“Un pianoforte” di Chris Cander edito da Editrice Nord

Un pianoforte

 
 
 
 
Due donne, due mondi: due destini che s’inseguono come note su un pentagramma
 
Unione Sovietica, 1962. Katja ha sette anni quando il suo vicino di casa le regala un pianoforte. Lei ancora non lo sa, ma quel dono inatteso le cambierà la vita. Katja scopre infatti di avere il talento per diventare una grande musicista, e non importa dove la porteranno gli eventi della vita, gli studi e il matrimonio: lei e il suo pianoforte rimarranno inseparabili. Almeno finché il marito non decide di fuggire in America, costringendola a lasciarsi tutto alle spalle…
Stati Uniti, oggi. Un’altra relazione fallita, un altro trasloco da fare in pochissimo tempo. Abituata a cambiare spesso città e amori, trascinandosi dietro un’inguaribile insoddisfazione, Clara non ha molto da impacchettare. A parte un vecchio pianoforte. Sebbene lei non sappia suonare, non riesce a disfarsene, perché è stato l’ultimo regalo del padre prima di morire. Questa volta, però, nell’affannato tentativo di spostarlo, Clara si rompe una mano. È l’ultima goccia. Frustrata, si convince finalmente a liberarsi di quel peso, pubblicando un annuncio su Internet. Un gesto impulsivo di cui si pente subito. Purtroppo, però, si è già fatto avanti un acquirente: un uomo che ha viaggiato a lungo per ritrovare proprio quel pianoforte, e che non è disposto a rinunciarci per nulla al mondo…
 
Come un’abile direttrice d’orchestra, Chris Cander ci conduce dal gelo della Russia di Stalin alle strade assolate della California, raccontando la storia di due donne lontane eppure molto simili, e del pianoforte che ha segnato la loro vita, legando i loro destini come note sul pentagramma.
 
«Una storia che lascia il segno.»

The Washington Times

 
«Intenso, avvincente. Uno dei migliori romanzi dell’anno.»

Booklist

 
«Si legge in un lampo e non si dimentica più.»

Library Journal

 
«Brillante.»

The New York Times Book Review

 
«Forte e delicato insieme.»

Kirkus Reviews

 
 

Estratto

 

Alla mia amatissima Saša

 

1

Nel cuore dei boschi delle alte montagne della Romania, là dove gli inverni sono straordinariamente lunghi e rigidi, crescevano abeti rossi destinati a essere trasformati in pianoforti: strumenti di delicatissima fattura, celebri per il timbro caldo e amati da musicisti del calibro di Schumann e Liszt. Soltanto un uomo era in grado di riconoscerli.

Una volta che le foglie erano cadute e che una coltre di neve aveva ricoperto il terreno, Julius Blüthner si metteva in viaggio da Lipsia e camminava solo nel bosco. A causa dell’altitudine e del freddo intenso, gli alberi crescevano con estrema lentezza; impregnandosi di resina, si ergevano, dritti e fitti, contro gli elementi. Blüthner chinava il capo davanti agli abeti giovani, talvolta accarezzandone la corteccia in segno di saluto. Andava alla ricerca dei più vecchi, quelli coi rami troppo alti per poter essere toccati, e coi fusti così spessi da poter nascondere un orso. Ne batteva il legno col bastone da passeggio e posava l’orecchio sui tronchi quando l’intuito glielo suggeriva, ascoltando la musica celata al loro interno. La percepiva più distintamente di ogni altro fabbricante di pianoforti, più di Ignaz Bösendorfer o Carl Bechstein o Henry Steinway. Quando trovava ciò che il suo orecchio andava cercando, legava all’albero un filo di lana rossa che risaltava in mezzo al candore della neve.

In seguito, gli abeti prescelti venivano tagliati dai suoi taglialegna. Osservando il modo in cui cadevano a terra, Blüthner era in grado di riconoscere gli esemplari migliori. Soltanto quelli con almeno sette anelli per centimetro, posti a una distanza regolare, sarebbero stati caricati sulle slitte e trasportati fuori dal bosco, per poi essere spediti in Germania. E soltanto il migliore in assoluto sarebbe diventato una delle tavole armoniche che, come un cuore, pulsavano all’interno dei suoi famosi pianoforti.

Per evitare che si danneggiassero, l’umidità dei tronchi era mantenuta costante finché non raggiungevano la segheria. Lì, venivano sezionati per rivelare le tonalità più pure, quindi erano segati e livellati fino a ottenere delle assi uniformi. I trucioli di legno finivano nei forni che riscaldavano la segheria e alimentavano le macchine a vapore. Anche molte delle preziose assi erano gettate nei forni, a causa di nodi e altri difetti emersi durante il taglio. I pezzi rimasti erano vicinissimi alla perfezione: bianchi, leggeri e flessibili, rigati da venature parallele, fitte e quasi invisibili. I pannelli venivano quindi stoccati nei magazzini per almeno due anni, dove gli operai li coprivano e scoprivano fino a far scendere il loro livello di umidità intorno al quattordici per cento.

Una volta pronto, il legno veniva trasportato su carri trainati da cavalli fino all’enorme fabbrica Blüthner nella parte occidentale di Lipsia e lasciato per mesi in stanze riscaldate, su scaffali vicini al soffitto. Ma nemmeno a quel punto poteva diventare uno strumento. Per assicurarsi che dalla tavola armonica risuonasse l’impareggiabile timbro dorato dei Blüthner, bisognava lasciare il legno a essiccare ancora per anni all’aria aperta.

Fu dunque con profonda riverenza che, nel 1905, un assistente Klavierbaumeisterselezionò alcune di quelle assi di legno passate attraverso una scrupolosa stagionatura e le affiancò, incollandole a una a una per formare un’unica tavola, sagomata e levigata fino a ottenere la giusta forma e il giusto spessore. Il risultato fu una superficie sufficientemente flessibile da vibrare e abbastanza solida da sopportare la pressione di più di duecento corde. Una volta assemblata, la tavola fu rimandata in una stanza riscaldata perché si asciugasse ulteriormente, prima che sulla parte inferiore venissero incollate le costole, sottili barre di legno perpendicolari alle venature. Poi alla tavola armonica fu lasciato il tempo di assorbire un po’ di umidità, abbastanza perché la parte superiore assumesse una delicata curvatura. Lì, sarebbe stato inserito il ponticello dei bassi e degli acuti, che avrebbe fatto pressione sul punto culminante della curva. Il Klavierbaumeister contemplò il frutto del suo lavoro: le venature impeccabilmente parallele e uniformi, la curva esatta della corona. Quella tavola armonica avrebbe costituito il cuore del 66.825º pianoforte prodotto dalla fabbrica.

La struttura della cassa venne realizzata da altri artigiani. Furono assemblate cinque robuste assi posteriori capaci di reggere il peso della tavola armonica e del telaio metallico. Venne inserito il somiere. Le agraffe furono posizionate nel telaio a un’altezza che avrebbe determinato l’estensione sonora delle corde; le caviglie furono inchiodate e il meccanismo di trasmissione posizionato e inserito. I martelletti di legno furono rivestiti con uno strato di feltro pressato a freddo, che procedendo verso gli acuti si faceva più sottile. In seguito vennero montati gli smorzatori, insieme col sistema di leve e pedali, chiodi e molle. Una volta inseriti gli organi vitali, la cassa venne ebanizzata. Strato dopo strato gli artigiani, con le maniche arrotolate e i muscoli gonfi per lo sforzo, applicarono pazientemente la vernice.

Poi lo strumento, ormai quasi pronto, fu accordato. Ognuna delle duecentoventi corde venne tesa al punto giusto. Venne regolata la sensibilità al tocco affinché il movimento delle dita sui tasti si trasmettesse correttamente ai martelletti che percuotevano le corde.

Infine, dopo molti anni e il lavoro di numerose mani esperte, lo strumento poté affrontare il passaggio finale: la prova del suono. Il Meister sollevò il telo di lino che lo proteggeva e ne accarezzò la superficie nera e lucida. Che cosa avrebbe reso speciale quell’esemplare? Ogni pianoforte lo era, avevano tutti un’anima e una personalità distinte. Quello, in particolare, era solido ma umile, misterioso e tuttavia sincero. Il Meister lasciò cadere il telo sul pavimento della fabbrica.

«Che cosa dirai al mondo?» domandò allo strumento.

Esaminò i martelletti a uno a uno, ascoltò ogni corda, rasò il feltro e lo arieggiò minuziosamente, come un medico che misura i riflessi del paziente picchiettandone il ginocchio. Il pianoforte, docile, intonava ogni volta la sua risposta. Ehilà, ehilà.

«Fertig», disse il Meister quando ebbe terminato. Si asciugò il sudore dalla fronte con la manica e si scostò i capelli bianchi dal viso. Arretrò di qualche passo per osservare quell’entità nuova e completa, che suonata da mani abili avrebbe diffuso nel mondo una musica straordinaria. I primi anni erano imprevedibili, ma col tempo si sarebbe schiusa dando vita a una storia unica. Per il momento era uno strumento perfetto, definito soltanto dalle proprie potenzialità.

Il Meister scrollò la polvere dal grembiule mentre si sedeva sulla botte che aveva avvicinato alla tastiera e, arcuando le dita, rifletté su quale fosse il brano più adatto a inaugurare il pianoforte. Schubert, il suo compositore preferito. Scelse il rondò della penultima sonata in la maggiore, per la sua apertura delicata e intrisa di fiducia che precedeva uno sviluppo più pensoso e agitato. Sarebbe stato il battesimo ideale per il Blüthner numero 66.825.

«Ascoltate!» esclamò, ma nessuno lo sentì nel frastuono della fabbrica. «Oggi è nata una nuova creatura!»

E posò il dito sul do diesis, la prima nota del brano, che risuonò con l’innocenza e la forza del primo vagito di un neonato. Poiché era pura come lui aveva sperato, continuò a suonare anche il seguito. Avrebbe trasmesso al pianoforte tutto l’ottimismo di cui era capace prima di lasciarlo andare nel mondo, consapevole che non avrebbe più avuto la stessa purezza una volta che le mani disperatamente umane dei suoi futuri proprietari l’avrebbero toccato.

2

Clara Lundy spostò col piede lo sgabello davanti alla ruota anteriore di una vecchia Chevrolet Blazer del 1996 e si chinò sul motore, ricacciandosi la bionda coda di cavallo dietro le spalle. Svitò il tappo del regolatore di pressione per far colare il carburante su un panno. Dopo aver lasciato spurgare i tubi, si mise il panno sporco in tasca e prese una chiave da 16 millimetri, una da 19 e il set di pinze dalla cassetta degli attrezzi. Poi, con un balzo atletico, sparì oltre il bordo giallo della fossa d’ispezione. Da sotto l’auto, svitò i supporti, staccò i tubi di gomma e inclinò il filtro verso il foro di uscita per evitare che il carburante le colasse negli occhi, una lezione imparata molti anni prima nell’officina di suo zio e che non aveva mai dimenticato.

«Clara?» Peter Kappas, uno dei tre figli del proprietario dell’officina meccanica, la guardò dall’alto. La luce bassa del pomeriggio creava un alone intorno alla sua figura massiccia. «Il tipo col problema alla cremagliera è tornato. Dice che fa ancora rumore.»

«Lo stesso rumore o un rumore diverso?»

«Una specie di schiocco. Per me sono i bulloni.»

«Te ne occupi tu? Non ho ancora finito col filtro di questa.»

«Ho promesso che la Corvette sarebbe stata pronta per le cinque.»

Clara inserì il filtro nuovo. «Okay, dammi quindici minuti. Ma se sono i bulloni dovrai rifare l’allineamento. Hai tempo?»

«Per te, sempre.»

«Piantala.»

Lui alzò le braccia. «Stavo scherzando. Sì, ce la faccio.»

Dopo che ebbe stretto i bulloni e controllato i tubi, Clara si issò fuori dalla fossa d’ispezione per testare il motore. Girò la chiave sul primo scatto, aspettò che la pompa del carburante arrivasse in pressione e poi tolse il contatto. Ripeté l’operazione tre o quattro volte. Mentre era seduta nell’abitacolo, lanciò un’occhiata nello specchietto retrovisore e rimase sbigottita dall’immagine che vide: dimostrava molto più dei suoi ventisei anni, come se da un giorno all’altro fosse invecchiata di un decennio. Nonostante il leggero velo di trucco, le palpebre erano ancora gonfie per la crisi di pianto della sera prima. Rughe sottili s’irradiavano dalle sue labbra sigillate: stava stringendo i denti. Quando rilassò la mandibola, le guance chiare le si afflosciarono e gli angoli della bocca si piegarono all’ingiù. Lo sbaffo d’olio sulla fronte – doveva esserselo fatto scostandosi la frangia con le mani sporche – le ricordò la voglia del suo defunto padre. Riflessi nello specchietto vide i suoi occhi castano chiaro, le ciglia chiare, gli zigomi alti, e quell’apparizione inattesa fu un pugno nello stomaco. Un antico dolore si sommò a quello nuovo.

Girò completamente la chiave e il motore della Blazer si accese perfettamente.

«Clara! C’è una telefonata per te!» gridò una voce sovrastando il chiasso dell’officina: il ronzio della chiave dinamometrica idraulica e del compressore d’aria, i cassetti carichi di attrezzi che si aprivano e chiudevano, il tintinnio metallico incessante, l’onnipresente musica laïkó proveniente dal piccolo stereo coperto di grasso nell’angolo, le urla in greco e in inglese.

Clara si pulì la macchia sulla fronte col panno da lavoro mentre si dirigeva verso il telefono appeso alla parete.

Teddy, il fratello di Peter, le posò una mano sull’avambraccio. «È Ryan. Forse è meglio se rispondi in ufficio», suggerì. Chissà cosa si erano detti sul suo rapporto con Ryan. La madre di Peter, Anna, riusciva a decifrare le espressioni di Clara come fosse sua figlia ed era in grado di trasformare una semplice opinione – «Non credo che quel Ryan faccia per te» – in un argomento di dibattito. Clara si ritrovava spesso a fornire involontariamente informazioni su di sé, così ben presto l’intera famiglia Kappas era venuta a sapere ogni dettaglio della sua vita privata. Ma non le importava: i Kappas erano quanto di più simile a una vera famiglia avesse avuto da molto tempo.

Clara annuì. L’ufficio non era altro che una scrivania appoggiata al muro nella sala d’attesa, tra il distributore dell’acqua e la macchinetta del caffè. La privacy lasciava a desiderare, ma al momento non c’erano clienti e Anna, che stava compilando un’ordinazione dietro la cassa, le fece l’occhiolino e col suo accento marcato disse: «Vado di là un minuto».

Clara si sedette e si sforzò di non guardare la lucina lampeggiante della chiamata in attesa. Rivolse lo sguardo verso le fotografie incorniciate delle Sporadi sul muro: la bianchissima villa di famiglia, la mezzaluna della spiaggia di ciottoli, l’acqua di un azzurro incredibile.

Quando fu impossibile rimandare ancora, fece un respiro profondo e sollevò la cornetta. «Ciao», disse.

«Perché non rispondi al cellulare?»

«Sto lavorando.»

«Va be’. Ascoltami, Clara, io me ne vado per qualche giorno, così puoi prendere le tue cose con calma. Ti voglio fuori da casa mia entro il weekend, d’accordo?»

«Aspetta, cosa? Sul serio? Credevo ne stessimo ancora parlando.»

«Non hai sentito cosa ti ho detto ieri sera? Sono stanco di aspettare che tu prenda una decisione. Non vuoi quello che voglio io, tutto qui.»

«Non ho mai detto che non lo voglio, ti ho solo chiesto un po’ di tempo.» Si girò verso la parete. «Ti prego.»

«So che avevi bisogno di tempo, e te ne ho lasciato. Ma non posso continuare a sacrificare le mie esigenze per te. Io sono pronto ad andare avanti. Voglio una famiglia. Mi piacerebbe costruirla con te, ma se non è possibile… che alternative ho?»

«Ascoltami, Ryan, io ti amo, lo sai. Ma il matrimonio è un passo importante. Perché non possiamo continuare a stare insieme così? Perché tutta questa fretta?»

«Non capisco perché l’idea di stabilizzare il nostro legame ti spaventi tanto. So che mi ami. Perché non puoi semplicemente dirmi di sì?»

Clara sospirò. Avrebbe potuto dare una svolta a quella conversazione, a tutta la sua vita, con una sola parola. Ma non ne era capace. «Non lo so. Mi dispiace.»

«Allora non ho altro da dirti. Te ne devi andare. Ho bisogno di voltare pagina.»

«Sul serio vuoi sbattermi fuori? Dopo due anni mi lasci, quanto, quattro giorni per traslocare? Come faccio? Dove li trovo, i soldi?»

«Sai che non ti lascerei mai in mezzo a una strada. Ti ho preso un appartamento a East Bakersfield. Ho già versato la caparra. Ho pensato che avrebbe reso tutto più semplice.»

«Oh, Cristo, Ryan. Non potevi consultarmi, almeno? East Bakersfield?»

Lui sbuffò. «Davvero t’importa di dove andrai a vivere? Perché sembra che l’unica cosa che t’interessa sia quella maledetta officina.»

Clara appallottolò il filo del telefono nel pugno, cercando di trattenere le lacrime. Per cosa stava piangendo? Per Ryan? Per la casa? Per la sua incapacità di decidere?

«Il contratto e la chiave sono sul tavolo della cucina. Prima di uscire, infila pure le vecchie chiavi nella buca delle lettere», disse lui.

Clara appoggiò la fronte contro il muro ed espirò. «Quindi è finita?»

«Sì, è finita.»

Ryan tacque, e anche lei. Si domandò se lui avrebbe pronunciato la frase che chiudeva sempre le loro telefonate. Sei il mio amore, lo sai, vero? Clara non riusciva a parlare. Non riusciva a lasciarlo andare. Si chinò in avanti aspettando che lo dicesse, desiderandolo con tutta se stessa, eppure incapace di un compromesso.

«Buona fortuna, Clara. Spero che un giorno riuscirai a capire cosa vuoi, lo spero sinceramente. Mi spiace solo che tu non voglia me.» E riagganciò.

Lei strinse il ricevitore ascoltando i battiti del proprio cuore, finché dalla cornetta non risuonò il segnale della linea occupata. Quando si voltò, Peter era in piedi sulla soglia.

«Come va?» le domandò.

Clara non rispose subito. Forse non amava davvero Ryan, di certo non quanto lui avrebbe voluto. Ma si era abituata alla sua presenza, ad avere qualcuno da cui tornare, e la vita insieme era stata facile. «Mi aiuterai col trasloco?» chiese a Peter.

Lui si levò il cappello da baseball – HAVOLINEPROTEGGI CIÒ CHE CONTA – e si passò le dita tra i capelli neri e folti. «Certo.» Si rimise il cappello. «Conta pure su di me.»

 

 

Clara rifiutò sia il consiglio di Anna di tornare a casa in anticipo per prendersi un po’ cura di se stessa, sia la proposta di Teddy di accompagnarlo al mercatino delle pulci organizzato dall’Early Ford V-8 Club per cercare i pezzi di ricambio per un vecchio motore a quattro tempi. Si sciacquò la faccia e tornò al lavoro. Aveva promesso di sistemare la cremagliera, e così avrebbe fatto, sebbene sapesse che Peter se ne sarebbe occupato più che volentieri, date le circostanze.

Quando ebbe finito, ripose gli attrezzi nei cassettoni allineati lungo la parete, sotto la mensola coi manuali di riparazione Chilton, poi raccolse gli stracci anneriti, li gettò nel secchio e salutò.

Peter oltrepassò la fossa d’ispezione e la aspettò sotto la saracinesca alzata. «Più tardi io e i ragazzi usciamo a farci una birra. Vieni con noi?» le chiese.

«Grazie, ma devo cominciare a impacchettare le mie cose.»

«Vuoi una mano?»

Clara avrebbe potuto scandire le parole con le labbra mentre lui le pronunciava. Almeno un paio di volte al giorno, non appena finiva quello che stava facendo, Peter andava da lei per vedere se poteva aiutarla. Quando Ryan era fuori città, e capitava spesso, Peter si presentava da lei con un vassoio avvolto nella pellicola, pieno di prelibatezze cucinate da sua madre, o coi biglietti per una partita, o con un dvd da guardare insieme. Durante l’ultimo grande incendio, aveva guidato fino a casa di Clara sfidando gli ordini di evacuazione e l’aveva convinta ad andare con lui a sud, sulla costa. Clara era sempre stata fiera del proprio autocontrollo, una qualità che la madre avrebbe sicuramente apprezzato. Persino quand’era ammalata, o si sentiva sola, o era preoccupata per qualcosa, a chiunque glielo chiedesse rispondeva sempre che stava «bene». Ma Peter ogni volta riusciva a capire quando non era vero, e in quei momenti era sempre al suo fianco, fedele come un cagnolino, senza mai chiedere nulla in cambio. Clara non sopportava di fare così tanto affidamento su di lui. Non voleva aver bisogno di nessuno. Soprattutto di Peter.

«No, grazie, andate pure senza di me. Io sono a posto. Ci vediamo domani», disse agitando piano la mano.

Fuori, sebbene il sole fosse già basso, non trovò nessun sollievo dall’afa, nemmeno un filo di vento che spazzasse via il calore che saliva dai motori delle automobili o che agitasse le palme sottili e ricoperte di polvere che fiancheggiavano la rete metallica sul bordo della strada. Si fermò accanto a una catasta di vecchi pneumatici che separava l’ingresso della Kappas Xpress Lube dal parcheggio per roulotte che sorgeva lì accanto, persa a osservare il piazzale sterrato dall’altro lato della strada tra i camion che sfrecciavano. Il pulviscolo e lo smog che impregnavano l’aria di Bakersfield erano particolarmente compatti quel giorno e davano al cielo una tonalità giallognola, come se avesse contratto qualche malattia.

Decise di fare un gioco: si sarebbe voltata e, se dietro di lei ci fosse stato qualcuno che la guardava, Peter o uno dei suoi fratelli, sarebbe rientrata e avrebbe detto: Okay, andiamo a farci una birraAvrebbe rimandato un altro po’ il momento in cui sarebbe tornata nella casa in cui aveva vissuto con Ryan, e dove ad attenderla ci sarebbe stata la chiave di un appartamento sconosciuto. Avrebbe bevuto una birra, o forse due, o forse tre, per dimenticare che stava per ricominciare da zero, di nuovo sola, per l’ennesima volta. Si girò nell’istante in cui Teddy abbassava dall’interno dell’officina la saracinesca dell’ultimo accesso rimasto aperto. Clara lo prese come un segno. Non appena il traffico concesse un po’ di tregua, attraversò la strada di corsa diretta verso la sua auto.

Si fermò nel negozio di alimentari messicano dove lei e Ryan si erano conosciuti e dove, in seguito, avevano continuato a fare la spesa, ma se ne pentì subito. Le piñatas appese al soffitto e le note allegre della musica tradizionale diffusa dagli altoparlanti stridevano col motivo per cui era lì. Domandò a un tizio che stava riempiendo gli scaffali se avesse qualche scatolone da darle e, mentre lui andava a cercarli, Clara si diresse verso il reparto alcolici alla ricerca di una birra. Ryan era un bevitore raffinato, grande appassionato di birra. Parlava con aria importante di amarezza, aromi e note finali e non beveva mai dalla bottiglia. Sosteneva che, senza un buon bicchiere, era impossibile godersi la cremosità o la rotondità, o cose simili. Clara passò in fretta davanti agli scaffali delle birre artigianali e d’importazione, afferrò un pacco da sei di Pabst e andò alle casse per pagare e prendere la pila di scatoloni che il commesso aveva lasciato lì per lei.

3

«Katja, vieni qui. Voglio mostrarti una cosa.»

Ekaterina Dmitrievna guardò prima il padre poi la madre, che stava lavorando l’impasto per la cena: anche quella sera niente carne né burro. La donna sorrise e annuì. Katja posò la sua bambola, afferrò la mano del papà, tesa verso di lei, e insieme percorsero il corridoio del condominio prebellico a quattro piani, in mezzo all’odore di cavolo e ai pianti dei neonati, superando i logori poster di propaganda. Le grandi imprese aspettano i coraggiosi! Pane per la patria! Potere ai soviet – Chruščëv! Era stanca – tutti quanti lo erano –, ma nel suo caso era perché era rimasta sveglia tutta la notte nel lettino nella speranza di riuscire a sentire la musica che si era interrotta tre giorni prima.

«Dove andiamo, papi?»

«Či, či, čiVedrai. È una sorpresa.»

Katja fremeva d’impazienza mentre si avvicinavano all’appartamento del vecchio signore cieco che veniva dalla Germania. Era un conoscente del padre, un suo cliente. Gli faceva visita più spesso che agli altri, perché il suo pianoforte si scordava di frequente.

«Lo suona con troppo impeto. Trasmette tutta la malinconia che ha nel cuore alla sua musica. È un male per il pianoforte ma un bene per me, no?» disse Dmitri alla bambina.

Il tedesco percuoteva i tasti del suo pianoforte fin da quando Katja riusciva a ricordare. Suonava quasi sempre di notte, nell’ora in cui i bambini del palazzo cercavano di prendere sonno. La musica rendeva i piccoli irrequieti e le loro madri furiose, ma nessuno osava protestare. Sapevano quale sarebbe stata la risposta, urlata in tono burbero: Per me è sempre notte! Solo di rado il tedesco lasciava le sue stanze, e quando ciò accadeva percorreva i corridoi trascinando i piedi e brontolando nella propria lingua, picchiando il bastone sui muri mentre gli occhi blu e vuoti saettavano di qua e di là. Nella loro immaginazione aveva assunto i tratti di una creatura spaventosa. I vicini sussurravano storie sul suo conto, forse vere o forse no: Wilm Kretschmann non era il suo vero nome. Si era arruolato come volontario nelle Waffen SS e, sebbene fosse per metà ebreo e non appartenesse all’Herrenvolk ariano esaltato da Hitler, aveva ucciso centinaia di ebrei e di combattenti della Resistenza. Aveva disertato dalla divisione Das Reich nel 1941, prima che emergesse la verità sulle sue origini, abbandonando alla chetichella la sua unità a Naro-Fominsk durante la battaglia di Mosca; se non l’avesse fatto, Hitler avrebbe preteso che venisse giustiziato, perché a nessun «subumano» era concesso di entrare nelle Waffen SS, nemmeno a un efferato assassino. Dato per disperso dai suoi, si era nascosto in una fabbrica tessile fino a quando la Wehrmacht non era stata respinta dalle forze sovietiche. A renderlo cieco erano stati i proiettili o il senso di colpa. Com’era arrivato a Zagorsk? Si diceva avesse fatto fortuna come costruttore o come ladro. Teneva ancora una Mauser HSc nella tasca della giacca. La musica era la testimonianza dei suoi tormenti. Era un mostro, un demone, un orco.

Katja lo adorava.

La prima volta che seguì suo padre in casa del tedesco aveva sei anni. La porta era rimasta socchiusa. Lei era sgattaiolata all’interno e si era rannicchiata contro la parete, la schiena poggiata alla carta da parati consunta, pronta a correre fuori se ce ne fosse stato bisogno. Suo padre, chino sullo strumento, non si era accorto di lei. Il tedesco sedeva su una sedia scalcagnata, dritto come un soldato, e fissava il vuoto davanti a sé, l’orecchio teso verso il pianoforte. Katja aveva il terrore che sentisse i battiti del suo cuore – andava velocissimo, come alcuni dei brani suonati da lui –, così si era stretta le ginocchia al petto per attutire il suono. Dopo alcuni minuti, vedendo che nessuno le prestava attenzione, aveva preso coraggio. Aveva provato con una boccaccia. Niente. Ne aveva fatta un’altra, e poi una smorfia. L’uomo era impassibile. Solo quando la bambina aveva soffocato una risatina lui si era voltato verso di lei. Da allora Katja era rimasta in silenzio e si era concentrata sul pianoforte nero e lucido che aveva inghiottito la testa del padre.

Nei mesi successivi tornò in quella casa ripetutamente, intrufolandosi nella stanza per osservare il tedesco mentre il padre accordava il pianoforte. Più di ogni altra cosa, desiderava vederlo suonare la musica che ascoltava di notte. A differenza degli altri abitanti del palazzo, a Katja piacevano le melodie insolite e complesse che provenivano dal suo appartamento. Voleva scoprire come nascevano.

«Può suonare qualcosa, per favore?» chiese infine un pomeriggio, spronata dal suo desiderio, emettendo un sibilo leggero mentre le parole uscivano attraverso il buco lasciato dai due incisivi caduti da poco. Aveva appena compiuto sette anni. Il padre si voltò ed esclamò: «Katja! Che cosa ci fai qui?» Ma il tedesco sollevò la mano, come una benedizione, e le fece segno di avvicinarsi. «Mi domandavo se era per questo che eri qui», disse con una voce che non somigliava affatto a quella di un orco.

Pagò suo padre, gli chiese di sedersi e guidò Katja accanto al pianoforte, posando la grande mano calda e scossa da un tremolio leggero sulla spalla della bambina. Le disse di stare lì. Poi si sedette di peso sullo sgabello. Katja trattenne il respiro. Dopo alcuni istanti, l’uomo sollevò le mani e le tenne elegantemente sospese sopra la tastiera. Ci fu un attimo di silenzio, poi le abbassò fino a toccare i tasti, preciso, lento, delicato. Katja pensò a sua madre che le accarezzava i capelli quando era agitata o faticava a addormentarsi.

Che cos’era quella musica? Non erano le note selvagge e martellanti che risuonavano di notte; somigliava più a una pioggerellina leggera, o alla corsa delle nuvole in cielo, o a una danza fatata. Si schiuse a poco a poco come una storia mai ascoltata prima. Di nascosto, la bimba appoggiò la mano sul legno lucido. Guardò le dita del vecchio muoversi sui tasti, sfiorandoli a malapena, e sentì che la musica le penetrava in tutto il corpo attraverso le orecchie, gli occhi, i piedi, le mani. Quando quella finì, il vestitino di Katja era bagnato dalle lacrime e, quando il tedesco si alzò – di nuovo sgraziato e tremante per gli anni e la cecità –, anche il suo viso era rigato di lacrime.

«Una composizione russa per te. La sonata per pianoforte n. 2 in sol diesis minore di Aleksandr Skrjabin. Primo movimento. Lo conosci?» chiese col suo strano accento.

Lei scosse la testa, dimenticando che lui non poteva vederla.

Il vecchio le accarezzò la guancia col pollice e sentì le sue lacrime. «Blagodaryu.Grazie.»

Suo padre capì che si trattava di un congedo. Prese Katja per mano e la condusse via.

«Grazie», disse lei voltandosi. «Grazie.»

Aveva sperato che il tedesco la invitasse di nuovo per insegnarle a suonare, ma non lo aveva mai fatto, e lei era troppo timorosa per intrufolarsi ancora in casa sua.

Nelle ultime tre notti non aveva più sentito la sua musica, e quando lei e il padre entrarono nell’appartamento del tedesco lo trovarono completamente vuoto, a eccezione del grande pianoforte lucido.

«Dov’è il signore, papà? Dov’è la sua sedia? E il suo letto?» chiese lei.

«Či, či, či, calmati, Katen’ka. Se n’è andato. Ma qui c’è qualcosa. Ti ha lasciato il suo pianoforte.»

«Dov’è andato?»

«È morto. Un giorno ti spiegherò. Ci ha lasciato una lettera.»

Soltanto allora Katja si accorse che suo padre aveva qualcosa in mano. «Che cosa c’è scritto?»

«Solo che vuole che il Blüthner sia tuo. C’è scritto pure che devo prendermene cura per te e che vuole che impari a suonarlo. Dice che persino un cieco riuscirebbe a vedere la musica che ti batte nel cuore.»

 

 

Il padre di Katja, con l’aiuto di tre vicini, trascinò il pianoforte lungo i corridoi fino al salottino di casa loro. Due nuove famiglie si trasferirono nell’appartamento del tedesco e cominciarono presto a lamentarsi della presenza di fantasmi. «Si è sparato in testa con la Mauser HSc», sussurravano. «È tornato a casa sua, nel Paese degli orchi e dei demoni. Finalmente ce ne siamo liberati!»

Ma, senza il vecchio e la sua musica, Katja riusciva a addormentarsi soltanto se si sdraiava sotto il pianoforte. Coi capelli aggrovigliati ai pedali, sognava le fate che danzavano sulla neve, la pioggerellina delicata e le nuvole che volavano leggere sopra di lei. Al mattino cercava di riprodurre la melodia, suonando le note a una a una, imparandone la sequenza. Suo padre la incoraggiava e le insegnava quel poco che sapeva. Diceva che il regalo del tedesco era la prova che sotto sotto le persone hanno un cuore buono. Per lei, significava che quel pianoforte speciale racchiudeva una magia tutta da scoprire.

E Katja la scoprì.

Fu il primo grande amore della sua vita.

Chris Cander è nata e cresciuta a Houston, in Texas, dove vive tutt’ora col marito e coi figli. Ha scritto la sua prima poesia quando aveva dieci anni e da allora non si è mai fermata. Oltre a essere autrice di diversi romanzi, partecipa attivamente alle iniziative di Writers in the School, un’associazione che promuove la lettura nelle scuole. Un pianoforte è il suo primo romanzo pubblicato in Italia.

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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