre inondate da una luce calda e il viale d’accesso affollato di ospiti radunati intorno a un abete illuminato alto il doppio dell’edificio. C’erano perfino carrozza e cavallo, tanto per completare il quadro.

Molly aveva scelto quella struttura, fra tutte le più incantevoli che si contendevano i turisti del periodo natalizio, proprio basandosi su dettagli come quelli. Le recensioni della Locanda Evergreen erano ottime, ma a dire il vero lei si era innamorata delle immagini: una rosa in miniatura color magenta poggiata accanto a fiocchi di burro disposti a formare delle piccole galline o delle margherite, le incredibili trapunte di velluto realizzate a mano disponibili in ciascuna stanza, le antiche cristallerie azzurre che scintillavano come zaffiri nella cucina spaziosa.

Grazie a un’approfondita ricerca su Internet, Molly sapeva perfino che l’insegna della Locanda Evergreen, pensata per attirare i clienti dalla via principale, cambiava a ogni stagione: in autunno, un altro disegno rappresentava i meravigliosi colori di quella stagione nel Vermont, mentre in primavera era un tripudio del rosa e bianco dei fiori di melo.

Chiunque avesse deciso i dettagli della Locanda Evergreen doveva essere un artista, secondo Molly. Ed essendo una specie di artista anche lei, ne era stata attratta. Il suo lavoro consisteva nel creare mondi nuovi basandosi solo su una manciata di parole e di immagini.

Ma essendo un’artista, era anche consapevole dell’enorme differenza che a volte poteva esserci tra la visione grandiosa di colui che creava e ciò cui riusciva a dar vita nella realtà, tra ciò che aveva promesso e ciò che poteva generare.

E in quel periodo, per lei, non era soltanto un’idea astratta. La scadenza fissata per il suo nuovo libro le toglieva il sonno da settimane, ormai. E nelle lunghe notti in bianco, tra le sue enormi preoccupazioni non aveva fatto capolino nemmeno un barlume d’ispirazione.

Ecco perché, tra gli altri motivi, era riuscita a convincersi che quel soggiorno natalizio nel Vermont non era solo un futile lusso che si stava concedendo, ma un vero e proprio viaggio di lavoro. Era un’opportunità per lasciare ogni preoccupazione a casa, a Brooklyn, spostandosi in un ambiente in cui fosse più facile scovare qualche nuova idea prima che l’ansia la raggiungesse.

Eppure, nonostante una parte di lei desiderasse abbandonarsi a quel nuovo mondo, dentro di sé aveva ancora una quantità sufficiente di intransigenza cittadina da risalire il lungo viale mantenendo un certo scetticismo. Era molto raro che un’esperienza fosse all’altezza delle sue aspettative. Anche se quando era rimasta delusa, cosa che era capitata piuttosto spesso, era riuscita comunque a ricavarne una buona storia.

Proprio per questo motivo, dopo diversi minuti di salita tortuosa e accidentata, quando infine la locanda divenne ben visibile dietro una fila di alberi innevati, si mise a ridere.

Quel posto non era affatto delizioso come l’aveva immaginato.

Lo era molto di più.

Aveva pensato che l’immenso abete lungo il viale fosse solo un’invenzione artistica, e invece eccolo lì, pieno di luci scintillanti. E il tetto verde della locanda non era solo ornato di aghi di pino, ma i festoni erano disseminati di fiocchetti di velluto rosso e intrecciati da quelli che sembravano rami di vite argentati. Sull’ampio portico c’era un cavallo a dondolo laccato di un rosso acceso, con una coperta a scacchi rossi e neri sotto la sella da bambini.

Non appena fermò l’auto sulla rotonda che girava intorno alla base dell’abete e aprì lo sportello, Molly fu investita da un’incredibile miscela di profumi: quello pungente del pruno, un leggero sentore di fumo che proveniva dall’enorme camino che, come sapeva, l’aspettava all’interno, e una forte nota di cannella, che doveva senz’altro arrivare da uno dei vari comignoli della struttura traballante.

Non solo: la neve leggera che l’aveva accompagnata durante la prima parte del viaggio aveva cominciato ad attaccare sul serio non appena aveva raggiunto le strade di campagna del Vermont, scendendo in fiocchi grossi e morbidi. Imbiancava il tetto verde, i rami spogli delle querce e gli aghi di pino, depositandosi silenziosa tutto intorno, mentre lei tirava fuori la valigia dal portabagagli e avanzava verso la porta d’ingresso con la sensazione di essersi risvegliata in una di quelle sfere di vetro con dentro la neve.

“Anzi”, pensò sognante “potrebbe essere proprio questa una storia: una ragazzina si trova all’improvviso in un mondo chiuso in un globo di vetro…”.

Ma non appena mise piede all’interno, i suoi pensieri vennero interrotti di nuovo dalla bellezza del mondo reale.

Era in un atrio ampio, separato dall’edificio principale da una ghirlanda di ginepro le cui bacche blu e rosa spiccavano tra bouquet di rose selvagge. Una lampada a petrolio con una fiamma vera era accesa su un tavolinetto appena dietro la porta, accanto a un piattino di peltro pieno di caramelle dall’aria allettante con un’etichetta che diceva, in una grafia elegante, “Caramello al rosmarino”.

Dritto davanti a sé Molly vedeva il fuoco guizzare nel camino che dominava la grande sala piena di mobili imbottiti e cuscini in pelliccia ecologica. Gli addobbi natalizi abbondavano: in un angolo c’era un alto albero di Natale ricoperto di decorazioni in stile vintage, e in quello opposto un grande presepe che sembrava intagliato a mano. Tutto intorno al soffitto splendevano luci tra i rami di pino, di ginepro e di rose rosse che adornavano anche l’ingresso.

Alla sua destra riconobbe la serie di tavoli dell’elegante sala da pranzo della locanda. Su ciascuno c’era una composizione floreale realizzata con pino e stella di Natale e a una finestra c’era un Babbo Natale vintage, con naso e guance arrossati, come se fosse entrato fuggendo dal freddo un attimo prima di lei.

Chissà come, però, non si accorse della donna dietro il bancone, alla sua sinistra, finché non sentì una voce tenue ma allegra chiamarla. «Lei deve essere Molly».

Molly si voltò di scatto e vide un’anziana signora, minuta e vivace, che le sorrideva. Si chiese se non l’avesse notata perché sembrava proprio la moglie di Babbo Natale, o quantomeno la rappresentazione ideale di una nonna su una cartolina natalizia d’altri tempi: l’ennesimo dettaglio perfetto di quel luogo, con i capelli bianchi raccolti in uno chignon, gli occhiali allungati stile cat-eye, e la linda camicia a quadri blu e verdi.

«Esatto», rispose Molly avvicinandosi al bancone, che era in legno di cedro rossastro, tirato a lucido. Solo quando posò la valigia a terra si domandò come facesse la donna a conoscere il suo nome.

«Io sono Iris», si presentò l’altra.

«Molly», borbottò lei, ma si sentì una sciocca.

Iris però era già impegnata a fare altro. Selezionava tasti sullo schermo del computer di fronte a sé e descriveva le proprie azioni con un gran sorriso.

«Molly Winslow… arrivo il ventitré dicembre…».

Poggiò una grossa chiave d’ottone sul bancone.

«Alloggerà nel Nido di pettirosso», dichiarò facendo un cenno col capo in direzione della scala che svaniva dietro un muretto alla sua sinistra. «Quindi l’ultimo piano è tutto suo. Salga le scale, fino in cima».

«Okay».

«Ah, e siccome siamo nel periodo natalizio, i pasti sono inclusi nel costo della stanza», aggiunse Iris. «Quindi faccia in modo di sfruttarli al massimo. Tutto qui!».

«Okay», ripeté Molly, faticando a credere che un check-in potesse essere tanto semplice. Forse nel Vermont consegnavano le chiavi a chiunque entrasse? Non aveva nemmeno controllato i suoi documenti. «Sono a posto così, quindi?»

«A posto così», disse Iris con aria soddisfatta. Poi sollevò lo sguardo. «Mi servirà solo conoscere il nome di chi la raggiungerà, per sapere dove sistemarlo».

«Ah», fece lei, cercando di mantenere un tono leggero. «Sono da sola».

Iris non disse a voce alta: «Da sola? A Natale?», ma l’espressione incredula che le si dipinse in volto mise bene in chiaro il concetto.

«Ho solo voglia di pace e tranquillità», riprese Molly. «Devo finire un libro, mentre sono qui».

«Un libro?», ripeté Iris. L’interesse nel suo sguardo si dileguò, lasciando il posto a un’aria confusa. «Ma la sua prenotazione è solo per…».

«Per qualche giorno», concluse Molly al suo posto. «So che non basta a scrivere un romanzo intero. Scrivo libri per bambini».

«Ah!», esclamò la donna, in estasi. «Anch’io ho scritto un libro per bambini!».

Molly fece uno sforzo per non incurvare le spalle in modo troppo vistoso. Quella risposta le arrivava almeno il settantacinque percento delle volte dai suoi interlocutori. E poi la guardavano come se non riuscissero a capacitarsi di come potesse guadagnarsi da vivere con una cosa che loro avevano fatto in un pomeriggio, o al massimo in un weekend.

“E forse hanno ragione”, si disse. In quel momento sentiva di avere molta meno inventiva di ognuno di loro.

«Parla del mio nipotino, Luke», continuò Iris. «Quando era molto piccolo, era convinto che le torte di mele crescessero sugli alberi di torte di mele, solo che poi…».

«Sembra fantastico!». Molly prese la chiave dal bancone e si dipinse in volto quel che sperò fosse il suo sorriso più smagliante. «Grazie mille per l’aiuto», aggiunse, arretrando verso le scale. «Sono curiosissima di vedere la stanza».

«Luke è qui da qualche parte», disse Iris. «Se vuole posso fargli portare i bagagli di sopra».

Molly però stava già trascinando il suo trolley su per le scale. «Ce la faccio», rispose. «Nessun problema, lo porto io. Grazie!».

Due rampe di scale più su trovò una terza rampa, più corta, che conduceva a un piccolo mezzanino su cui si apriva una porta. Una ghirlanda di feltro con delle foglie di lana e figurine di uccellini costruite con cura formava il cartello “Nido di pettirosso”.

All’interno, la stanza rispondeva esattamente alla descrizione: un’ampia e spaziosa suite all’ultimo piano, con il soffitto costellato da una serie di lucernari e un grande letto a baldacchino coperto da una trapunta di velluto in colori gioiello, alcuni divanetti accoglienti e un’altra stanza con una grande scrivania antica, con tanto di poltrona da capitano e un paio di divani-letto. Come gli ambienti al piano terra, anche lì abbondavano le decorazioni natalizie. Una candela accanto al letto, avvolta da un fiocco di velluto rosso, mandava un dolce profumo di cannella che si mescolava con il fresco sentore del ginepro e del mazzolino di rose appeso sulla testiera del letto. E su un tavolo era stata sistemata una serie di statuine di stagno battute a mano: Babbo Natale con le sue renne, unite tra loro da un filo rosso sottile.

Molly issò all’istante il trolley sul porta valigie in fondo al letto e cominciò a disfarlo, appendendo gli abiti nel grande armadio di legno, che recava l’immagine dipinta a mano di due pavoni, e sistemando una pila di libri e il computer sulla scrivania.

L’ultima cosa che tirò fuori dalla valigia fu l’enorme sciarpa azzurra di cachemire di sua madre. Gliel’aveva vista indosso migliaia di volte, soprattutto negli ultimi giorni di vita, quando sembrava che la sua stanza non fosse mai abbastanza calda. Quando la vide, in quel momento, ebbe un tuffo al cuore, anche se portava con sé l’idea che quello sarebbe stato il primo Natale senza di lei.

Insieme avevano creato tradizioni di tutti i tipi dopo la morte di suo padre, quando Molly era ancora una bambina. Non aveva mai riflettuto su cosa avrebbe fatto quando anche sua madre non ci fosse stata più.

Forse perché pensava che allora avrebbe avuto una famiglia tutta sua.

Il flusso dei suoi pensieri fu interrotto dal suono di passi sulle scale, seguito da quello che le parve un leggero tramestio alla porta.

«Chi è?», chiese.

«Salve!», rispose una voce amichevole. «Sono Jeanne, vengo dal piano di sotto! Le ho portato alcune cose».

Ma quando Molly aprì la porta, a entrare fu un enorme Bovaro del Bernese, con le sue tipiche macchie crema e caramello sul morbido mantello nero.

Il cane fece un rapido giro della stanza, annusando l’aria come un vero segugio, poi zampettò verso di lei, dandole un’allegra testata sugli stinchi con aria estatica e festosa.

«Cassandra!», la richiamò la donna dietro di lei, cercando di fermarsi dietro le orecchie delle ciocche di capelli rossi che erano sfuggite alla coda di cavallo mentre trasportava un grosso cesto di vimini con un braccio. «Cassie! Giù. Seduta!».

L’enorme cane obbedì e si sedette, ma un attimo dopo si distese sul tappeto intrecciato a mano, rotolando sulla schiena e riprendendo a dimenarsi.

Molly si chinò ad accarezzare la pancia morbida di Cassie. «Non c’è problema», disse. «Adoro i cani».

«Ce ne andiamo subito», rispose Jeanne. Poggiò il cesto coperto su un tavolinetto accanto alla porta. «Qui c’è solo qualche stuzzichino. Pane di mais alla cannella, un panino con cheddar del Vermont alla griglia e un thermos di sidro caldo», disse con un sorriso. Poi si affrettò ad aggiungere: «Ma se preferisce della cioccolata calda, posso farla portare subito».

Molly si tirò su, con grande sgomento di Cassie, convinta che non potesse esistere attività più gratificante al mondo che grattarle la pancia.

«Il sidro è perfetto», disse. «Anche questo posto lo è. In ogni dettaglio, dal cartello all’ingresso alla ghirlanda nel corridoio…».

«Be’», fece Jeanne, illuminandosi per il complimento, «è per il matrimonio. In genere non mettiamo rose fresche in inverno. Però quella ghirlanda l’ho fatta io».

«Matrimonio?», ripeté Molly.

Jeanne annuì. «Un matrimonio natalizio», confermò. «Una famiglia fantastica», aggiunse. «Vengono qui da anni. Da quando abbiamo aperto».

Molly si accorse che l’espressione di Jeanne si adombrò per un attimo, ma ne fu distratta dalla fitta che avvertì al cuore. Sul serio era infastidita all’idea che nella locanda si sarebbe svolto un matrimonio?

Forse sì. Delle nozze comportavano invitati, testimoni e ricevimenti, tutti elementi che avrebbero contribuito a ricordarle che lei, invece, era lì per trascorrere il Natale da sola.

Per scacciare quel pensiero, aprì il coperchio del cestino. Si levò un leggero vapore dal pane di mais alla cannella poggiato accanto al formaggio grigliato avvolto con cura nella carta cerata. Da un lato, per non farli sciogliere troppo in fretta, c’erano due pezzetti di burro a forma di albero di Natale.

«Che meraviglia», disse Molly. «Grazie di cuore».

«Di nulla», rispose Jeanne. «Cassie?».

Con quello che parve uno sforzo terrificante, il cane gigante si levò da terra, poi scese le scale con un’agilità sorprendente obbedendo a un’occhiata significativa della donna.

«Ci trova di sotto», riprese Jeanne. «Se le serve qualcosa… per esempio ricevere leccate estatiche da una palla di pelo gigante».

Molly rise mentre Jeanne chiudeva la porta.

Ma quando si ritrovò di nuovo in quella stanza vuota, sentì una fitta di solitudine. Per non pensarci tirò fuori il pane alla cannella dal cestino, lo tagliò in due e vi mise in mezzo un velo di burro. Poi andò verso il letto, salì e si avvolse intorno al collo la sciarpa, osservando gli splendidi motivi disegnati sulla trapunta mentre aspettava qualche istante che il burro si sciogliesse. Sua madre, pensò, sarebbe stata felicissima di vederla lì. Avrebbe adorato quella locanda e ogni dettaglio della camera, oltre al fatto che qualcuno sfruttava ancora la sua sciarpa preferita. In fondo stava seguendo una tradizione di famiglia, e cioè quella di creare nuove tradizioni.

Il primo morso al panino fu perfetto: burroso, caldo e ricco di sapore, con una piccola nota speziata. “Esiste qualcosa di meglio?”, si chiese.

Due

«Ehi, ehi, ehi!», disse Jeanne in tono minaccioso a suo marito, Tim, che stava allungando sulla grande isola della cucina una mano segnata dal lavoro avvicinandosi un po’ troppo a uno dei biscotti a forma di rosa che lei aveva appena glassato: golosa pastafrolla coperta di glassa fatta seguendo l’antica ricetta di famiglia, cui poi Jeanne aveva dato con grande fatica la forma di una rosa perfetta. «È incredibile, sei peggio di Cassie».

Sul tappetino accanto al caminetto della cucina, Cassie sollevò la testa speranzosa, poi la poggiò di nuovo a terra con aria abbattuta quando capì che qualcuno aveva fatto il suo nome senza nemmeno avere la gentilezza di allungarle almeno una briciola da mangiare.

«E dai», protestò Tim. «Credi che si accorgeranno che manca un solo biscottino?».

Le sorrise, ma Jeanne scrollò il capo, convinta. «Le madri delle spose vedono tutto».

«Le dirò che l’ha mangiato il cane», disse lui provando di nuovo a prenderlo.

«Tim», lo ammonì lei in tono deciso. «Dico sul serio».

Alle sue spalle sentì il suono di Cassie che si metteva seduta, in allerta, per il cambio di tono nella sua voce.

Tim sollevò le mani, senza sorridere più e distogliendo lo sguardo da lei come se temesse che qualsiasi cosa potesse dire l’avrebbe fatta scattare.

Jeanne si sentì invadere dalla frustrazione. Aveva cercato di scherzarci su e lui non le aveva dato ascolto.

Adesso Tim si comportava come se fosse lei quella con cui era difficile andare d’accordo. Ma dentro di lei si smosse anche qualcosa. La vista della sua figura alta, dei suoi riccioli sale e pepe e della sua barba che cominciava a imbiancarsi un bel po’ le facevano ancora un certo effetto.

«Scusami», disse. «È solo che stamattina ho dato un’occhiata ai conti, e questi biscotti non sono affatto economici. In pratica c’è solo burro, lì dentro».

«C’è solo il meglio», disse Tim.

Jeanne gli lanciò un’occhiata, senza riuscire a capire se fosse solo un commento innocente o una frecciatina. Era stato il loro motto quando si erano trasferiti insieme nel Vermont per creare quel luogo, abbandonando una vita fatta di spietate logiche aziendali. All’inizio avevano sempre trovato un accordo nel prendere decisioni durante la conversione dell’antica struttura di una fattoria in una locanda di prima categoria.

Meglio le tegole in cemento o di legno?

Dovevano ordinare lenzuola a mille o millecinquecento fili?

Solo il meglio.

Erano stati bravissimi, ovviamente. Tim aveva trovato un paio di ragazzini nelle fattorie vicine disposti a tagliare il legname nella loro proprietà per qualche settimana, sistema che aveva consentito loro di risparmiare molto rispetto a un acquisto da un fornitore commerciale. Jeanne invece aveva fatto amicizia con un’anziana egiziana del quartiere dei tessitori di New York che l’aveva aiutata a scovare i prezzi migliori in modo da ottenere le lenzuola più raffinate a un prezzo minore di quelle che si trovavano in svendita nei grandi magazzini.

Ma cinque anni dopo l’apertura, proprio quando avevano cominciato a ricavare un misero profitto dai loro sforzi, aveva aperto lo Starlight Lodge a un passo da loro: un hotel di lusso con duecento camere a una ventina di chilometri di distanza, con accesso diretto alle piste da sci della montagna privata, una sala da ballo, due piscine e un parco acquatico per bambini.

All’inizio nessuno dei due se ne era preoccupato granché, limitandosi a fare battute sul concetto di avere una “montagna privata”. Quando avevano aperto la locanda, erano stati felicissimi di sapere che lì vicino c’erano delle piste da sci. Ed erano sicuri che i prodotti artigianali di alta qualità offerti dalla Locanda Evergreen fossero così diversi da quelli del bestione in cima alla strada che non si sarebbero mai fatti concorrenza per accaparrarsi lo stesso tipo di ospite.

Ma negli anni seguire avevano visto il flusso di clienti diminuire sempre di più, e Tim aveva cominciato a mettere continuamente in dubbio le scelte di Jeanne sulla gestione della locanda.

«Perché dobbiamo per forza servire solo cibo biologico?», le chiedeva. «E se comprassimo quelle piccole candele LED, invece di bruciarne tante vere?».

Ogni minimo dettaglio, ogni minuscolo e splendido dettaglio ormai sembrava un pretesto per litigare. C’erano giorni in cui Jeanne si convinceva che tutti i loro problemi dovevano essere stati per forza causati da lei, dal suo modo di scialacquare i soldi, anche se non faceva altro che ragionare sui conti, passando intere notti insonni a cercare nuovi modi per risparmiare qualche spicciolo in più. C’erano giorni in cui vedeva solo rosso, si sentiva sola e abbandonata, come se Tim fosse venuto fin lassù con lei solo per rinunciare al loro sogno alla prima difficoltà.

Eppure ciò che provavano loro non aveva alcuna importanza: niente sembrava poter arrestare il lento prosciugarsi delle loro scarse finanze. Due anni prima avevano preso un mutuo, sperando che qualche miglioramento e qualche annuncio pubblicitario ben fatto potessero smuovere le acque. Ma nonostante tutti gli sforzi fatti, le prenotazioni si erano ridotte ancora di più. Tutti prendevano solo la strada per lo Starlight Lodge.

Quell’anno avevano fatto fatica per tutta la stagione a pagare le bollette, ed erano riusciti a malapena a versare la rata del mutuo.

L’ultima volta in cui avevano guardato i conti insieme, poi, erano giunti alla terribile conclusione: non potevano permettersi di tenere aperta la struttura per Natale. Non potevano più permettersi di sperare. Al termine della stagione avrebbero chiuso i battenti e cercato di vendere, sperando di riuscire almeno a coprire i debiti, per poi tornare in città e pregare di poter riottenere i lavori che avevano sperato di aver abbandonato per sempre.

Quella mattina non aveva nemmeno in programma di guardare i libri contabili se non per pagare gli ultimi conti del mese prima della fine dell’anno. Compilare gli assegni e inserire le voci di debito una dopo l’altra aveva lasciato Jeanne con un senso di vuoto nel cuore, come se ogni cifra scritta in qualche modo venisse da dentro di lei.

Tim sapeva benissimo cosa intendeva quando gli aveva detto che aveva appena sistemato dei conti. Ma allora perché aveva scelto un momento del genere per scontrarsi con lei in quel modo? Jeanne lo fissò, la sacca con la glassa in una mano, cercando di interpretare la sua espressione, ma lui si limitò a fare il giro del bancone per andare a dare una bella grattata a Cassie.

«Ehi», disse da sopra una spalla mentre Cassie si dimenava allegra. «Stamattina ho sistemato quella porta rotta nel capanno in giardino».

«Il capanno in giardino?», ripeté lei.

Tim annuì. «Mi sembrava che pendesse sul bordo della soglia», disse, «così ho piallato un po’ la soglia, ma poi mi sono reso conto che in realtà si erano storti i cardini. È stata una fortuna, perché stavo per cercare di piallare anche la porta per farla scorrere meglio, ma se l’avessi fatto, una volta sistemati i cardini, mi sarei ritrovato con una fessura di due centimetri sotto la porta».

Le lanciò una rapida occhiata, poi diede una bella grattata alla criniera color bianco e caramello di Cassie.

Come sempre, pensò Jeanne, Tim pensava quasi solo alle questioni pratiche. «Ti ho detto del capanno quest’estate», disse. L’aveva fatta diventare matta per tutta la stagione. Quando voleva aprire la porta non si apriva, e quando voleva chiuderla non si chiudeva.

«Lo so», disse Tim con una nota infastidita nella voce. «Non me ne ero dimenticato».

Jeanne avvertì il proprio fastidio crescere a sua volta. L’abilità di Tim nei lavori manuali e di muratura era stata uno degli elementi che avevano consentito loro di aprire – e di restare aperti tanto a lungo. Adesso, però, ogni volta che aveva bisogno di lui sembrava che fosse sempre nel fienile o in cortile, impegnato a nutrire qualche animale della fattoria o a lavorare a qualche progetto. A riparare un posto che non potevano più permettersi.

«Ma perché proprio oggi?», gli chiese. «Due giorni prima di Natale?»

«Quest’estate cercavo di sistemare altre cose», rispose lui, e la sua irritazione ormai inequivocabile. «Come costruire la pergola per la vite senza la quale secondo te gli ospiti non sarebbero mai sopravvissuti».

«Era una richiesta particolare», fece lei. «Per un matrimonio».

«Avresti preferito che non lo facessi?», domandò Tim, tirandosi su.

«Mi sembra uno spreco di tempo, tutto qui», disse Jeanne. «Sistemare il capanno sapendo che l’estate prossima non saremo nemmeno qui». Mentre lo diceva le vennero le lacrime agli occhi. C’era stato un tempo in cui Tim non sopportava di vederla piangere, mentre adesso il suo viso si adombrò di fronte alla sua reazione.

Tim se ne andò verso la porta che dalla cucina dava sul cortile, si fermò e chiamò Cassie con un fischio. Il grosso cane si alzò, rivolse uno sguardo interrogativo a Jeanne ma poi lo seguì trotterellando.

Jeanne si asciugò le lacrime, si rese conto di essersi sporcata il viso con la glassa e prese della carta assorbente per pulirsi.

“Forse se non riusciamo a salvare questo posto non importa”, pensò. Non erano le lenzuola raffinate o la carne biologica a costituire il suo sogno. Il suo sogno riguardava solo lei e Tim. Ma anche se in teoria dovevano gestire la locanda insieme, si sentiva più sola che mai.

Per molto tempo aveva pensato che fossero le difficoltà finanziarie la causa dei loro problemi. Ma se Tim avesse trovato un milione di dollari in qualche angolo nascosto del fienile, avrebbero risolto tutto?

Era da così tanto tempo che non sentiva più una connessione reale con lui che non lo sapeva più.

E non voleva nemmeno pensare a cosa sarebbe potuto succedere quando non avessero più avuto quel posto in cui lavorare insieme e fossero dovuti tornare in città a fare un lavoro che nessuno dei due desiderava.

Jeanne gettò il foglio di carta da cucina nel cestino, fece un respiro profondo, riprese in mano il sacchetto della glassa e cominciò a decorare un altro biscotto.

Proprio in quel momento delle campanelle a vento dall’altra parte della cucina cominciarono a tintinnare: un ingegnoso sistema di avvertimento creato da Tim anni prima per avvisare che qualcuno era entrato dalla porta principale senza che dovesse suonare un citofono che avrebbe disturbato gli altri ospiti.

Era probabile che fosse il corteo nuziale, immaginò Jeanne, perché era atteso più o meno per quell’ora.

E se era così, doveva andare a dare una mano a Iris. Era da lei che avevano comprato la fattoria. Alla donna faceva piacere poter partecipare ancora alle attività di quel luogo, e per eanne e Tim era una gioia poterla avere con sé.

Il problema era che Iris non se la cavava benissimo con i dettagli nemmeno nelle circostanze migliori, e più alto era il numero di ospiti che doveva gestire in una volta, più aumentavano le probabilità che combinasse qualche pasticcio…

 

 

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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