“Gli adorabili gatti di Nancy jones” di Amy Bratley edito da Newton Compton editori. In libreria e on-line dal 31 Ottobre 2019. Estratto

Trama

Autrice del bestseller Amore, zucchero e cannella

Tutti in città conoscono Nancy Jones. Ama i gatti, la sua casa fatiscente in riva al mare e il lavoro nella scuola locale, dove si occupa dei bambini che hanno più bisogno di aiuto. Nancy si sforza di non rimuginare troppo sul passato e sulle conseguenze che ha avuto sulla sua vita attuale e non condivide i suoi segreti con nessuno. È meglio che alcune porte rimangano saldamente chiuse. Un giorno, però, accetta di badare al gatto di una vicina e, una volta entrata in casa, la sua attenzione viene catturata da una fotografia, racchiusa in una cornice rosso acceso. Quell’immagine la catapulta all’improvviso indietro nel tempo, riaprendo antiche ferite. Nancy non sa cosa la spaventi di più: se affrontare tutti i ricordi dolorosi legati al suo passato o aprirsi al mondo, provando ancora una volta ad avere fiducia negli altri. Per anni si è barricata dietro un muro, nel tentativo di proteggere il suo cuore, ma forse è arrivato il momento di ritrovare il coraggio di amare.

Un’autrice da oltre 400.000 copie

Numero 1 nella classifica italiana

Tutti in città conoscono lady Jones, la signora dei gatti

Hanno scritto di lei:

«La favola di Amy Bratley: da freelance è diventata reginetta.»
Corriere della sera

«Molta intelligenza e ironia nel romanzo di Amy Bratley.»
Il Venerdì di Repubblica

«Amy Bratley: la formula magica del bestseller.»
Vanity Fair

«Non è il solito scontato romanzo d’amore ma un racconto che ci aiuta a guardare dentro di noi e a riscoprire il sapore delle piccole cose quotidiane. Per tornare a sorridere e ad amare anche quando ci hanno fatto il cuore a pezzi.»
Donna Moderna

 

Estratto 

Per mia mamma, Anne Cook

I gatti sono più compassionevoli
e affettuosi degli esseri umani.

Florence Nightingale

Uno

La chiave per aprire il cuore di Nancy Jones le fu recapitata direttamente nella buca delle lettere alle 7:35 di mattina mentre distribuiva crocchette per gatti in cinque piattini blu. La chiave sbatacchiò a terra, il cartellino appeso a una cordicella recitava: “Sig.na Jones, Gattara, rif. Evelyn Road 38, come concordato”. Con la vestaglia saldamente allacciata intorno al corpo, Nancy socchiuse la porta per sbirciare fuori nella speranza di intravedere almeno la schiena della persona che gliel’aveva lasciata. Non c’era anima viva, solo l’abbaglio del sole che la costrinse a sbattere ripetutamente le palpebre. La cosa non la stupì: nessuno si azzardava a bazzicare per il suo cortile, a parte i gatti. D’altronde, non era certo un giardino particolarmente accogliente. Era un intricato groviglio di arbusti incolti dominato da imponenti agrifogli e disseminato di inquietanti balle di rovi simili a rotoli di filo spinato in un campo militare. I ragazzini usavano l’erba alta a mo’ di discarica, gettandovi lattine di energy drink e contenitori da fast-food vuoti. L’inverno precedente, qualcuno ci aveva lasciato un vecchio materasso e a lei erano occorse due settimane per racimolare il coraggio di farlo rimuovere.

«La gente pensa che sia una casa abbandonata», aveva detto il netturbino mentre Nancy tremava nel cardigan.

«Che insolenti», aveva cercato di scherzare lei abbozzando una risatina, prima di battere rapidamente in ritirata alla ricerca di una parete a cui sorreggersi, paonazza per la vergogna. Ma se era vero che il giardino era una landa desolata e l’esterno della casa piuttosto fatiscente, l’interno era tutta un’altra storia… o quasi. Si era trasferita lì tredici anni prima, la cittadina di Christchurch nel Dorset scelta sotto le lenzuola inamidate di un letto d’ospedale di Northampton.

Quando aveva varcato la soglia, le era parso di essere stata catapultata in un passato lontanissimo; la coppia di anziani che ci aveva vissuto fino a quel momento non stendeva una mano di bianco dalla fine degli anni Quaranta. Nancy aveva sbrigativamente passato in rassegna le stanze. Le pareti verde bosco, le carte da parati con i gelsomini, le piastrelle a scacchi e le tende a motivi floreali si erano avvicendate in un turbinio indistinto tratteggiando una scena d’altri tempi. A convincerla a restare era stato un fiero gattone bianco e grigio con una coda morbidissima, le cui fusa somigliavano alla musica di una trombetta.

La casa era situata nei pressi del molo storico di Christchurch, dove gli artisti di strada dipingevano accanto al chiosco della musica, l’acqua era solcata dai cigni e dalle barche da diporto e le rovine del castello normanno e la chiesa del priorato si ergevano accanto a un rivenditore di waffle in stile americano. Ma l’aspetto che Nancy preferiva di quel luogo erano le grida dei gabbiani. Di sera, i loro strilli componevano una cacofonia simile a quella di un complesso di flauti i cui membri si fossero messi a soffiare negli strumenti tutti insieme.

Prese la chiave e andò a infilarsela nella borsa; era ora di prepararsi per andare alla scuola elementare St Joseph, dove lavorava. Sotto lo sguardo incuriosito di cinque paia di occhi felini, Nancy osservò il proprio nome sul cartellino. Sig.na Jones. Anni prima era stata una signora, ma di quella Nancy non c’era più alcuna traccia. L’amico gallese che si era offerto di occuparsi gratuitamente del servizio fotografico delle nozze alla fine della giornata le aveva lasciato il rullino Kodak da far sviluppare. Lei lo aveva portato tutta contenta da Snappy Snap, scegliendo il servizio di stampa in un’ora, e non aveva nemmeno aspettato di essere uscita dal negozio prima di aprire la busta. Tutti e trentasei gli scatti erano vuoti. L’amico non aveva chiuso bene la parte posteriore della Pentax e la luce aveva guastato la pellicola. Lei gli aveva comunque spedito una bottiglia di Scotch accompagnata da un bigliettino: “Le foto sono venute benissimo, grazie mille!”. Il certificato di matrimonio era andato perduto, la fede giaceva nell’astuccio di una gioielleria e l’abito di pizzo color avorio era stato donato a Help the Aged, un’associazione di aiuto agli anziani. Una prova che quel matrimonio fosse realmente avvenuto doveva pur esserci da qualche parte, forse su un registro dimenticato nei meandri dell’ufficio anagrafe di Northampton… oppure era già finito in una macchina mangia documenti anche quello? Nancy cercava di non pensare mai a quel periodo della sua vita, ma i ricordi continuavano a riaffiorare.

«È ora di vestirsi, Ted. Se permetti…», disse rivolta al gatto ormai anziano che per primo l’aveva accolta in quella casa. Con la sua splendida criniera bianca da aristocratico elisabettiano, Ted era di un’educazione fenomenale. Restò immobile e chiuse gli occhi, da vero gentiluomo.

Nancy attraversò il pianerottolo con l’armadio per la biancheria – dentro cui non c’erano lenzuola e asciugamani, ma scatole piene di una vita che lei non aveva la forza di guardare – e andò in camera a infilarsi una lunga gonna a stampe floreali, una blusa color panna e un paio di ballerine beige. Si meravigliò quando osservò il proprio riflesso allo specchio. Magra, la carnagione chiara, il naso dritto, due grandi occhi grigi, le sopracciglia arcuate e gli zigomi alti, un tempo era stata bella. Adesso non portava né trucco né gioielli. Niente che potesse attirare l’attenzione. I capelli castani striati di grigio erano tenuti indietro da due mollette tartarugate. La cinquantaseienne di oggi cercò nello specchio un barlume della ventiseienne che era stata, ma non lo trovò. Quella ragazza si era persa per strada. Magari s’era fatta caricare su una Harley-Davidson ed era sgommata verso un futuro diverso.

Dopo aver salutato e mandato baci a tutti e cinque i gatti, uscì per andare al lavoro. «Ti voglio bene, torno presto», disse a Elsie, che l’aveva seguita sul vialetto del giardino. Era una gatta fedele e devota, la seconda in termini di anzianità fra i suoi mici.

Nancy si avviò alla St Joseph, dove lavorava part-time come impiegata amministrativa, ma fece una deviazione verso l’indirizzo scritto sul cartellino: Evelyn Road 38. La casa era un’immensa villa in stile georgiano con un cancello automatico in ferro battuto che trasudava ricchezza.

Lievemente a disagio, attese che le aprissero e buttò una rapida occhiata alla statua del cavallo impennato vicino allo stagno costellato di ninfee. Il ghiaino del lungo vialetto le scricchiolò sotto le scarpe. Una delle finestre del piano superiore incorniciava un maestoso gatto persiano tutto impettito: sembrava un ritratto di Maria Antonietta. L’odoroso glicine che si inerpicava sopra il lucido portone nero ronzava di grosse api sovraeccitate. Nancy intravide un bagliore blu con la coda dell’occhio: nel giardino posteriore c’era una piscina!

Sbirciò all’interno dell’ingresso dalla finestra accanto all’uscio e restò di sasso quando vide che c’era una donna afflosciata sul pavimento. Aveva le spalle appoggiate al muro e si massaggiava le tempie. I capelli nocciola le schermavano il volto, ma a occhio e croce non poteva avere più di venticinque, trent’anni. Non sapendo come comportarsi Nancy indietreggiò, solo che andò a urtare un vaso rovesciando del terriccio. Le sfuggì uno strillo. Mentre raddrizzava il vaso udì una voce.

«Chi è? Gerard, se sei tu sappi che parlavo sul serio», dichiarò la donna a gran voce. «Non si può più aspettare. O adesso o mai più, e sto cominciando seriamente a propendere per il mai più».

Nancy si schiarì la voce. «Oh, salve, sono… ehm… A quanto ho capito, questo fine settimana devo dare da mangiare al suo gatto, signora… Loveday?», disse mordicchiandosi il labbro inferiore. «Suo marito… sì, insomma, mi ha contattata a scuola e mi ha chiesto se potevo darvi una mano con il gatto mentre sarete via, perciò pensavo di dover venire stamat…».

Lasciò la frase in sospeso. Seguì un silenzio seccato.

«Ah, già», rispose la donna. «Doveva venire domani, però. Possibile che Gerard non le abbia nemmeno specificato i giorni, per la miseria?».

La voce della donna si assottigliò in un singhiozzo strozzato che lei mascherò con un colpo di tosse. Nancy arrossì.

«Non mi ha comunicato le date esatte, mi ha solo fornito la chiave. Torno domani, allora?», domandò continuando a mordicchiarsi il labbro.

«Sì, domani!», sbottò la donna. «Saremo sulla spiaggia del Norfolk a quest’ora».

Il cuore di Nancy fece una capriola. Norfolk era una parola che sentiva pronunciare spesso, ovviamente, ma finiva sempre per colpirla in mezzo agli occhi come un pugnale di selce. Aprì la bocca e la richiuse. Con la testa che le girava, incominciò a ripetersi il suo mantra: «Passerà anche questa, passerà anche questa, passerà anche…». Ma ormai era troppo tardi. Quant’era facile per lei perdere l’equilibrio.

Si allontanò dalla casa e s’incamminò verso la scuola sforzandosi di concentrarsi sul paesaggio. La concessionaria Citroën all’angolo. L’agenzia di pompe funebri Tapper dall’altra parte della strada. L’insegna al neon dell’Advance Cosmetic Centre che faceva l’epilazione laser e la rimozione dei capillari rotti. La fila di villette a schiera con i vasi di gerani rossi sui davanzali, le auto parcheggiate una di fronte all’altra.

Si mescolò alla fiumana di bambini diretti a scuola con le loro magliette gialle e i pantaloncini neri, un cardo in un campo di ranuncoli. Con il cuore colmo di orribili segreti, strinse la chiave della vita di un’altra persona nel palmo sudato della mano.

Due

Dal naso di Alfie Payne, un alunno del quarto anno, grondava un fiotto di sangue rosso come una fragola. Alfie si era fermato accanto alla ringhiera di ferro della St Joseph – un edificio storico classificato come “costruzione d’interesse speciale” che era in piedi dal 1890 e scricchiolava sotto il peso dell’età – e pulendosi il viso imbrattò la manica della t-shirt gialla della scuola, lo zaino aperto abbandonato ai suoi piedi. Era magro come un filo d’erba. Stava con il capo chino sforzandosi di non piangere. Il cuore di Nancy andò in frantumi. Chiuse le dita intorno alla chiave, raddrizzò le spalle e confinò in un angolino recondito della mente tutti i pensieri sul Norfolk e sulla signora Loveday afflosciata sul pavimento del numero 38 di Evelyn Road.

«Epistassi?», domandò al ragazzino rivolgendogli un sorriso gentile. Le venne spontaneo chiedersi se in realtà si fosse trattato di una zuffa. Non sarebbe stata la prima volta. «Forse sarebbe meglio metterci del ghiaccio».

Alfie trasse un sospiro, aprì e chiuse i grandi occhi azzurri e le rivolse uno sfinito cenno d’assenso, dopodiché sputò un grumo di sangue sull’asfalto, colpendo in pieno un percorso per giocare a campana. I loro sguardi si incrociarono e, a dispetto del cruccio, il ragazzino le fece un piccolo sorrisetto ribelle.

«Non è niente», bofonchiò. «Ci ho solo… sbattuto contro».

«Andiamo a cercare una salvietta così puoi pulirti», disse Nancy, il cuore che ancora le martellava nel petto, «e una maglietta nuova».

Nancy inspirò a fondo per placare i battiti accelerati. Sul campo da gioco, gli altri alunni stavano saltellando sull’erba bruciata dal sole, seguendo la lezione di fitness mattutino tenuta dall’insegnante di educazione fisica. La musica rimbombava a tutto volume dagli altoparlanti e i genitori erano schierati a bordo campo carichi di borse, schiscette e borsoni da palestra, alcuni portavano dei giganteschi occhiali da sole. C’erano anche le altre impiegate, che ondeggiavano a ritmo di musica con i loro sandali paillettati e si tenevano la pancia dalle risate. Nancy avvertì una fitta che conosceva bene. Per un attimo si permise di immaginare come sarebbe stato unirsi a loro. Ballare con disinvoltura, incurante dei giudizi degli altri, sghignazzando per la ridicolaggine della scena, senza un solo problema al mondo.

Mentre il suo sguardo vagava per il cortile alla ricerca dei possibili colpevoli, intravide George, il bidello, intento a piantare un chiodo sul tetto del gazebo. Indossava un cappello alla pescatora, il genere di berretto adatto a un escursionista, e quando la vide lo sollevò di qualche centimetro, ossequioso. George era una specie di eroe alla St Joseph. Lo scorso aprile, in mensa, aveva salvato un ragazzino dal soffocamento colpendolo con decisione in mezzo alle scapole e rimuovendo il pomodoro ciliegino che gli aveva ostruito la gola. Il pomodorino era schizzato fuori come il tappo di una bottiglia di champagne, fra il sollievo generale. Un giornalista di un’emittente radio locale lo aveva addirittura intervistato.

«Lo avrebbe fatto chiunque», gli aveva detto George respingendo i complimenti, cercando di sminuire il proprio gesto. «Abbiamo finito, adesso? Avrei del lavoro da sbrigare».

Aveva la carnagione segnata dal tempo e le spalle larghe di un uomo avvezzo al lavoro manuale. Nancy si ritrovò a domandarsi se a casa avesse una moglie che gli spalmava la crema solare sulla nuca o se lo facesse da solo davanti allo specchio del bagno. Il pensiero la gettò nel più totale imbarazzo e, paonazza, abbassò gli occhi sulla propria gonna. Era ricoperta di peli di gatto. Ted ne perdeva più di tutti gli altri messi insieme, quasi fosse perennemente accaldato, come un bambino che non vuole infilarsi il cappotto. Staccò inutilmente qualche pelucchio.

«Coraggio, Alfie», disse spalancando l’uscio della scuola.

Nancy aveva imparato che con Alfie non bisognava fare troppe moine. Era un ragazzino taciturno, con i capelli crespi e due enormi occhioni spalancati. Vagava per la scuola a testa bassa, come se volesse occupare il minor spazio possibile. Abitava in una parallela alla strada di Nancy e i loro cortili confinavano, separati solo da uno steccato pericolante a cui bastava un alito di vento per cadere. Nancy sapeva che i suoi si erano separati da poco, e lo aveva visto nel suo giardino andare su e giù su un vecchio dondolo ricoperto di ruggine che cigolava in maniera sinistra. Alfie aveva un’aria demoralizzata che le faceva venire voglia di stringerlo fra le braccia come un cucciolo ferito, portarselo a casa e offrirgli una ciotola di gelato, ma non poteva, anche e soprattutto per via della sua timidezza. Bastava una domanda formulata nel tono sbagliato per metterlo in fuga, come un piccione con un battito di mani.

La portineria della scuola era silenziosa e fresca, con gli insegnanti che entravano e uscivano dalle aule preparandosi all’inizio delle lezioni, qualche sporadico «Buongiorno!» pronunciato in tono allegro e cantilenante. Nancy avvertì i muscoli delle spalle rilassarsi e infilò la mano nella borsa per cercare le salviette.

«Oh, no, guardi la mia scarpa», disse Alfie con gli occhi pieni di lacrime. «La suola si sta staccando». Sollevò il piede sinistro per mostrarle la suola scollata. Per tenerla chiusa doveva trascinare il piede come se indossasse gli sci. «Vorrei tanto essere invisibile. Mi ha svuotato lo zaino e mi ha rubato le patatine».

«Chi è stato?», gli chiese Nancy cercando, senza successo, di apparire disinvolta. «Chi ti ha rubato le patatine?».

Lui restò immobile.

«Non me lo ricordo», le disse, senza guardarla. «Nessuno».

«È stato un alunno di questa scuola?», insisté lei gentilmente, porgendogli una salvietta e dei fazzolettini. «Mettiti un attimo a sedere».

«No, non di questa scuola», le rispose lui in maniera poco convincente mentre si appollaiava sul bordo di una delle sedie lungo il corridoio.

I ragazzini lo prendevano di mira per una miriade di motivi diversi: il taglio di capelli sbagliato, il fatto che non possedesse un cellulare, le scarpe rotte. Cose così. Stupidaggini. Nancy voleva tirare fuori tutti i cellulari e gli smartwatch di quei ragazzi – chiunque fossero – e pestarli fino a ridurli in mille pezzi. Sarebbe stato un buon metodo per ficcargli in testa il significato della parola empatia?

«Fammi controllare… Credo di avere un pacchetto di patatine in più», disse Nancy quando le sorse il dubbio che quello, per lui, fosse il pranzo. Il bacino di utenza della scuola comprendeva sia zone benestanti sia aree disagiate della città, perciò gli alunni erano un incongruo miscuglio di ricchi e poveri. Il signor Phillips, il direttore, andava orgoglioso del fatto che la scuola rappresentasse le diverse anime della comunità locale, ma spesso Nancy si interrogava su come dovessero sentirsi i bambini meno abbienti quando i loro compagni più agiati mangiavano bagel al salmone affumicato e succosissime, profumatissime fragole, mentre loro dovevano tirare avanti con i pasti gratuiti. Non che intendesse privare i ragazzini del diritto alle fragole. Se la vita fosse andata come doveva, tutti i suoi bambini avrebbero mangiato fragole. Ciotole e ciotole di fragole. Interi campi di fragole.

«Prendi questi», gli disse, e tirò fuori dalla borsa un pacchetto di patatine, una barretta ai cereali, una mela e una banana e glieli infilò velocemente nello zaino. Era il minimo che potesse fare. «Il naso va meglio», gli disse. «Ti senti bene?».

Lui annuì.

«Posso smacchiarti la maglietta, se vuoi», gli propose. «Intanto vado a vedere se ne trovo una pulita. Aspettami qui».

Nancy s’infilò all’interno dell’ufficio senza chiudere la porta e lasciò Alfie sulla sedia. Posò la borsa sulla scrivania e frugò rapidamente nella scatola degli oggetti smarriti – piena di divise abbandonate – dalla quale estrasse una maglietta gialla senza nome. C’era anche un paio di scarpe da ginnastica nere della sua misura, sicuramente meglio di quelle rotte che indossava ora.

«Dovrebbero andarti bene», gli disse, e il volto del ragazzino fu attraversato da un lampo di sollievo.

«Grazie», le rispose, poi si alzò di scatto, attirato dal maneki-neko dorato sulla scrivania di Nancy, il portafortuna a forma di gattino di ceramica giapponese con la zampina alzata. Alfie varcò la soglia per vederlo meglio e puntò il dito verso la fotografia sfuocata di Nancy stampata sul giornale scolastico, aperto sulla scrivania.

«È lei, questa?», le domandò.

Nancy arrossì. Era stata un’idea di Emma, la segretaria della scuola. Emma era bravissima a gestire le incombenze quotidiane dell’istituto, e mentre lei aveva a che fare con i ragazzi, i genitori e gli ospiti, Nancy poteva lavorare tranquillamente nelle retrovie. Definire Emma chiacchierona era un eufemismo: le parole le schizzavano fuori dalla bocca come Coca-Cola da una lattina agitata. La sua vita sembrava una soap opera, ma a Nancy non dispiaceva quel cicaleccio continuo. In questo modo era libera di sistemare i registri di classe e distribuire i braccialetti per la mensa senza essere costretta a conversare. Tanto a spezzare il silenzio ci pensava Emma. Eccome se ci pensava. Un tiepido venerdì sera del mese precedente, Emma l’aveva invitata al pub insieme alle altre ragazze, ma Nancy si era prontamente inventata una scusa, zittendo la piccola parte di lei che avrebbe voluto accettare.

«Faccio la cat sitter, questo weekend», aveva mentito. «Mi spiace. È per, ehm, dei vicini di casa. Non posso tirarmi indietro all’ultimo momento».

«Uuuh gatti», aveva rabbrividito Frances, l’assistente personale del direttore, seduta insieme a Emma e Nancy. «Ho sempre pensato che fossero bestie cattive. Lo sapevate che rubano il respiro ai bambini mentre dormono? Io preferisco i cani, senza dubbio».

A Nancy si erano rizzati tutti i peli del collo e le erano balenate alcune immagini alla mente. Elsie, la sua bellissima, fedele gatta soriana con i profondi occhi verdi e l’atteggiamento serio della fervente religiosa, che si piazzava in fondo al vialetto del cortile, con le morbide zampine bianche congiunte, in attesa di vederla rientrare sana e salva dopo il lavoro. Ted, che si appollaiava in cima agli armadi e alle credenze per tenere d’occhio la casa, una guardia della regina bianca e grigia. Tabitha, cicciotta e arancione come la marmellata di agrumi, che dormiva sul cuscino accoccolata contro la testa di Nancy: un colbacco vivente. William, perennemente in smoking, che stringeva la sua ultima preda fra le zampe muscolose. E infine la dolce Bea, con la pelliccia bianca, nera e marrone quasi si fosse rotolata dentro delle pozze di vernice colorata, sempre pronta a strofinarti la testolina addosso. Quei mici erano tutto quello che aveva. Erano la sua famiglia.

«Ma è terribile». Emma si accigliò, storcendo la bocca. «Comunque sia… Perché non ne approfitti per tirare su un po’ di soldi, Nancy? Tanto ti chiamano già tutti “gattara”, con il milione di gatti che hai. Oltre a questo».

Puntò la lunghissima unghia del dito verso la statuina del gatto giapponese. Le sue parole presero a vorticare nella mente di Nancy: Ti chiamano già tutti gattara.

«Cinque», mormorò Nancy a mezza voce, sapendo che Emma non la stava nemmeno ascoltando. «Ne ho solo cinque, di gatti».

«Cinque!», la sbeffeggiò Frances. «Dio mio, ma è da pazzi. Come ci riesci? Tutti quei peli. Io sono allergica. Mi basta vederli in fotografia, i gatti, per starnutire un giorno intero».

Il suo sguardo cadde sui ciuffetti di pelo appiccicati alla gonna di Nancy. Tirò fuori uno spray nasale dalla borsa e se lo spruzzò nelle narici.

«Rabbrividisco al solo pensiero», dichiarò Frances, congiungendo le mani. «Datemi un Labrador nero o un bel cockapoo, ma i gatti proprio no».

“Se avessi cinque figli”, pensò Nancy senza dirlo, “non battereste ciglio. Non ne parlereste nemmeno, forse mi riterreste persino fortunata”.

«Potrei prepararti un annuncio, giusto un paio di righe. Se il direttore Phillips dà l’okay potremmo inserirlo sul giornale scolastico, affiggerlo in bacheca e spedirlo agli altri dipendenti via e-mail», esclamò Emma, entusiasmandosi. «Scommetto che ci sono un sacco di genitori che avrebbero bisogno di una cat sitter per il weekend. Per te sarebbe una miniera d’oro e poi», abbassò la voce, «ti permetterebbe di uscire un po’ di più. Non si sa mai cosa potrebbe succedere. Non mi piace pensarti tutta sola in quella vecchia casa. Mia madre mi diceva che un tempo casa tua era stupenda, ma la signora che ci viveva prima di te ha perso prima il marito e poi le rotelle, e il posto è andato in malora. Un vero peccato».

Nancy immaginò le rotelle che guizzavano fuori dalla testa della vecchia inquilina, nel corridoio della casa diroccata, infilandosi negli anfratti bui e nelle tane dei topi e nelle fessure del pavimento. I gatti ne sarebbero andati matti. Povera donna. Non sarebbe mai riuscita a recuperare le sue rotelle, nemmeno se le avesse cercate una per una mettendosi carponi per terra.

Deglutì. Sapeva benissimo che cosa pensavano gli altri di lei. Lo si capiva dai sorrisi educati, dalla velocità con cui guardavano l’ora e scoprivano che – oh mamma – era tardissimo. Erano convinti che anche lei avesse qualche rotella fuori posto. Che fosse una gattara a cui piaceva collezionare vibrisse di gatto (era vero, perché trovarne una e tenerla nella borsa portava fortuna), che permetteva ai mici di dormire sul letto (era vero, erano delle fantastiche borse dell’acqua calda) e amava più i gatti degli esseri umani (opinabile). Era comodo appiopparle un’etichetta, siamo capaci tutti di farlo, ma la realtà non è così semplice.

«Che ne dici?», domandò Emma. «Potrebbe essere divertente… un buon modo per sbirciare nelle vite degli altri e scoprire i loro segreti più intimi, e poi spifferarci tutti i particolari più succosi!».

Emma scoppiò a ridere. Nancy si sentì impallidire. In fondo in fondo, Emma aveva un cuore tenero, Nancy lo sapeva. Come un carciofo.

«Non saprei», bofonchiò Nancy, ma Emma stava già abbozzando l’annuncio con un carattere appariscente.

Una volta ottenuta l’approvazione del direttore Phillips, l’inserzione era stata pubblicata sul giornale scolastico e affissa sulla bacheca della sala dipendenti tra l’annuncio di una tavola da SUP seminuova e il foglietto che invitava gentilmente a contribuire all’acquisto del tè. Ovunque girasse lo sguardo le sembrava di vedere una pubblicità che la riguardava.

«Sì, sono io», sospirò adesso, per rispondere alla domanda di Alfie. Mentre sollevava di nuovo lo zaino le scivolò di mano la chiave di Evelyn Road. Alfie la raccolse e lesse l’indirizzo.

«Evelyn Road 38», osservò. «La zona dei ricchi».

La fissò incuriosito. A Nancy tornò in mente la scintillante piscina azzurra che aveva intravisto dall’ingresso. La signora Loveday per terra, un paio di scarpe a punta in fondo a due gambe sottili, come in una scena de Il Mago di OzLa sensazione che aveva provato quando aveva udito la parola Norfolk, come se l’avessero spinta giù da uno scivolo prima che fosse pronta. Le si strinse lo stomaco.

«Do da mangiare al loro gatto», spiegò ad Alfie sovrappensiero. «Ci credi che hanno la piscina? Azzurrissima… Sembra che ci abbiano sciolto del colorante dentro».

«Ma non si tingerebbero di blu anche loro?», domandò Alfie. Nancy scoppiò a ridere, ma prima che potesse rispondergli arrivarono Emma e Frances, tutte trafelate e lucide di sudore per il fitness mattutino.

«Nancy!», strillò Emma prendendo Alfie per le spalle e facendolo spostare prima di mettersi a sedere. «Le conosci le regole! Niente bambini in ufficio. Cosa ci fai qui, Alfie?»

«Gli ho dato una maglietta pulita e un paio di scarpe prese dalla scatola degli oggetti smarriti», mormorò Nancy. «È entrato adesso. Gli sanguinava il naso. Gli ho dato una mano».

«Annotalo sul registro degli incidenti allora, ti dispiace?», disse Emma. «Forza, Alfie, tesoro, adesso va’. Sta per suonare la campanella».

Con la maglietta e le scarpe strette sotto il braccio, Alfie si precipitò fuori dalla porta e giù per il corridoio.

«L’ora di punta!», proseguì Emma. «Pronte a rispondere al telefono! Stamattina dobbiamo anche parlare della fiera scolastica estiva, che Dio non voglia. Io dovrei occuparmi del barbecue, ma col matrimonio alle porte non dovrei nemmeno guardarli col binocolo, gli hot dog», dichiarò, toccandosi la pancetta morbida. «Oh, Nancy, mi sono scordata di invitarti all’addio al nubilato. Dio, sono davvero rincretinita. Tieniti libera, niente gatti da badare quella sera: dobbiamo fare baldoria».

Nancy avvampò. Non ne poteva più di inventarsi delle scuse per evitare quel tipo di eventi. Da quando lavorava in quella scuola praticamente non faceva altro: la serata fra donne, la serata dei giochi a quiz, la serata dello scambio di vestiti, la serata delle coccole, la serata film… Nancy se le era perse tutte.

«Indosserò un abito realizzato apposta per l’occasione», disse Emma. «E che mi costerà tutti e due i reni, naturalmente!».

In una cartolina dal passato, Nancy si rivide improvvisamente giovane, seduta davanti a una macchina da cucire intenta a lavorare su un abito da sposa. Intorno a lei, sulle pareti, c’erano tessuti di ogni tipo, seta, satin, velluto, pizzo, chiffon. Intere scatole di bottoni e rocchetti e nastri e spilli. Il costante ronzio della macchina da cucire. I manichini silenziosi e immobili, coperti di veli. Spose senza volto, che aspettavano trepidanti l’inizio della loro vita.

«Le ragazze mi hanno promesso uno spogliarellista!», annunciò Emma, interrompendo il flusso dei suoi pensieri. «Non che mi interessi. Il mio unico grande amore è il mio fidanzato. Ci sposeremo e invecchieremo insieme, proprio come te e tuo marito, Frances. Cosa sono, trent’anni che state insieme?»

«Trentasei», rispose Frances, piantando con violenza un punto su un fascicolo di fogli.

«E tu, Nancy?», domandò Emma gentilmente. «Sei mai stata innamorata?».

La fronte le si imperlò lentamente di sudore e la lingua le si incollò al palato mentre annaspava in cerca di una risposta. Le matite sulla scrivania si misero a ballare il valzer davanti ai suoi occhi…

 

Amy Bratley

vive a Bournemouth, nel Dorset, e lavora come giornalista freelance. La Newton Compton ha pubblicato il suo primo romanzo, il bestseller Amore zucchero e cannella, che ha vinto il Premio Baccante 2012 ed è rimasto per mesi in vetta alle classifiche italiane. Recentemente ha pubblicato anche Segreti, bugie e cioccolatoL’amore della mia vita e Cuori spezzati e torte di Natale.

 

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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