Segnalazione: “Il meraviglioso Natale delle sorelle McBride” di Sarah Morgan edito da HarperCollins. In libreria dal 14 Novembre 2019. Estratto

Trama

Non è quello che sta sotto l’albero a rendere il Natale perfetto, ma ciò che c’è intorno.

Nella suggestiva cornice delle Highlands innevate, Suzanne McBride sogna un Natale indimenticabile con le sue figlie adottive, che dopo molto tempo torneranno a casa per le vacanze. Non vede l’ora che la famiglia sia riunita, eppure la tensione è alle stelle. Hannah, una razionale donna in carriera, sa che non può evitare di trascorrere il Natale con la famiglia, ma non sono le aspettative dei suoi cari a spaventarla, quanto piuttosto il segreto che custodisce. Beth, felicemente sposata e madre di due bambine, sta vivendo un momento di crisi, e stare con le sorelle dovrebbe aiutarla a rilassarsi, non farla innervosire! Posy, infine, non è soddisfatta della sua vita, ma i genitori dipendono da lei, e andarsene di casa le sembra rischioso… anche se non quanto innamorarsi dell’affascinante Luke. Così, per realizzare il suo sogno, Suzanne non può che affi darsi alla magia del Natale, sperando di far capire alle figlie che il loro legame è abbastanza forte da resistere a tutto. Anche a un Natale in famiglia.

Estratto

 Alla splendida Lisa Milton,
con affetto e gratitudine.

 

La vita è fatta in modo tale che un evento non è,
non può essere, non sarà mai, pari alle aspettative.

Charlotte Brontë

1

Suzanne

Ci sono anniversari belli e anniversari brutti. Quello era uno di quelli brutti, e Suzanne lo celebrò con un incubo.

Al solito era sepolta viva, incapace di muoversi, intrappolata sotto un enorme peso, che l’opprimeva come cemento. Neve ovunque: in bocca, nel naso, nelle orecchie. Tutta quella forza e quella potenza la schiacciavano. A che profondità era? Dov’era l’alto e dove il basso? Sarebbe venuto qualcuno a cercarla?

Provò a urlare, ma non c’era niente, niente…

«Suzanne…»

Qualcuno la chiamava ma lei non riusciva a rispondere. Né a muoversi. O a respirare. Si sentiva stritolare il torace.

«Suzanne!»

La voce attraversò l’oscurità e il panico.

«Stai sognando!»

Sentì qualcosa che le sfiorò la spalla e il movimento la catapultò fuori dalla tomba di gelo riportandola alla realtà. Si tirò su a sedere e portò una mano alla gola. Ansimava.

«Va tutto bene» disse la voce. «È tutto a posto.»

«Ho fatto… un sogno. Il sogno.» Era stato così reale che temette di ritrovarsi circondata dal ghiaccio, non da lenzuola stropicciate.

«Lo so» continuò Stewart, la sua mano le accarezzava dolcemente la schiena. «Stavi urlando.»

E, in quel momento, si accorse che era pallido e preoccupato.

Per situazioni come quella avevano la loro routine, ma era passato molto tempo dall’ultima volta.

«Era così vivido. Ero 

Stewart accese la luce. Un bagliore fievole si diffuse per la stanza, illuminando gli angoli bui e scacciando gli ultimi strascichi dell’incubo. «Sei al sicuro. Guardati attorno.»

Suzanne lo fece, con la mente ancora intrappolata sotto la neve.

Ma di neve non ce n’era, così come non c’erano valanghe. Solo la sua accogliente camera da letto al Glensay Lodge, dove le ultime braci ardevano nel focolare e l’oscurità di quella notte d’inverno senza fine s’insinuava da una fessura nelle tende. Quelle tende le aveva fatte lei, da un sontuoso tessuto tartan che aveva trovato la prima volta che era venuta in Scozia. La madre di Stewart sosteneva che fosse il tartan del clan, ma a Suzanne interessava soltanto che quelle tende tenessero fuori il freddo nelle notti gelide e rendessero confortevole la camera. Anche la trapunta ripiegata ai piedi del letto era opera sua.

Sul tavolino vicino alla finestra, era appoggiata una bottiglia di whisky single maltproveniente dalla distilleria, con accanto il bicchiere vuoto di Stewart.

C’erano la sua sedia preferita e i cuscini morbidi e imbottiti. Il suo libro, un romanzo che in verità non le stava piacendo molto, era aperto vicino al lavoro a maglia. Il giorno prima era arrivata della lana nuova, e i colori l’avevano entusiasmata. Le tonalità profonde dei viola e dei blu, contro le sfumature più tenui di erica e crema, erano pronte a ravvivare la tavolozza di bianchi e grigi che aveva tinto il paesaggio fuori dalle finestre. La lana le ricordava l’erica selvatica della Scozia che cresceva nel glen all’inizio e alla fine dell’estate. Il pensiero la rallegrò. Con la bella stagione, le piaceva fare delle passeggiate il mattino presto e ammirare il brugo mentre il sole del mattino fendeva la foschia.

E c’era Stewart. Stewart, con gli occhi buoni e la pazienza infinita. Stewart, che era al suo fianco da oltre tre decenni.

Era nelle Highlands scozzesi, a decine di migliaia di chilometri dalle pendici ghiacciate del Monte Rainier. Eppure, l’incubo incombeva su di lei come una nebbia gelida che le avvelenava la mente.

«Era più di anno che non facevo quel sogno.» Aveva la fronte madida di sudore e la camicia da notte appiccicata alla pelle. Stewart le stava offrendo un bicchiere, lei lo prese.

L’acqua diede sollievo e frescura alla gola secca, ma la mano le tremava tanto che ne rovesciò un po’ sulla coperta. «Come si fa ad avere ancora incubi dopo venticinque anni?» Avrebbe voluto dimenticare, ma il suo corpo non glielo permetteva.

Stewart le tolse il bicchiere di mano e lo appoggiò sul comodino. Poi la strinse tra le braccia. «È quasi Natale, è sempre un periodo difficile.»

Lei gli appoggiò la testa sulla spalla, confortata dal suo calore. Non c’erano neve e ghiaccio, ma carne e sangue.

Viva.

«Adoro questo periodo, perché le ragazze tornano a casa.»

Gli cinse la vita con il braccio. Voleva tanto riuscire a smettere di tremare. «L’anno scorso non è successo, non ho fatto l’incubo neanche una volta.»

«Probabilmente è stato per la telefonata di Hannah.»

«È stata una telefonata piacevole. Viene a casa per le feste, è una notizia meravigliosa, non può causare incubi.» Ma era sufficiente a innescare pensieri e ricordi.

Sospettava che anche la povera Hannah ne avesse.

Stewart aveva ragione a dire che quel periodo non era mai facile.

«Sono passati due anni dall’ultima volta in cui Hannah, Beth e Posy sono state qui, insieme.»

«E sono emozionata.» Si sentì sollevata all’idea. «Sarà ancora più speciale, perché l’anno scorso Hannah non è potuta venire.»

«Quindi hai più aspettative.» Stewart aveva un tono stanco. «Non metterle pressione addosso, Suzanne. È dura per lei, e tu ci rimarrai male.»

«Non ci rimarrò male.» Sapevano entrambi che era una bugia. Ogni volta che Hannah prendeva le distanze dalla famiglia, faceva male. «Voglio solo che sia felice.»

«L’unica persona che può rendere felice Hannah è Hannah stessa.»

«Ciò non toglie che voglia aiutarla. Sono sua madre.» Colse il suo sguardo. «Sono sua madre.»

«Lo so. E, se vuoi la mia opinione, è molto fortunata ad averti.»

Fortunata? Non c’era stato niente di fortunato nei primi anni di vita delle sue figlie. All’inizio, Suzanne aveva avuto il terrore che la vita di Hannah sarebbe stata rovinata a causa di quello che era successo durante la sua infanzia, ma poi si era resa conto che la responsabilità di non permettere che succedesse era sua.

Aveva fatto tutto il possibile per compensare il dolore e determinare il loro futuro. Voleva soltanto il bene per le sue figlie, e il fardello che portavano era enorme. Il peso era opprimente e certi giorni ne rimaneva quasi schiacciata. Lo aveva trasferito anche su di lui.

La sindrome del sopravvissuto.

«Ho paura di non aver fatto abbastanza, di non aver fatto bene.»

«Sono sicuro che ogni genitore lo pensa, di tanto in tanto.»

Suzanne fece scivolare le gambe fuori dal letto, sollevata di potersi alzare in piedi. E camminare. E respirare. E guardare l’alba. Ruotò le spalle e si accorse che le facevano male. Aveva compiuto cinquantotto anni in estate, e se li sentiva addosso tutti. Il dolore era reale o era un ricordo? «È stato brutto, il sogno. Ero tornata là.»

A soffocare in una tomba di neve.

Anche Stewart si alzò. «Si attenuerà con il tempo.» Prese la vestaglia. «Non ti chiedo se ne vuoi parlare, perché tanto non lo fai mai.»

E questa volta non era diversa.

Non poteva far smettere gli incubi, ma poteva impedire all’oscurità di infiltrarsi nelle sue ore di veglia. Era il suo modo di riprendere il controllo. «Dovresti tornare a dormire.»

«Sappiamo entrambi che è impossibile dormire dopo questi incubi. Tra l’altro, fra un’ora ci dobbiamo alzare comunque.» Aveva i capelli ritti sulla testa e gli occhi cerchiati dalla fatica. «Abbiamo un gruppo di venti, stamattina, al Parco Avventura. Sarà un bel traffico. Non è una cattiva idea alzarmi presto.»

«Sono esperti?»

«No. Una classe in gita scolastica per una settimana.»

Fu presa dall’ansia. D’istinto, l’avrebbe supplicato di non andare, ma sarebbe stato come cedere alla paura, e significava anche dover chiedere a Stewart di rinunciare a qualcosa che amava e lei non l’avrebbe mai fatto. «Sta’ attento.»

«Sempre.» Stewart la baciò e andò alla porta. «Caffè?»

«Sì, grazie.» Il pensiero di rimanere a letto non le piaceva per niente. «Mi faccio una doccia veloce e poi comincio con i preparativi.»

«I preparativi per cosa?»

«Solo un uomo può fare una domanda del genere. Pensi che il Natale arrivi e basta?» Si allacciò la vestaglia, sapendo per esperienza che tenersi occupata era il modo migliore per scacciare le ombre dalla mente. «Mancano poche settimane, voglio che sia tutto pronto per tempo, così potrò stare di più con le nostre nipotine. Pensavo di comprare qualche altro giocattolo, in caso faccia brutto. Non voglio che si annoino. A Manhattan hanno così tante cose da fare.»

«Se si annoiano possono dare una mano con gli animali: dar da mangiare ai polli con Posy, o radunare le pecore… possono cavalcare Socks.»

Socks era il pony di Posy. A diciotto anni, si stava godendo una pensione ben meritata e ricca di fieno nei campi che circondavano il Lodge.

«Beth si agita quando cavalcano.»

Stewart scosse la testa. «Beth si agita per un sacco di cose. È iperprotettiva, lo sai anche tu. I bambini non si rompono così facilmente.»

«Come se tu non fossi stato il padre più protettivo di sempre. Specialmente con lei.»

Sorrise imbarazzato. «Posy era una palla di gomma. Rimbalzava. Beth era un esserino delicato.»

«È sempre stata la cocca di papà, se è diventata una madre iperprotettiva sappiamo entrambi il perché.»

«Non sto dicendo che non la capisco, ma bisogna lasciare che i bambini si divertano un po’. Che esplorino. Che facciano degli errori. Che vivano la loro vita.»

«Più facile a dirsi che a farsi.» Suzanne sapeva di essere lei per prima troppo protettiva. «Parlerò con Beth. Proverò a convincerla a lasciare che le bambine cavalchino. E se sarà brutto tempo daranno una mano in cucina. Possiamo preparare qualcosa al forno.»

«Ecco un’idea estrema…» Stewart prese il suo bicchiere vuoto, lasciato lì la sera prima. «Invece di stressarti con i preparativi, perché non facciamo qualcosa di tranquillo, quest’anno? Prendila più con calma.»

Suzanne spalancò la bocca. «Pensi che la tavola si imbandisca per magia? Che Babbo Natale porti i regali già impacchettati?»

Ma, in fondo, quel commento gli si addiceva tanto da farla ridere. A un estraneo sarebbe potuta sembrare così tradizionale da sfiorare il ridicolo, ma la sua vita era esattamente come voleva che fosse.

«Ti convincerò che il segreto del relax è la pianificazione. Voglio che sia speciale.» Il fatto che fosse l’unico momento in cui le loro tre figlie passavano del tempo insieme aumentava la pressione affinché tutto fosse perfetto. Andò alla finestra, tirò le tende e appoggiò la fronte sul vetro freddo. Dalla stanza, la vista spaziava per tutto il glenLa neve luccicava, riflettendo il muto bagliore della luna e lanciando i suoi riflessi sulla superficie piatta del lago. Il loch era incorniciato dalla foresta ammantata di neve, al di là della quale svettavano le montagne, nella loro mortale bellezza.

Conosceva il pericolo che si annidava su quei picchi innevati, eppure ne avvertiva ancora l’attrazione. Non avrebbe mai potuto vivere lontano da quelle cime, ma aveva chiuso con le arrampicate invernali. Con Stewart, facevano delle camminate a bassa quota, in inverno, e percorsi più impegnativi in primavera e in estate, quando le temperature si alzavano e la neve si ritirava.

«È stato da egoisti, trasferirci qui? Avremmo dovuto vivere in una città?»

«No. E smettila di pensarlo.» Aveva parlato con voce dura. «È il sogno. Sai benissimo che è il sogno.»

Sì, lo sapeva. Amava vivere lì, in quella terra di bruma e di monti, di laghi e leggende.

«Mi preoccupo per Hannah.» Si voltò. «Per quello che le provoca stare qui.»

«Io sono più preoccupato di quello che provoca in te il fatto che lei venga qui. Forse, sono tormentato dai fantasmi del Natale passato.» Ripose il bicchiere e si sfregò la fronte. «Devi darle un po’ di respiro, Suzy. Non puoi aggiustare tutto, anche se non smetterai mai di provarci.» La luce addolcì i tratti spigolosi del suo viso, facendolo sembrare più giovane.

Il lavoro lo manteneva in forma, c’erano giorni in cui dimostrava a malapena cinquant’anni, figuriamoci sessanta. L’unica cosa che tradiva la sua età era la sfumatura argentea dei capelli, la stessa che avrebbe luccicato nei suoi se non avesse deciso di ricorrere a un aiuto artificiale.

Si erano innamorati mentre lavoravano insieme come guide alpine, quando la vita sembrava una grande avventura. All’epoca non pensavano ad altro che alla prossima arrampicata, alla vetta successiva. Erano rimasti insieme da allora e, per la maggior parte del tempo, la loro vita era andata avanti a un ritmo piacevole. Ritmo che veniva puntualmente sconvolto in quel periodo dell’anno.

Il passato non se ne andava mai, pensò. A volte sbiadiva, altre era poco più di un’ombra, ma era sempre là.

«Renderò il Lodge il più confortevole possibile. Hannah lavora così tanto.»

«Anche tu. La tua vita non si limita alle ragazze, Suzanne. Gestisci un’attività fiorente e, al caffè, questi sono i giorni più indaffarati dell’anno.»

«Mi hai appena ricordato che ho ancora quaranta calze da fare per raccogliere fondi per la squadra di soccorso alpino. Grazie per avermi mandato in ansia.»

Stewart sorrise e prese i suoi vestiti dalla sedia, dove li aveva lasciati la sera prima. «Ecco, questa sì che la voglio vedere. Il resto della truppa con addosso le calze. Farò una bella foto da postare sulla pagina Facebook della squadra.»

Suzanne gli fece una smorfia. «Non sono da indossare, scemo, sono da riempire di regali. Le vendiamo bene. E prima che tu mi prenda in giro, vorrei farti notare che con i guadagni dell’anno scorso abbiamo preso un nuovo apparecchio di ricerca in valanga e abbiamo contribuito a comprare quella bella barella che usate.»

«Lo so.»

«Allora perché…»

«Mi piace stuzzicarti. Mi piace la faccia che fai quando ti arrabbi. Arricci le labbra e ti vengono quelle fossette adorabili e… ehi!» Si abbassò per evitare il cuscino che gli aveva lanciato addosso. «L’hai fatto davvero? Ma quanti anni hai?»

«Abbastanza da aver sviluppato una mira perfetta.»

Lui gettò i vestiti di nuovo sulla sedia e la trascinò sul letto, sotto di lui.

Lei si lasciò cadere sul materasso con un gemito. «Stewart!»

«Che c’è?»

«Abbiamo un sacco di cose da fare.»

«Già, è vero.» Abbassò la testa, e l’ultima cosa che lei vide prima che la baciasse fu il luccichio divertito dei suoi occhi azzurri.

Quando si alzarono dal letto la seconda volta, i primi timidi raggi di sole filtravano dalle tende.

«E ora sono in ritardo.» Stewart si precipitò in bagno. «È colpa tua.»

«E perché sarebbe colpa mia?»

Ma lui era già sotto la doccia, canticchiando un motivetto stonato tra gli spruzzi d’acqua.

Suzanne rimase sdraiata per un attimo, con la mente intorpidita e soddisfatta, e il sogno quasi dimenticato.

Sapeva di dover iniziare a lavorare a quelle calze.

Il lavoro a maglia era la forma di rilassamento perfetta, anche se ci aveva messo anni a scoprirlo.

Aveva iniziato solo dopo i trent’anni.

All’inizio, era stato il suo modo di dimostrare affetto alle bambine. Le vestiva e le circondava di calore. Quando aveva preso in mano ferri e lana la prima volta, non era stato soltanto per fare un maglione, era stato per rimettere insieme i frammenti della sua famiglia, prendendo fili diversi, spezzati o avanzati, e trasformandoli in un tutt’uno.

Stewart uscì dalla doccia, sfregandosi i capelli con un asciugamano. «Vuoi che mi procuri un albero di Natale, mentre torno a casa?»

«Ha detto Posy che ci avrebbe pensato lei. Vorrei aspettare ancora qualche giorno, non ci servono aghi di abete in giro prima di Natale. Quanti ne mettiamo quest’anno? Pensavo uno in salotto, uno all’entrata e uno nella sala TVMagari anche uno in camera di Hannah.»

«Sicura che non ne vuoi uno per lo stanzino degli scarponi? E per il bagno di sotto?»

Lei lo guardò attentamente. «Ci sono ancora un sacco di cuscini che potrei tirarti addosso.»

Ma di certo lui l’aveva distratta dal suo incubo. Sapeva che era stata esattamente la sua intenzione, e lo amava per quello.

«Sto solo dicendo che forse dovresti lasciarne qualcuno nella foresta.» Gettò l’asciugamano bagnato sullo schienale della sedia ma, cogliendo la sua occhiata, lo prese e lo rimise in bagno. «Tutti gli anni ti fai in quattro per trasformare questo posto in qualcosa che sta a metà tra il paese delle fate e il laboratorio di Babbo Natale.» Si vestì in fretta, con tutti gli strati che il suo lavoro richiedeva. «Hai grandi aspettative, Suzanne. Non è facile esserne all’altezza.»

«È vero che può essere un po’ stressante quando le ragazze sono tutte insieme…»

«Sono donne, non ragazze, e un po’ stressante è un eufemismo.»

«Magari quest’anno sarà diverso.» Suzanne tolse le lenzuola dal letto. «Beth e Jason sono felici. Non vedo l’ora di avere qui le bambine. Appenderò le calze e preparerò un sacco di dolcetti. E Hannah non dovrà fare niente, perché ho in mente di preparare tutto prima che arrivi, così potrò passare un po’ di tempo con lei. Voglio farmi raccontare le ultime novità.» Tenne le lenzuola strette al petto. «Se solo incontrasse qualcuno di speciale, allora…»

«Allora cosa farebbe? Se lo mangerebbe a colazione?» Stewart scosse la testa. «Ti pregherei di non dirlo davanti a lei. Le relazioni di Hannah sono affar suo. E non penso sia poi tanto interessata ad averne.»

«Non dire così.» Suzanne rifiutava di credere che fosse vero.

Hannah aveva bisogno di una relazione sincera. Aveva bisogno di una famiglia sua, il suo cerchio di protezione. Era così per tutti.

Suzanne l’aveva desiderato con tutta se stessa. Lo sognava già a sei anni. Aveva passato l’infanzia con una mamma troppo ubriaca per accorgersi della sua esistenza. Più tardi, quando gli organi interni di sua madre avevano ceduto per i troppi e continui abusi, Suzanne era stata data in affido. In ogni tema che aveva scritto a scuola, raccontava di far parte di una famiglia affettuosa. Nei suoi sogni, aveva dei genitori e dei fratelli. A dieci anni si era rassegnata al fatto che non sarebbe mai stato vero.

Alla fine, fu mandata in un istituto, e lì aveva incontrato Cheryl. Era diventata la sorella che aveva sempre desiderato e Suzanne riversò nella loro amicizia tutto l’amore che aveva da donare. Erano state così unite che la gente pensava fossero imparentate.

L’amore di Cheryl aveva riempito tutti i buchi e i vuoti nella sua anima, come una colla che aveva legato insieme i frammenti. Aveva smesso si sentirsi sola e sperduta. Non voleva più essere adottata, perché avrebbe significato dover lasciare l’istituto e Cheryl.

Avevano condiviso la stanza. Avevano condiviso i vestiti e le risate. I sogni e le speranze.

Il ricordo era ancora vivo e il bisogno di sentire la risata contagiosa di Cheryl era tanto forte che Suzanne allungò quasi la mano verso il telefono.

Erano passati venticinque anni dall’ultima volta che avevano parlato, eppure il bisogno di farlo non era mai svanito.

La parte di lei che sentiva la mancanza dell’amica non era mai guarita.

«Suzanne? A cosa stai pensando?» La voce di Stewart la riportò al presente.

Lui aveva sempre pensato che Cheryl avesse una cattiva influenza su di lei.

L’ironia della sorte: Suzanne non lo avrebbe mai incontrato se non fosse stato per Cheryl. Non sarebbe diventata una guida alpina se non fosse stato per lei.

 

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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