Recensione del romanzo “L’ultimo bicchiere di Klingsor” di Torgny Lindgren edito da Iperborea

L’ultimo bicchiere di Klingsor
Autore: Torgny Lindgren
Tradotto da: Carmen Giorgetti Cima
Casa editrice: Iperborea
Genere: narrativa svedese
data di pubblicazione: 12 maggio 2016
pag: 205

Trama

In un podere perso tra le foreste e gli acquitrini del profondo Nord, Klingsor si vota all’arte dopo un’esperienza quasi mistica. Vagando nel bosco trova l’ultimo bicchiere usato da un avo per la sua sbronza di Pentecoste: rimasto saldo a un legno storto per quasi un secolo, si è fieramente raddrizzato, puntando verso le stelle. Per Klingsor è una rivelazione, la chiave di lettura dell’esistenza: la materia vive esattamente come noi, non c’è confine tra vita e morte. Puntando dritto alla “verità” come il bicchiere suo Graal, il taglialegna illuminato, omonimo del mago wagneriano e dell’artista di Herman Hesse, fa un corso di pittura per corrispondenza e dà inizio a una nuova arte, che ammette solo nature morte per penetrare la loro vita intima. Dall’accademia di Stoccolma ai circoli di Parigi, Klingsor attraversa l’intera scena artistica come il nuovo Cézanne, dipingendo brocche, tazze e caraffe, sempre le stesse sulle stesse tele, strato su strato in dipinti identici uno all’altro, cercando di vedere attraverso le cose, convinto che “il futuro appartiene alla radiografia”. Maestro del gioco intellettuale, capace di toccare con lo humour e il paradosso inattese altezze di pensiero, Lindgren crea un personaggio che sfugge a ogni canone vivendo l’arte in tutti i suoi significati per interrogarsi sul rapporto tra materia e spirito. Con i suoi quadri monotoni e “autentici”, il suo filosofeggiare saggio e folle, la sua coerenza e ostinazione, lotta eroicamente per dipingere il segreto della vita.

“L’arte è probabilmente l’unico scopo della vita.”

Il romanzo di Torgny Lindgren ci racconta la storia  del pittore Klingsor e di come un bicchiere dimenticato molto tempo prima nel bosco da un suo avo gli abbia aperto gli occhi sulla sua esistenza.

“Si era per così dire calato nella condizione del bicchiere ,che poi in realtà era la condizione di tutte le sostanze e materie primordiali ,aveva guardato nel profondo di sé e constato di essere fatto della stessa pasta del Bicchiere, che tutta la materia morta era nel proprio intimo viva, che l’esistenza umana nel suo precipitoso avanza re in fondo non si distingueva neanche un po’ dalla vita lenta e riflessiva di tutte le altre cose.
Era questo che voleva  imparare a rappresentare in immagini .
<<Non c’è nulla,>> scriveva <<che separi la vita dalla morte.>>”

E fu così, che dopo quell’incontro con il Bicchiere, per Klingsor iniziò la sua carriera di pittore.
In primis inizia a dipingere come autodidatta, dopo inizia a prendere lezioni di pittura per corrispondenza da Fanny. Le lezioni diventeranno il mezzo per lo scambio di opinioni sulla pittura e sull’esistenza.
Il pittore lascia la sua famiglia, e  dopo aver studiato a Stoccolma e a Parigi si reca da Fanny, i due non sono solo legati dalla stessa passione per la pittura ma da qualcosa di più profondo.
Klingsor  trova nel dipingere la natura morta la sua ragione di vita.


“A lui era stata dunque assegnata una missione, o se vogliamo un incarico: doveva ritrarre gli oggetti morti  in modo che la loro vita diventasse visibile. La loro vita più intima.”

Klingsor nella sua vita non sperimentò altri genere di pittura ,per lui dipingere oggetti inanimati era lo scopo della sua vita, non esisteva confine tra la vita e la morte, perché la materia, anche se inanimata, è vita e la vita è materia.


Torgny Lindgren ha creato un personaggio con una personalità molto singolare  e pragmatica ,che attraverso la sua arte si addentra nei meandri della vita e dell’arte.
Una narrazione lenta e scorrevole, non mi ha entusiasmato come storia ma nello stesso momento non posso dire che non mi sia piaciuto. Dovessi dare un voto, darei 3 su 5.
Ho scoperto che la narrativa svedese non è il mio genere preferito!

 

“Per quel che lo riguardava, la rivelazione era giunta sotto forma di bicchiere che aveva trovato nella foresta, un bicchiere che ancora lo seguiva attraverso la vita e che nel suo sforzo di diventare diritto aveva acquistato una ridicola stortezza,
Era successo nel periodo di passaggio tra l’infanzia e la vita adulta. Era, per così dire, entrato nella foresta bambino ,aveva trovato il bicchiere, ed era uscito  nei  campi coltivati adulto. I suoi occhi si erano aperti alla vita delle cose morte ,al fatto che gli oggetti racchiudono vita, che nel profondo sono altrettanto vivi di noi; che tendono verso l’alto esattamente come noi, che nulla è morto, che la vita si svolge all’ interno di tutta la materia.”

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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