Oggi esce l’ultimo romanzo dell’autrice Cristina Caboni “La casa degli specchi” edito da Garzanti. (Estratto)

Trama

«Cristina Caboni è un autrice bestseller.»
Gioia – Paola Maraone

«Le protagoniste della Caboni sono sempre donne coraggiose.»
Cosmopolitan – Adelaide Barigozzi

La verità è l’unica cosa che conta davvero.

La grande villa di Positano è l’unico posto che Milena riesca a chiamare casa. È cresciuta lì, insieme al nonno Michele, e ne conosce ogni angolo, a partire dal maestoso ingresso rivestito da dodici specchi con cornici d’argento intarsiate.Specchi che sembrano capaci di mettere a nudo la sua anima. Milena li ha sfiorati mille volte alla ricerca di risposte, ma un giorno trova qualcosa di inaspettato: un gancio che apre il passaggio a una stanza segreta. All’interno le pareti sono tappezzate di locandine di vecchi film. Quando Milena legge il nome di una delle interpreti non riesce a crederci. È un nome proibito in quella casa. È il nome di sua nonna che, tanti anni prima, è fuggita in America senza lasciare traccia. Frugando tra le sue carte, Milena scopre cose che non avrebbe mai immaginato. Che era un’attrice nella Roma della dolce vita. Che ha lottato per farsi strada in un mondo affascinante, ma dominato dagli uomini.Che i loro sogni sono molto simili. Anche lei vuole calcare le scene, ma ha paura di mettersi in gioco. Fino a quando non si imbatte in alcuni indizi che suggeriscono qualcosa di misterioso e non può fare a meno di chiedersi perché nessuno le abbia mai parlato di sua nonna. C’è solo una persona che può darle spiegazioni, ma Michele è restio ad affrontare l’argomento. Milena è convinta che gli specchi luccicanti che decorano l’atrio della villa abbiano assistito a eventi terribili, che nella storia della sua famiglia ci sia un segreto che nessuno vuole riportare a galla, mentre per lei è vitale far emergere la verità per capire a fondo il presente. Anche se a volte è meglio che ciò che è stato sepolto dal passare degli anni resti tale.

Cristina Caboni è la narratrice più amata dai lettori italiani. I suoi libri ricostruiscono mondi affascinanti, sempre diversi. In questo nuovo romanzo la magia di Positano incontra l’eco inesauribile dell’epoca d’oro del cinema italiano. Ed è lì che una giovane protagonista deve trovare il proprio posto nel mondo.

Estratto

A tutti coloro che hanno il coraggio di cambiare.

Ai pazzi e ai sognatori, che spesso è lo stesso.

A chi parla con i fiori, gli animali

e confida il proprio amore alle stelle.

Questo libro è dedicato a voi.

 

«La paura è l’emozione più difficile da gestire. Il dolore si piange, la rabbia si urla, ma la paura si aggrappa silenziosamente al cuore.»

GREGORY DAVID ROBERTS

 

PROLOGO

La schiuma che ricopre il suo piedino è bianca, ma il mare a cui appartiene è blu.

La bambina osserva prima l’una poi l’altro, gli occhi pieni di meraviglia, e si chiede come sia possibile. Tuffa la mano nell’acqua e la ritrae, gocce trasparenti le scivolano lungo le dita. Solo quando sono tante e tutte insieme le gocce diventano blu. Le piace quel colore, è molto bello. La fa pensare alla mamma e al nonno. Anche loro hanno un colore. La mamma è verde, come le foglie appena nate. Il nonno è oro come ciò che crea nel suo laboratorio. Lei invece è rosa.

Quando sono tutti insieme Milena vede i loro colori fondersi. Diventano un arcobaleno.

Un gabbiano le vola accanto: le ali si alzano e si abbassano, come il suo respiro. Sente il cuore che le batte forte. C’è un profumo nell’aria che la rende felice: è quello della ginestra, dei gigli di mare, della salsedine. Lo riconosce, è l’odore di casa. La villa del nonno è abbarbicata sulla scogliera, circondata da uno splendido giardino di limoni e, dentro, ci sono gli specchi davanti ai quali Marina, sua madre, le raccontava le sue storie. Si ferma un istante chiedendosi se, adesso che è andata via, continuerà a vedere l’arcobaleno.

Non lo sa e quel pensiero la rattrista.

La mamma, prima di salutarla, le ha detto che non deve avere mai paura di nulla perché lei la proteggerà sempre, che deve ridere forte, e mai sottovoce, altrimenti dal cielo lei non potrà 

sentirla. Lo ha fatto una notte, mentre tutti dormivano. Lo ha fatto sussurrando, come se stesse rivelando un segreto. Le ha detto che deve danzare come se i suoi piedini fossero ali di farfalla.

Le piacciono molto le farfalle, ma non ha il coraggio di toccarle perché potrebbero sciuparsi, e soffrire. Si accontenta di ammirarle sui fiori che il nonno ha piantato ovunque nel giardino. Perché sono preziose e delicate, come il petalo di rosa che il mare ha deposto di fronte a lei. Lo raccoglie e poi corre lungo la battigia verso una conchiglia che l’acqua ha ripulito dalla sabbia; fa per afferrarla, ma un’onda acciuffa l’orlo del suo vestito, tirandola a sé. Mentre ruzzola indietro le viene da ridere, così si lascia abbracciare dal mare, che le accarezza i capelli. Dopo un po’, completamente fradicia, Milena si rialza. Apre il pugno. Sulle dita c’è un guscio bianco e, appena il sole lo sfiora, sprigiona i colori dell’arcobaleno. Infila nella tasca del vestito la sua conchiglia arcobaleno e corre verso il nonno che, seduto su uno scoglio poco distante, tiene la testa fra le mani.

«Nonnino?»

Lui solleva la testa di scatto. «Ciao, farfalla, sei stanca? Vuoi tornare a casa?»

La bambina accigliata scuote la testa. «No! Volevo solo darti questa, ha tutti i colori del mondo, è una conchiglia arcobaleno, vero?» La porge al nonno. Un raggio di sole la sfiora e all’improvviso inizia a risplendere.

«Sì, esatto. Si chiama madreperla, vedi? È bellissima, grazie tesoro mio», le dice con un sorriso.

Non le piace quando il nonno piange, anche se finge che vada tutto bene. Anche se sorride sempre, la fa volare e le dice che è la bambina più buona e più bella del mondo.

La mamma, prima di andare via, le ha raccomandato di abbracciare il nonno. Tante volte. Anche da parte sua, perché lei non potrà più farlo. Le ha detto che li ama e che li amerà per sempre.

Mentre si accomoda tra le braccia di suo nonno, Milena chiude gli occhi. Si sente al sicuro con lui, si sente bene. E allora si ricorda di un’altra cosa che le ha raccomandato sua madre.

Quando si sentirà sola, è dentro lo specchio d’argento che dovrà guardare. È lì che troverà quello che sta cercando.

Insieme al suo amore.

1
«Sono suoni che non siamo più abituati ad ascoltare, eh? 
Che voce misteriosa: sembra venire dalle viscere della terra.» 
La dolce vita (Federico Fellini, 1960)

L’onda era alta, minacciosa e bella come la tempesta. Correva verso di lei in spumeggianti spruzzi d’acqua. Milena sapeva che, se fosse rimasta dove si trovava, l’avrebbe travolta.

In quel momento si ricordò di quando Michele, suo nonno, l’aveva messa in guardia da quel luogo e dai suoi scogli, il giorno in cui le aveva insegnato a nuotare.

Chiuse gli occhi per un istante, poi li riaprì. All’improvviso prese la rincorsa e affrontò il pericolo. Mentre si tuffava con le braccia in avanti sentì a malapena la forza contraria della corrente. L’onda che si avvicinava. L’onda che, in un attimo, le fu così vicina da accompagnare e sospingere le sue bracciate. Lontana dalle rocce, continuò a nuotare con sicurezza fino a raggiungere un tratto profondo e tranquillo, blu come solo quel mare sapeva essere.

Riguadagnò la riva con la gola che bruciava di sale e il cuore che le batteva forte. Ce l’aveva fatta. Era riuscita a cavarsela.

Anche quello le aveva insegnato Michele. A reagire.

Uscì dall’acqua in un ultimo brivido di euforia e si sfilò l’abito leggero che le si era incollato alla pelle, restando in costume. I lunghi capelli le ricadevano sulla schiena, appesantiti dall’acqua, neri e lucidi. Li attorcigliò fermandoli sulla nuca. Rabbrividì nuovamente. Non sapeva se a farle battere i denti fosse il vento del mare o il pensiero di quello che sarebbe potuto accadere. Sapeva che quel tratto di costa era pericoloso, ma ci era andata lo stesso e, adesso che ci pensava, non era certa che si fosse trattato di un caso.

C’erano momenti in cui il bisogno di mettersi alla prova prendeva il sopravvento. Era qualcosa che le nasceva dentro, come una forza inarrestabile, e allora doveva assecondare l’impulso. Perché quella era la musica, e lei la ballerina.

Sollevò lo sguardo e la bellezza delle alte pareti di roccia che si immergevano nelle acque placide della piccola baia spazzò via per un istante tutti i pensieri.

In pochi quella mattina si erano avventurati a Torre Sponda. Le nuvole grigie avevano scoraggiato molte persone, ma per lei, che sapeva quanto impietoso potesse diventare il sole di settembre, la giornata era perfetta. Scambiò qualche sorriso, un cenno di saluto, ricordi d’infanzia che prendevano forma nei volti delle persone che incrociava.

Raccolse le poche cose che aveva lasciato sulla spiaggia quando aveva deciso di fare una passeggiata. All’inizio l’idea era quella. Poi, arrivata alla scogliera, aveva visto le onde frangersi sulle rocce e il desiderio di sentire la schiuma sulla pelle era diventato travolgente. 

Così aveva messo un piede davanti all’altro, fino a sentire il vuoto sotto di sé. L’acqua le aveva pizzicato gli occhi, frustato la pelle, tirato i capelli. La corrente aveva provato a trascinarla via, mostrando la sua forza e la sua superiorità. Lei l’aveva temuta, il cuore in gola, il terrore che le scorreva dentro. Eppure l’aveva affrontata, l’aveva vinta.

Quello era tutto ciò che le importava davvero.

Era quello che doveva fare.

Per quello era tornata. Per trovare il coraggio. Per capire.

Si avvolse il telo di spugna intorno alle spalle e si avviò verso la scala che conduceva alla villa, avendo cura di chiudersi il cancelletto alle spalle. Salì i gradini di pietra cercando di non pensare ad altro che al mare e al sole, di concentrarsi su ciò che vedeva. Come accadeva sempre ogni volta che si trovava a Positano, il suo umore migliorò. Sorrise, lasciandosi trasportare dal suono della risacca. Le emozioni fluirono, piacevoli come l’aria piena di profumi che la circondava. Era un luogo incantato, diverso da tutti quelli in cui era stata, che aveva conosciuto. Le piaceva la sensazione che provava. Il modo in cui la luce si distendeva sui cespugli, accendendo di colori le foglie che vibravano al vento, le era profondamente familiare, come il profumo di salsedine e quello dei limoni.

La faceva sentire a casa. Era singolare che considerasse tale la villa di suo nonno, piuttosto che il lussuoso appartamento nel centro di Roma in cui era cresciuta. Di certo la casa degli specchi le piaceva molto di più.

Gli specchi le piacevano: guardare la propria immagine riflessa notando piccoli dettagli, sfumature, cambiamenti nell’espressione e nei movimenti. Essere protagonista e spettatrice. Essere e apparire.

Erano dodici gli specchi fissati alle pareti dell’immenso ingresso della villa, un atrio circolare di argento e mercurio. Quando Milena lo attraversava sembravano riflettere la sua anima. Quella era la sensazione che aveva sempre provato con un misto di fascinazione e meraviglia. Era come essere introdotti in uno strano percorso che le mostrava chi fosse in sfumature diverse, e qualche volta le restituiva un’immagine distorta, discorde, qualcosa che la lasciava senza parole e la spingeva a interrogarsi, a comprendere cosa ci fosse in fondo alla sua anima che solo lo specchio riusciva a rivelare.

Era stato suo nonno a realizzare gli specchi. Aveva battuto e accarezzato l’argento finché quello si era modellato sotto le sue dita e lo aveva trasformato in tralci di vite, petali delicati, boccioli di rosa. Dopo vi aveva incastonato le fredde superfici cangianti che aveva trovato nei sotterranei della villa.

Erano misteriosi, affascinanti, e lei amava guardarli anche per ore.

Se solo le cose fossero andate diversamente… subito respinse il pensiero. Anche quello glielo aveva insegnato Michele.

I se e i ma non servono a nulla. Una cosa è o non è. Meglio farsene una ragione.

Arrivata in cima alla scalinata si fermò a riprendere fiato, gli occhi fissi sulla maestosa dimora. Come la maggior parte delle abitazioni della Costiera amalfitana, anche la casa degli specchi era stata costruita in altezza. Si sviluppava su tre piani più una piccola terrazza ricoperta di maioliche celesti e gialle. Il giardino pensile ospitava una limonaia che si estendeva in direzione della scogliera. Sotto il portico della villa si potevano trascorrere intere giornate a osservare il mare finché l’azzurro spazzava via tutto il resto e non restava che una sensazione di dolce nulla.

Entrò dal retro, salì le scale di corsa e si fece una doccia rapida. Infilò la prima maglietta che le capitò a tiro e un paio di pantaloncini. L’acqua continuava a gocciolarle giù dai capelli. Una delle cose che amava di più era la sensazione di leggerezza mentre si asciugavano all’aria.

Scese di sotto immersa nei suoi pensieri.

«Buongiorno Milena, ti sei svegliata presto.»

Sorpresa, sollevò la testa. Suo nonno era nel patio, circondato da grossi grappoli di bouganvillee viola.

Corse verso di lui. «Sono scesa in spiaggia molto presto. Come ti senti oggi?»

Michele la guardò per un lungo momento. Milena aveva notato sin dal 

suo arrivo l’abitudine del nonno di lasciare uno spazio tra le parole, l’espressione vagamente sorpresa, e infine la concentrazione quando nasceva la risposta.

«Benissimo, come sempre.» Le sorrise. «Lascia perdere i dottori e quello che dicono, se la gente li ignorasse metà delle malattie del mondo scomparirebbe.»

“Magari fosse così semplice”, pensò Milena lasciandosi abbracciare. La sensazione di sgomento che l’aveva colta quando era arrivata la sera prima la faceva tremare ancora. Era rimasta immobile, guardandolo zoppicare nella sua direzione. In silenzio. Perché le parole erano rimaste impigliate nelle labbra. Il nonno le era sembrato spaventosamente invecchiato. La camicia gli pendeva sulle spalle e un lieve tremore quasi impercettibile aveva sostituito la stretta un tempo salda e asciutta della sua mano. Adesso che lo vedeva alla luce del giorno, era ancora più preoccupata.

«Hai fatto colazione?» Michele le indicò il tavolo alle sue spalle: su una tovaglia bianca di organza c’era un bricco di porcellana con dentro del latte, un piatto di pane fresco, burro, marmellata di limoni e composta di fichi.

Milena sentiva ancora il sapore ricco della frutta in bocca e l’aroma del caffè appena fatto. Un profumo di fiori e vaniglia.

«Sì, tutto buonissimo. Grazie, nonno.»

Quella mattina, prima di uscire, si era servita abbondantemente. Rosaria, la governante, 

le aveva lasciato tutto pronto in cucina.

A Michele piaceva mangiare all’aperto e trascorreva fuori casa tutto il suo tempo libero, occupandosi dell’orto e della limonaia. Nessuno, guardando le sue mani ricurve per l’artrite, avrebbe detto che da giovane era stato uno dei gioiellieri più famosi d’Italia, probabilmente anche qualcosa di più, pensò Milena con uno sguardo affettuoso. Non era trascorso molto tempo dall’ultima volta che lo aveva visto al lavoro. A lui piaceva tenersela vicino e lei adorava quel tempo fatto di lunghi silenzi, respiri trattenuti e infine meraviglia. Era qualcosa che apparteneva a loro due soltanto. Una accanto all’altro osservavano il metallo grezzo che si trasformava, uniti nei gesti, nella condivisione, nei sorrisi. E lei si sentiva felice quando porgeva gli attrezzi al nonno e lo aiutava a lavorare. Lamine d’oro e argento che nelle sue mani divenivano anelli, spille, bracciali e collane. Fra tutti quelli che le aveva regalato ce n’era uno in particolare che adorava, un ciondolo a forma di sfera, d’oro bianco e giallo. Premendolo su un lato si apriva e custodiva al suo interno una foto di Marina, sua madre, con lei in braccio, il nonno che le cingeva le spalle.

Era il suo portafortuna.

Uno dei tanti gesti d’amore di quell’uomo che, da sempre, e soprattutto dopo la morte di sua madre, era per lei un punto di riferimento.

E adesso era lì, davanti a lei.

Lo studiò con attenzione.

Nonostante l’età, era ancora alto. Una massa di capelli bianchissimi gli ricadeva folta sul collo, la pelle era scura e gli occhi azzurri raccontavano di tempi lontani.

«Aspetta, lascia che ti aiuti», gli disse mentre lui cercava di alzarsi, lento e incerto.

«Tranquilla, ho il mio bastone.»

Lo guardò barcollare, spaventata dal pensiero che potesse cadere, ma fece come le aveva chiesto, temendo che non avrebbe gradito il suo aiuto. Era sempre stato un uomo orgoglioso di sé, della sua forza, del suo giardino e di lei. Di ciò che creava nel suo laboratorio.

Milena batté le palpebre, ingoiando il nodo che le si era formato in gola e si costrinse a sorridere.

Che suo nonno non fosse in salute non era una sorpresa, sapeva che era malato. Lo sapevano tutti. La sua memoria vacillava sempre di più. Ma il fatto che ne fosse consapevole non cambiava le cose. Era sbagliato! Ecco cos’era. Tutto quello che stava succedendo era sbagliato.

E non poteva farci nulla.

Incontrò il suo sguardo, l’espressione gentile così amata. Non voleva che le leggesse dentro il dispiacere che provava. Voleva che stesse bene, che tornasse l’uomo forte e sorridente di un tempo.

Il vento cambiò direzione, trasportando profumi, suoni e un’esclamazione che la strappò a quel momento di tristezza.

Sul limitare della proprietà, intorno al muro di confine, oltre la limonaia, c’era un gruppo di uomini in abiti da lavoro con carriole e vanghe. Da lì non riusciva a riconoscerne i volti né a distinguerne le parole, sebbene parlassero a voce alta.

«Chi sono tutte quelle persone?» mormorò.

Michele ci mise qualche secondo a rispondere, come se stesse scegliendo con cura le parole. «È per via del muro che è crollato, ricordi le piogge di questa primavera?»

No, non ne sapeva nulla. «Ci sono stati molti danni?»

«Non era possibile riparare la recinzione, perché era crollata in più punti. Ho deciso di farla demolire e ricostruire da capo.» Fece una pausa, poi la guardò. «Lo avevo tirato su io quel muro quando tua madre aveva iniziato a esplorare il giardino. Non si riusciva a tenerla a bada, quella bambina. Credevo che una barriera l’avrebbe tenuta al sicuro… che stupido sono stato.» La voce si affievolì per poi spegnersi del tutto.

Un pesante silenzio scese su di loro. Gli occhi di Michele erano umidi, lontani, rivolti al passato. Lei si irrigidì: bisognava diventare di pietra per tenere fuori il dolore, si doveva fare silenzio. Dopo un po’ si imparava.

«Vieni, camminiamo», gli disse con un mezzo sorriso. Michele annuì. Mentre si inoltravano nel giardino il profumo dolce dei fiori divenne più intenso. I frutti pendevano gialli tra i petali dischiusi, le api si spostavano con il loro carico di polline. Si concentrò su ciò che c’era intorno a lei, perché non voleva pensare a quello che si agitava in fondo alla sua anima. A sua madre, che aveva a malapena conosciuto, a ciò che le era stato portato via dal destino.

«Come vanno le cose?»

Inizialmente quella domanda la colse di sorpresa e si diede della sciocca. Avrebbe dovuto sapere che le avrebbe guardato dentro, che l’avrebbe stanata ovunque fosse corsa a nascondersi. Si strinse nelle spalle. «Al solito.» Non aveva molta voglia di raccontargli cosa l’aveva spinta a rifugiarsi a Positano. Nessuno poteva aiutarla, nessuno. Da anni aveva capito di poter contare solo su sé stessa, perché c’erano cose di lei che erano soltanto sue e che non era disposta a condividere nemmeno con Michele, anche se qualche volta aveva il sospetto che lui sapesse tutto comunque. Paradossalmente quel pensiero la confortava. «Non preoccuparti per me, nonno, so badare a me stessa. Sono indipendente, lo sai.»

Michele le accarezzò la mano. «Essere indipendenti ed essere felici sono ancora due cose diverse, vero?»

Si era fermato e la osservava con dolcezza. Non c’era ombra di rimprovero in fondo ai suoi occhi, solo un grande affetto. Milena sentì sciogliersi un po’ del ghiaccio che aveva covato dentro durante quell’ultimo mese.

«Voglio fare una cosa che probabilmente mi causerà un mucchio di problemi.»

Che probabilmente metterà fine ai miei sogni.

«Immagino che ci saranno anche dei vantaggi.»

“Sarà così?” si chiese Milena. Forse sì, o forse stava commettendo un errore. Era come progettare di lanciarsi nel vuoto senza sapere se le ali l’avrebbero sostenuta. Ma quell’aria lei voleva sentirla sulla pelle perché era l’unica cosa che l’avrebbe fatta sentire viva. Era rimasta a guardare per troppo tempo. Si sentiva come un bambino che, all’improvviso, dopo aver gattonato, decide di alzarsi e mettersi a camminare. Ma era terrorizzata, aveva una paura tremenda di cadere e di non trovare più la forza di risollevarsi.

«Se andasse male nonno…» Non concluse la frase e chinò la testa.

La mano calda di Michele le sfiorò i capelli. «Però potrebbe andare bene.»

Sì, poteva andare bene.

«Devi nuotare, bambina. Presto o tardi ci si stanca di stare fermi a galla.»

Sentì la verità nelle parole di Michele. Ma era tutto così difficile.

Per la prima volta, in tanti anni che studiava recitazione, aveva accettato di mettersi in gioco, di partecipare a un provino importante, di rischiare. Era una scommessa con sé stessa, il che la esaltava e terrorizzava allo stesso tempo. «Mi chiedo come tu possa avere sempre ragione, nonno.»

Michele si illuminò, gli occhi sorridenti, l’espressione serena. «È un effetto collaterale della vecchiaia, gioia mia. Si chiama esperienza.»

Era così facile stare bene, in compagnia del nonno. Tutto diventava possibile. Nessun cattivo pensiero, niente rabbia. Appoggiò la testa sul suo petto e chiuse gli occhi per un istante, cullata dalla dolcezza di quell’abbraccio. Si rese conto che quello era il primo vero istante di pace che provava da tanto tempo.

Forse avrebbe potuto confidargli qualcosa.

«Farò un’audizione che potrebbe cambiare tutto.» Ecco: l’aveva detto. Spiò l’espressione del nonno. Lui sarebbe stato felice, lo sapeva, ma temeva che il suo sostegno fosse di parte, condizionato dall’affetto. Invece doveva restare lucida e capire come migliorare.

«Dovresti esserne entusiasta.»

Si strinse a lui. «Lo sono… più o meno.»

Michele ridacchiò. «Andrà bene, tesoro. Fidati di me.»

«È un ruolo difficile, ci sono candidati più abili e adatti di me.»

Lui la osservò con attenzione. «Non puoi saperlo finché non salirai su quel palcoscenico e ti metterai alla prova.»

«Per me è la prima volta. Loro invece hanno esperienza», insistette.

«Anche tu ce l’hai, e hai il cuore, hai l’immaginazione.»

Milena non sapeva bene cosa la spingesse a provare nonostante le poche possibilità che aveva, sapeva solo che fin da bambina gli unici istanti in cui si era sentita davvero appagata erano quelli in cui aveva interpretato le storie che leggeva. Non era importante il ruolo, non aveva preferenze. Qualcosa dentro di lei si muoveva, si agitava e la spingeva a parlare, a dare vita ai personaggi che sentiva sotto la pelle, dentro al cuore.

Diventava una regina, una fata, una strega.

Poteva essere chiunque quando recitava.

«Concentrati sulle cose belle, smettila di pensare ai problemi. Tieni a mente il tuo obiettivo e ogni notte, prima di addormentarti, chiediti cosa hai fatto per raggiungerlo. È l’unica cosa che conta, tesoro.»

Se solo fosse stato così semplice! Sfiorò un limone, annusò il profumo rimasto sulla punta delle dita e si sentì emozionata. Poteva farcela, pensò. Doveva solo radunare le forze e il coraggio, il resto sarebbe venuto col tempo.

Mentre camminava si rese conto che il nonno era rimasto indietro. Allora si fermò, adattando il passo a quello di lui. Dalla memoria le sorse un ricordo. Un giorno, quando era appena una bimba, era stato Michele a fare la stessa cosa: aveva rallentato perché potessero camminare uno accanto all’altra. Ricordava vagamente quell’episodio così lontano. Lui che le sorrideva sereno, nessuna richiesta, nessuna pressione, solo un gentile incoraggiamento.

Una sensazione di intenso calore la scaldò. «Ti voglio bene, nonno.»

Michele sorrise. «Era da un po’ che non me lo dicevi, farfalla.»

La fece ridere quel nomignolo, le riportò alla mente immagini lontane, giorni di pace e risate. Giochi sulla sabbia, spremute, torte di limoni. E mucchi di bucce gialle e profumate che Rosaria pelava dai frutti, spargeva sul tavolo ad asciugare e poi metteva a macerare nell’alcol. La polpa invece la utilizzava per le marmellate. Lo sapeva perché aveva trascorso molte ore a mescolare la composta mentre la governante riempiva i vasetti di vetro.

Fu allora che sentì l’urlo.

Stupita si voltò in direzione della scogliera dove aveva visto il gruppo di uomini lavorare. «Che succede?»

«Non lo so.» Il nonno era sorpreso quanto lei. «Andiamo a vedere.»

Si erano lasciati la limonaia alle spalle. Lungo il sentiero che portava alla scogliera, oltre il secondo terrazzamento, c’erano dei mattoni allineati e una catasta di tegole rosse. Le carriole avevano tracciato un solco sull’erba ingiallita dal sole. Del muro alto e massiccio che un tempo aveva limitato la tenuta, non restavano che pochi cumuli di detriti. Una parte era stata già portata via. Oltre le macerie, in direzione del mare, i cespugli di capperi e di ginestra si erano appropriati del terreno aspro e pietroso. Proprio vicino a quello più alto si erano radunati alcuni uomini che osservavano qualcosa ai loro piedi.

«Questo sta qua da anni!»

«Di certo non è cosa di ieri.»

Adesso che riusciva a sentirli, benché non capisse il senso, fu il tono delle voci ad allarmarla. Milena scambiò uno sguardo stupefatto col nonno. «Ma di che parlano?»

Michele scosse la testa, anche lui era perplesso.

«Che sta succedendo?» chiese Milena.

Uno degli operai sollevò la testa. Spalancò gli occhi scuotendo le mani. Le fece cenno di fermarsi. «Meglio che restiate là. Non è un bello spettacolo.»

Milena spostò lo sguardo dall’uno all’altro in cerca di risposte. Ma sui volti degli uomini, alcuni dei quali conosceva da sempre, c’era un’espressione grave, insondabile. Non era più curiosa, adesso, era preoccupata. «Per piacere, Giulio», rispose rivolgendosi al giardiniere del nonno, «dimmi cosa avete trovato.» L’aveva sempre messa un po’ in soggezione quell’uomo, ma era gentile con lei. Lo aveva osservato molte volte prendersi cura della limonaia con le sue grandi mani ispessite dal lavoro, la pelle rugosa e scura, gli occhi verdi brillanti come le foglie delle piante di cui si occupava. Sapeva che, nonostante lo sguardo severo e l’aspetto imponente, si poteva fidare di lui.

Il giardiniere restò in silenzio, gli occhi fissi su Michele. Sembrava incerto sul da farsi. Si passava i palmi sui pantaloni. Milena non lo aveva mai visto così nervoso.

«Allora, Giulio, hai sentito mia nipote? Che state guardando tutti?»

«Una cosa brutta, maestro», rispose.

Qualcuno imprecò a denti stretti, guadagnandosi un’occhiataccia da parte sua.

L’uomo si passò le mani tra i capelli. Un sospiro, poi le parole gli uscirono aspre, forzate. «Lo abbiamo trovato per caso, ci stavo per finire dentro.»

Indicò un mucchio di cespugli che giaceva a poca distanza. «Abbiamo tolto i rovi per pareggiare il terreno prima dello scavo. Lo sapete che serve una fondazione per sostenere il nuovo muro, vi ricordate che ve l’ho detto?»

Milena aveva la sensazione che Giulio si rivolgesse a suo nonno come se parlasse a un bambino, lentamente, con pazienza e dolcezza. Era palese il suo attaccamento nei confronti di Michele, e le faceva piacere. Eppure tutta quell’attenzione le sembrò eccessiva. Perché Giulio si stava comportando in quel modo? Era come se si stesse scusando con suo nonno, come se avesse fatto qualcosa che era sicuro gli avrebbe arrecato un dispiacere. Decisa a capirci qualcosa in più, Milena lasciò il braccio del nonno e fece qualche passo avanti.

Dapprima gli operai restarono immobili davanti a lei, impedendole quasi di avvicinarsi alla buca, poi indietreggiarono uno alla volta, lasciandola passare.

«Certo che me lo ricordo. E cosa mai sarà potuto succedere? Stai tranquillo, Giulio, che se c’è da scavare scaveremo ancora. L’importante è che il muro regga questa volta», replicò Michele.

Il giardiniere lo fissò a lungo e scosse la testa. «Non si tratta di questo. Ci sono fin troppe buche qua, maestro.» Indicò la spaccatura del suolo ai suoi piedi, che si apriva in una forma ampia e irregolare.

Milena allungò il collo, gli occhi sulla cavità.

L’ombra nascondeva il fondo di quello che sembrava un vecchio pozzo crollato. Si sporse ancora, ma il terreno accanto al suo piede franò producendo un rumore che la riempì di brividi. La mano di Giulio si chiuse intorno al suo braccio.

«Fai attenzione, è profondo.»

Milena non si era resa conto che il terreno fosse così scivoloso. Si voltò per ringraziarlo e riportò l’attenzione sul pozzo.

«Ma chi l’ha scavato?» La sua era più una riflessione che una domanda.

Giulio scosse la testa. «E chi lo sa? Sembra una vecchia cisterna per la raccolta delle acque piovane. Una parte è aperta, crollata. Una scossa di terremoto, probabilmente. Non che abbia molta importanza…» Si strinse nelle spalle. Lanciò un’occhiata intorno.

Il nervosismo di tutti era palese.

Continuavano a guardare il terreno in attesa di qualcosa.

Milena la sentiva intorno a sé quella strana sensazione, e la provava lei stessa. Anche il nonno era turbato.

«Ecco, l’ho trovata!» Uno degli operai che poco prima era corso via, arrivò ansante e si fermò accanto a Giulio. Teneva una torcia tra le mani. L’accese e la puntò verso il basso. Tutti si avvicinarono, attenti a evitare il bordo della buca dalla quale ogni tanto si sentiva franare il pietrisco.

Mentre Milena fissava il fondo del pozzo coperto di pietre, le sembrò che il raggio di luce bianco e brillante forasse una coperta scura.

E poi lo vide.

Le si fermò il respiro. Il cuore prese a martellarle nel petto…

 

Cristina Caboni vive con il marito e i tre figli in provincia di Cagliari, dove si occupa dell’azienda apistica di famiglia. È l’autrice dei romanzi Il sentiero dei profumi – bestseller venduto in tutto il mondo, adorato dai lettori e dalla stampa, che ha conquistato la vetta delle classifiche italiane e straniere –, La custode del miele e delle apiIl giardino dei fiori segreti– Premio Selezione Bancarella 2017 –, La rilegatrice di storie perdute e La stanza della tessitrice.

 

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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