“Il pittore di anime” di Ildefonso Falcones edito da Longanesi in libreria dal 16 Settembre 2019. Estratto

Sinossi

Un uomo in cerca di se stesso e del proprio destino.
Un amore lacerato dal rimorso.
Una città in lotta contro miseria e potere.  
Questo è il loro ritratto.
 
Barcellona, 1901. La città attraversa un momento di estrema tensione sociale: la miseria delle classi più umili si scontra con il lusso dei grandi viali, nei quali originalissimi edifici appena sorti o in costruzione annunciano l’arrivo di una nuova e rivoluzionaria stagione artistica, il Modernismo.
Dalmau Sala, figlio di un anarchico giustiziato dalle autorità, è un giovane pittore e ceramista che vive intrappolato tra due mondi: da un lato quello della sua famiglia e di Emma Tàsies, la donna che ama, entrambe attivamente impegnate nella lotta operaia; dall’altro, quello del lavoro nella fabbrica di ceramiche di don Manuel Bello, il suo mentore, ricco borghese dalla incrollabile fede cattolica.
Nel Pittore di anime, Ildefonso Falcones tratteggia il meraviglioso arazzo di un’epoca convulsa, nel quale l’amore, la passione per l’arte, le rivolte sociali e le vendette personali si fondono in un intreccio emozionante, il ritratto di una Barcellona capace di ribellarsi al grigio potere della tradizione, dimostrando ancora una volta un’innegabile maestria nel tessere personaggi vividi e avventure straordinarie sullo sfondo della Storia di cui è appassionato e attento studioso.

 

Estratto

Ho iniziato questo libro quando godevo di buona salute

e ho messo il punto finale battendo sui tasti con mille spilli 
piantati nei polpastrelli a causa di una grave malattia.

Voglio dedicarlo a chi lotta contro il cancro, e anche a quanti

ci aiutano, ci incoraggiano, ci accompagnano, soffrono con noi

e, a volte, devono sopportare la nostra disperazione. Grazie.

 

PARTE PRIMA

1

Barcellona, maggio 1901

Le grida di centinaia di donne e bambini echeggiavano nei vicoli del centro storico. «Sciopero!» «Sbarrate le porte!» «Fermate le macchine!» «Abbassate le saracinesche!» Il corteo delle donne, molte delle quali avevano i piccoli in braccio o cercavano di tenerli per mano nonostante i loro sforzi di scappare e unirsi ai più grandicelli, liberi da ogni controllo, percorreva le vie della città vecchia esortando gli operai, gli artigiani e i commercianti che tenevano ancora aperti laboratori, officine e negozi a fermare immediatamente le attività. I pali e i bastoni che brandivano convincevano quasi tutti, anche se non mancavano vetrine infrante e risse sporadiche.

«Sono donne!» urlò un vecchio dal balcone di un primo piano, proprio sopra la testa di un negoziante adirato che stava affrontando alcune di loro.

«Anselmo, io…» Il bottegaio alzò lo sguardo.

Il tentativo di scusarsi fu subissato dagli insulti e dai fischi di quelli che osservavano la scena dagli altri balconi delle vecchie case a schiera, dimore di operai e gente umile, con le facciate scrostate, percorse da crepe e macchiate di umidità. L’uomo strinse le labbra, scosse la testa e mise il chiavistello, mentre alcuni ragazzini cenciosi e sporchi cantavano vittoria e lo prendevano in giro. Qualche spettatore non poté trattenersi dal sorridere di fronte alle burle di quegli scioperanti precoci; il bottegaio non era affatto benvoluto nel quartiere. Confezionava e vendeva espadrillas. Non faceva credito. Non sorrideva mai, e neppure salutava.

Il gruppo di ragazzini continuò a prenderlo in giro finché la polizia che seguiva le donne non fu vicina. A quel punto scapparono per riaccodarsi al corteo che procedeva tra i vicoli della Barcellona medievale, tortuosi e male illuminati, dato che la splendida luce primaverile di quel mese di maggio non riusciva a penetrare nel fitto reticolo di viuzze, raggiungendo soltanto i piani alti degli edifici che si ergevano lungo il lastricato. Gli abitanti affacciati ai balconi si zittirono al passaggio degli uomini della Guardia Civil, alcuni a cavallo con le sciabole sguainate, la maggior parte con il volto contratto, in una tensione che era palpabile nei loro movimenti sincopati. Tutti erano consapevoli del conflitto che stavano vivendo: il loro dovere era d’impedire le manifestazioni non autorizzate, ma non erano disposti a caricare donne e bambini.

La storia della rivoluzione operaia a Barcellona era legata alle donne e ai loro figli. Erano state le donne, in svariate occasioni, a esortare gli uomini affinché restassero in disparte nelle azioni violente. «Con noi non si azzardano, e bastiamo a imporre la serrata», sostenevano. Ed era così anche in quel mese di maggio del 1901, quando gli operai erano scesi in strada dopo che, alla fine di aprile, la Compañía de Tranvías aveva licenziato i dipendenti in sciopero e aveva assunto dei crumiri per rimpiazzarli.

Lo sciopero generale convocato dalle associazioni operaie a sostegno dei tramvieri era ben lungi dall’affermarsi e, nonostante alcune azioni violente, la Guardia Civil sembrava avere il controllo della situazione in città.

A un tratto, dalle centinaia di donne si levò un clamore al diffondersi della notizia che un tram stava circolando sulle Ramblas. Risuonarono insulti e urla minacciose: «Crumiri!» «Figli di puttana!» «Diamogli addosso!»

Le scioperanti percorsero calle de la Portaferrissa a passo veloce, alcune quasi di corsa, per raggiungere la Rambla de les Flors, poco più su della Boqueria, un mercato che a differenza di altri, come Sant Antoni, Born o Concepció, non era sorto da un progetto concreto, bensì dall’occupazione da parte dei venditori di plaza Sant Josep, un magnifico spazio porticato; alla fine gli ambulanti l’avevano spuntata e la piazza si era ricoperta di tendoni e tettoie provvisorie, con i portici degli edifici intorno alla piazza che fungevano da pareti del nuovo mercato. Le tradizionali rivendite di fiori, strutture in ferro battuto disposte l’una accanto all’altra lungo il Paseo, erano chiuse, ma le fioraie, molte delle quali se ne stavano a braccia incrociate e con aria di sfida, erano rimaste davanti ai negozietti, pronte a difenderli. A Barcellona si vendevano fiori solo in quella zona delle Ramblas. Nel mercato della Boqueria un’infinità di carri da trasporto con teloni e cavalli aspettavano in fila, l’uno di fianco all’altro, a pochi passi dai binari del tram, e i cavalli s’innervosirono alle urla delle donne che irruppero sulla scena. Poche prestarono attenzione allo scompiglio degli animali imbizzarriti, tra carrettieri e venditori che correvano da una parte all’altra. Il tram, che percorreva la linea da Barcellona a Gràcia partendo dalla Rambla de Santa Mònica, vicino al porto, stava arrivando.

Dalmau Sala aveva seguito il corteo attraverso la città vecchia assieme a molti altri uomini, in silenzio, dietro la Guardia Civil. Arrivato a quel punto, in una zona aperta come le Ramblas, poté 

godere di una visuale più completa. Il caos era totale. Cavalli, carri e venditori. Cittadini che correvano, curiosi. Poliziotti che si schieravano davanti al gruppo di donne con i bambini, che a loro volta li fronteggiavano formando una barriera umana che li tenesse lontani dalle altre donne accalcatesi sulle rotaie per fermare il tram.

Un brivido percorse Dalmau da capo a piedi quando vide che alcune donne sollevavano i loro piccoli e li mostravano alle guardie. Altri bambini, un po’ più grandi, se ne stavano aggrappati alle gonne delle madri, impauriti, con gli occhi sgranati a scrutarsi intorno in cerca di risposte che non trovavano, mentre gli adolescenti, galvanizzati dal clima che si era creato, sfidavano i poliziotti.

Non molti anni prima, forse quattro o cinque, Dalmau aveva dimostrato la stessa boria di fronte alla polizia; sua madre, alle sue spalle, aveva gridato e rivendicato giustizia e migliori condizioni sociali, spronandolo a lottare, come la maggior parte delle madri che coinvolgevano i figli nella difesa di cause considerate superiori persino alla loro stessa incolumità.

Per un attimo, le grida delle donne suscitarono in Dalmau un’ebbrezza simile a quella che aveva vissuto allora affrontando la polizia. In momenti come quello si sentivano invincibili. Lottavano per gli operai! In certe occasioni la Guardia Civil o l’esercito avevano caricato, ma quel giorno non sarebbe successo, si disse Dalmau, spostando lo sguardo sulle scioperanti schierate contro il tram in arrivo. No. Quel giorno non era destino che le forze di polizia attaccassero le donne; se lo sentiva, lo sapeva.

Dalmau non tardò a individuarle. In prima fila, davanti a tutte, con lo sguardo di sfida, come se quello potesse bastare a fermare il tram della linea di Gràcia che si avvicinava. Dalmau sorrise. Cosa non avrebbero ottenuto, con quello sguardo… Montserrat, sua sorella minore, ed Emma, la sua fidanzata, erano inseparabili, unite nella sventura e nella lotta operaia. Il tram avanzava suonando la campanella; i raggi del sole che filtravano tra gli alberi delle Ramblas facevano scintillare le ruote e gli altri elementi metallici del veicolo. Qualche donna indietreggiò; poche, pochissime, per la verità. Dalmau s’irrigidì. Non temeva per loro; il veicolo si sarebbe fermato. Un silenzio carico di tensione calò su madri e poliziotti. Molti curiosi trattennero il respiro. Il gruppo di donne sulle rotaie parve farsi più grande, saldo, tenace, disposto a lasciarsi travolgere.

Il tram si fermò.

Dalle donne si levò un’esplosione di giubilo, mentre i pochi passeggeri che avevano osato prendere il tram e che viaggiavano sulla parte superiore del mezzo, all’aria aperta, seduti al sole, scendevano a rotta di collo e scappavano, preceduti dal conducente e dai controllori, tutti crumiri saltati giù prima ancora che il tram fosse fermo del tutto.

Dalmau osservò Emma e Montserrat, entrambe con il pugno chiuso alzato verso il cielo, sorridenti, che festeggiavano euforiche la vittoria con le altre compagne. Neanche un minuto dopo, le centinaia di donne si avvicinarono al tram. «Andiamo!» «Addosso!» La Guardia Civil accennò a reagire, ma la barriera con i bambini la bloccò. Furono una miriade le mani che si appoggiarono alla fiancata del veicolo. Altrettante, quelle che non riuscivano a raggiungere il tram, sostennero la schiena delle scioperanti davanti a loro.

«Spingete!» gridarono all’unisono diverse donne.

«Più forte!»

Il tram oscillò sulle ruote di ferro.

«Forza! Ancora, ancora…»

Uno, due… La spinta aumentava al ritmo delle esortazioni. Infine, un ruggito sgorgato da centinaia di gole decretò il ribaltamento del vagone. Il fragore si confuse con le schegge, le lamiere contorte, e la nube di polvere che avvolgeva il tram e le donne.

Un urlo infranse il momentaneo silenzio calato dopo lo schianto del vagone.

«Salute e rivoluzione!»

«Viva l’anarchia!»

«Sciopero generale!»

«Morte ai preti!»

Più lavoro e salari migliori. Riduzione dell’estenuante orario lavorativo. Fine dello sfruttamento del lavoro minorile. Fine del potere della Chiesa. Maggiore sicurezza. Abitazioni decenti. Espulsione dei religiosi. Sanità pubblica. Istruzione laica. Cibo per tutti… Mille rivendicazioni riecheggiarono sulla Rambla de les Flors di Barcellona, condivise da una massa di gente umile, sempre più numerosa, che si radunava e applaudiva con entusiasmo le operaie.

Emma e Montserrat, sudate, il viso sporco e scurito dalla polvere sollevata dal tram rovesciato, saltavano eccitate, incitando le compagne, poi alzarono le braccia per arrampicarsi sulla fiancata del veicolo.

A Dalmau venne la pelle d’oca alla vista di quelle due giovani donne. Che coraggio! Che impegno! Ricordò le tante volte che, assieme alle madri e alle mogli degli operai, erano scese in strada a sostenere una causa. Lui era più grande di loro di nemmeno due anni, eppure lo superavano in ardimento, come se il fatto d’essere donne le obbligasse a farlo, gridavano, insultavano e addirittura sfidavano la Guardia Civil. E adesso eccole lì, sopra un tram che avevano ribaltato con le loro stesse mani. Dalmau ebbe un fremito, levò il pugno chiuso e si unì, eccitato, alle grida e alle rivendicazioni della gente.

 

 

L’emozione e il fragore continuavano a risuonare dentro Dalmau, che in preda all’agitazione e con le orecchie che fischiavano, risaliva il paseo de Gràcia diretto alla fabbrica di ceramiche dove lavorava, situata in una spianata lungo la riera de Bargalló, a Les Corts. Non aveva potuto parlare con le ragazze perché, una volta che il corteo aveva ottenuto il suo scopo, la Guardia Civil aveva mostrato un certo nervosismo, costringendo la manifestazione a sciogliersi, così le donne con i bambini si erano dispersi in ogni direzione. Chissà se Montserrat ed Emma erano identificabili, pensò Dalmau. Sicuramente sì!disse tra sé e sorrise, mentre scalciava una foglia caduta da un albero. Chi avrebbe mai potuto dimenticarsi di loro, dopo che si erano arrampicate là sopra? A ogni modo, si erano confuse in fretta tra le altre donne nel mercato della Boqueria e sulle Ramblas: donne come tante, con la gonna lunga fino alle caviglie, il grembiule e la camicia, di solito con le maniche arrotolate. Le più mature portavano in genere un foulard sulla testa, quasi sempre nero; le altre raccoglievano i capelli in una crocchia, senza alcun copricapo. Erano donne decisamente diverse da quelle ricche ed eleganti che si solevano vedere a passeggio sul paseo de Gràcia.

Ogni giorno, quando andava o veniva lungo quella grande arteria della Ciudad Condal, Dalmau si dilettava a guardare quelle dame che passeggiavano orgogliose tra cavalli, calessi, bambinaie vestite di bianco che badavano alle loro creature. Il seno, il ventre e le natiche: erano quelli, a quanto si diceva, i tre attributi per giudicare la donna ideale. Con il Modernismo, la moda femminile si era evoluta al pari dell’architettura e di altre arti, e aveva gradualmente sostituito gli elementi medievali e rigidi, impiegati nell’ultimo decennio del secolo precedente, con altri che davano risalto a donne vivaci, con i corsetti che mettevano in evidenza le curve naturali del corpo con una meravigliosa sinuosità: seno prominente, ventre piatto e fasciato stretto, e natiche in fuori, sode, sfacciate. Quando aveva tempo, Dalmau si sedeva su una panchina del Paseo e faceva schizzi al carboncino ritraendo quelle donne, anche se in genere evitava i vestiti e le disegnava nude, seguendo la sua immaginazione. Non voleva limitarsi a ciò che corsetti e abiti suggerivano. I piedi, le gambe, le caviglie, soprattutto le caviglie, minute e sottili, con i tendini tesi come corde di violino; e poi mani e braccia. E il collo! Perché fissarsi soltanto su seno, ventre e natiche? Quanto gli piaceva ritrarre il corpo femminile. Purtroppo però non aveva l’opportunità di lavorare con modelle nude; il suo maestro, don Manuel Bello, lo aveva proibito. Nudi maschili, sì; nudi femminili, no. Se non lo faceva lui, ribadiva il maestro, non lo avrebbe fatto nemmeno Dalmau. Conoscendo la moglie di don Manuel era comprensibile, pensava Dalmau divertito, alle sue spalle. Borghese, reazionaria, conservatrice, cattolica integralista fino al midollo! Tutte virtù condivise dal marito; per di più, quella donna si ostinava a esibire la moda ormai abbandonata da qualche anno, tanto che usava ancora il sellino, una sorta di armatura che si legava alla cintola affinché la gonna rimanesse bombata dietro.

«Un po’ come la chiocciola di una lumaca», così si era burlato di lei, raccontandolo a Montserrat e a Emma. «Tutta protesa in avanti e con una specie di carapace che le spunta dal culo e che si porta sempre appresso. Credetemi se vi dico che non riesco neppure a immaginarmela nuda.»

Le due ragazze avevano riso.

«Non hai mai tirato una lumaca fuori dal guscio?» gli aveva chiesto sua sorella. «Be’, mettici un po’ di capelli al posto delle corna, ed ecco la tua borghese nuda, che sbava come tutte quante.»

«Piantala! Che schifo!» aveva protestato Emma, dando una spinta a Montserrat. «E tu, perché devi immaginare come sono le donne nude?» aveva chiesto, rivolgendosi a Dalmau. «Non ti soddisfa quella che hai in casa?»

Aveva pronunciato l’ultima frase scandendo bene le parole, con un tono dolce, ammiccante.

Dalmau l’aveva tirata a sé, per baciarla sulle labbra. «Ma certo che mi soddisfa», aveva mormorato.

Di fatto, a parte certe fotografie erotiche sulle quali studiava di nascosto i nudi femminili, cosa che il suo maestro gli proibiva, l’unica ad aver posato nuda per lui era stata Emma. Quando l’aveva saputo, Montserrat si era offerta a sua volta.

«Ma come potrei dipingere mia sorella nuda?» si era opposto Dalmau.

«È una cosa artistica, no?» aveva insistito lei, facendo il gesto di togliersi la camicia, ma lui glielo aveva impedito, afferrandole la mano. «Mi piacciono i disegni che hai fatto di Emma! È così… sensuale! Così donna! Sembra una dea! Nessuno direbbe che è una cuoca. Vorrei potermi vedere allo stesso modo, non come una volgare operaia di una fabbrica di teli di cotone stampato.»

Dalmau aveva chiuso gli occhi per un istante, accorgendosi che la sorella si stava tirando la gonna a fiori come per liberarsene.

«Vorrei tanto che mi disegnassi così», aveva insistito Montserrat.

«E cosa direbbe nostra madre?» l’aveva redarguita lui.

Montserrat si era limitata a storcere il labbro superiore, scuotendo la testa in una smorfia di rassegnazione.

«Non hai bisogno di farti ritrarre nuda per sapere che sei bella quanto Emma», aveva cercato di consolarla Dalmau. «Fai già innamorare tutti! Sono pazzi di te, li hai tutti ai tuoi piedi.»

Quel giorno, dopo aver assistito al ribaltamento del tram sulle Ramblas, Dalmau stava facendo tardi al lavoro e non aveva tempo di sollazzarsi con l’immaginaria nudità delle borghesi che si pavoneggiavano sul paseo de Gràcia. Né, tantomeno, di ammirare le costruzioni moderniste che stavano sorgendo sull’Eixample, l’Ensanche di Barcellona: la zona fuori le mura della città, dove per secoli per motivi di difesa militare era stato vietato costruire e dove, nel XIX secolo, con l’abbattimento delle muraglie, si era ormai estesa l’urbanizzazione. Il maestro Bello a parole 

demonizzava quegli edifici modernisti, ma faceva ottimi affari vendendo ai costruttori le ceramiche della sua fabbrica.

«Figliolo, gli affari sono affari», aveva detto a mo’ di scusa il giorno in cui Dalmau si era azzardato a rinfacciargli quella contraddizione. Di certo c’era che il Modernismo, un po’ come per gli abiti femminili, aveva imposto cambiamenti profondi dopo l’Esposizione universale di Barcellona del 1888: una deriva difficile da accettare per i caratteri più conservatori. Nell’ultimo decennio dell’Ottocento, le donne, seppur libere dal sellino che le faceva assomigliare alle lumache, avevano continuato a indossare vestiti rigidi, simili a quelli medievali. In quello stesso decennio, anche gli architetti avevano cercato d’ispirarsi al Medioevo, tentando di emulare la grandezza della Catalogna di quell’epoca. Domènech i Montaner ne aveva recuperato le tecniche usando materiali della propria terra come i mattoni a vista, e così aveva costruito il caffè-ristorante dell’Esposizione del 1888: un imponente castello merlato con influenze orientaleggianti; sul fregio esterno tuttavia si era preso la licenza di collocare una cinquantina di blasoni in ceramica bianca, al posto del centinaio previsto, sui quali venivano pubblicizzati i prodotti che potevano essere assaporati nel locale: un marinaio che beveva gin, una signorina che mangiava un gelato, una cuoca che preparava la cioccolata…

Pochi anni dopo, Puig i Cadafalch aveva assunto l’incarico di ricostruire la casa Amatller sul paseo de Gràcia, e aveva fatto ricorso a elementi gotici, infrangendo simmetrie e classicismi, e dotando così Barcellona della sua prima facciata colorista. Su quella, al pari di Domènech con il suo caffè-ristorante, Puig aveva giocato con le decorazioni e, approfittando degli interessi del proprietario dell’edificio, aveva aggiunto una serie di animali grotteschi: un cane, un gatto, una volpe, una capra, un uccello e una lucertola a mo’ di guardiani; una rana che soffia il vetro e un’altra che brinda con un calice; un paio di maiali che modellano un vaso di porcellana; un asino che legge un libro, un altro che lo osserva con gli occhiali; un leone appassionato di fotografia accanto a un orso con l’ombrello; un coniglio che fonde il metallo mentre un altro gli porge l’acqua, e una scimmia che batte il martello sull’incudine.

Quelle due opere, tra le tante che annunciavano un cambiamento e una concezione diversa dell’architettura, erano, a detta del maestro di Dalmau, le precorritrici della casa Calvet in calle Casp, nella quale Gaudí avrebbe cominciato ad abbandonare la concezione storicistica che lo aveva ispirato in un primo periodo nell’Ottocento, per sviluppare un’architettura in cui pretendeva che la materia acquisisse movimento. «Movimento… le pietre!» esclamava don Manuel Bello con un’espressione sconvolta.

«Donne e palazzi si stanno distaccando poco alla volta dalla classe, dal portamento signorile, dalla storia, e così si prostituiscono, per tramutarsi in vipere sinuose le prime e in materia inconsistente i secondi», aveva confessato una volta a Dalmau, poi gli aveva voltato le spalle agitando le braccia, come se l’intero universo stesse crollando. Dalmau aveva evitato di ribattere che lui era attratto da quelle donne sinuose, e che ammirava chi pretendeva che il ferro battuto, la pietra e persino la ceramica acquisissero movimento. Solo uno stregone, un mago, un creatore straordinario avrebbe potuto presentare allo spettatore la materia trasformata in fluido!

Un lungo carro carico di argilla, tirato da quattro cavalli frisoni, imponenti e robusti, con le zampe grosse e pelose, transitò lento e pesante accanto a Dalmau, distogliendolo dai suoi pensieri e facendo tremare il terreno. Alzò lo sguardo e vide il cassone stracolmo del carro stagliarsi contro le due alte ciminiere delle fornaci della fabbrica che lo sovrastavano. MANUEL BELLO GARCÍAFÁBRICA DE AZULEJOSL’insegna in ceramica bianca e azzurra campeggiava sopra il portone d’ingresso; da lì si apriva un vasto spazio con vasche e seccatoi, e di fianco c’erano i magazzini, gli uffici e le fornaci. Era una fabbrica di medie dimensioni che eseguiva lavori in serie, ma realizzava anche pezzi speciali disegnati o immaginati dagli architetti e dai capomastri per gli edifici o per i tanti esercizi commerciali, botteghe, farmacie, alberghi, ristoranti e locali vari che ricorrevano alla ceramica come elemento decorativo per eccellenza.

Era questo il lavoro di Dalmau: disegnare. Creare progetti originali che poi venivano prodotti in serie ed entravano a far parte del catalogo della ditta; concretizzare e sviluppare i progetti ideati dai capimastri nella costruzione di case e negozi, che spesso erano soltanto abbozzati; o, infine, realizzare i modelli che i grandi architetti modernisti gli presentavano già perfettamente elaborati.

«Scusate, don Manuel…» Dalmau si presentò nell’ufficio e laboratorio del maestro, accanto agli uffici generali della fabbrica, al primo piano di uno degli edifici che facevano parte del complesso industriale. «In centro storico c’era una gran confusione. Manifestazioni, cariche della polizia», esagerò. «E ho dovuto badare a mia madre e a mia sorella.»

«Dobbiamo prenderci cura delle nostre donne, figliolo.» Don Manuel, vestito rigorosamente e sobriamente di nero, come d’abitudine, con una cravatta verde scuro dal nodo enorme, annuì da dietro la scrivania di mogano. Le basette larghe e folte arrivavano a congiungersi con i baffi, altrettanto folti, lasciando il collo e il mento liberi dalla barba; il tutto curato alla perfezione. «Hanno bisogno di noi. Hai fatto bene. Quegli anarchici libertari porteranno il Paese alla rovina! Spero che la Guardia Civil li abbia sistemati a dovere. Pugno di ferro! Ecco cosa si meritano, certi scellerati! Non preoccuparti, figliolo. Ora va’ a lavorare.»

La scrivania di Dalmau si trovava in uno studio accanto a quello del maestro. Nemmeno lui lavorava assieme agli altri impiegati, che svolgevano i propri compiti nelle sale comuni: disponeva di uno spazio tutto per sé, un luogo abbastanza grande dove poteva concentrarsi sul lavoro, che in quei giorni consisteva nel disegnare una serie di piastrelle con motivi orientaleggianti: fiori di loto, ninfee, crisantemi, canne di bambù, farfalle, libellule…

Aveva perfezionato l’abilità nel disegnare fiori seguendo vari corsi nella scuola della Llotja di Barcellona. Fiori naturali, fiori stilizzati, fiori in ombra; aveva imparato a disegnarli e, per ultimo, a dipingerli a olio. Tra le materie che si studiavano alla Llotja, dove Dalmau era entrato a dieci anni, e che comprendevano aritmetica, geometria, disegno figurato, geometrico e ornamentale, ritratto dal vivo e dipinto, una delle più importanti era il disegno applicato alle arti e alla produzione industriale. Era proprio per quello che la scuola della Llotja era stata fondata, per insegnare l’arte agli operai più portati, con l’obiettivo di applicarla all’industria.

Verso la metà del XIX secolo, tuttavia, si era cominciato a preferire le arti pure a quelle applicate, pur senza abbandonare queste ultime, destinate a fornire risorse all’industria. E il disegno floreale rientrava senza dubbio nella categoria. Gli elementi botanici erano stati l’ornamento per eccellenza dell’arte gotica e, ora che si tornava a ricercare quelle ispirazioni medievali, venivano utilizzati per decorare stoffe e abiti, principale risorsa della Catalogna, e, con il Modernismo in architettura, anche piastrelle di ceramica, mosaici, lavorazioni in ferro battuto, manufatti in legno, e vetrate, oltre che nelle migliaia di sculture in gesso che ornavano gli edifici.

Dalmau indossò sulla camicia beige un camice da lavoro che gli arrivava alle ginocchia e che costituiva il suo vestiario abituale, assieme ai pantaloni in misto lana e lino di un indefinito colore scuro, un berretto e le scarpe di pelle nera. Non appena si sedette davanti al mucchio di bozzetti sparpagliati sul tavolo e mise in ordine le matite, svanirono di colpo il vociare, le risate, le grida e tutti i rumori di quella fabbrica che operava a pieno regime, alcuni addirittura assordanti. Dalmau dedicò tutti i suoi sensi a quei disegni giapponesi, cercando di assimilare la tecnica orientale che si affrancava dal realismo per assurgere a una bellezza stilizzata, senza ombre, tanto lontana dai criteri occidentali quanto apprezzata in un mercato teso alla ricerca della diversità, dell’esotico, del moderno.

Quando il buio calò su Barcellona, il silenzio della fabbrica deserta lo colse ancora assorto nel suo lavoro. Aveva mangiato senza appetito il pranzo che gli avevano portato, come un disturbo inevitabile, e più tardi aveva risposto con un vago mormorio a quanti si affacciavano alla porta del suo studio per salutarlo. Don Manuel, tra gli ultimi a uscire, non aveva fatto eccezione e, dopo aver schioccato la lingua, un verso che nessuno sapeva se fosse di soddisfazione o disappunto, aveva voltato le spalle a Dalmau, che non si era nemmeno degnato di distogliere lo sguardo dai disegni, ignorando le parole dell’altro.

Un paio d’ore dopo, la luce delle lampade a gas che rischiaravano lo studio si abbassò d’intensità, fin quasi a lasciarlo al buio.

«Chi ha spento la luce?» protestò Dalmau. «Chi c’è?»

«Sono io, Paco», rispose il guardiano notturno, ruotando la manopola del gas per aumentare di nuovo la luminosità nel locale.

La luce mostrò un uomo anziano, curvo, ormai vecchio. Era una persona splendida, ma non avrebbe dovuto stare lì. Il maestro gli aveva proibito l’accesso ai laboratori, dove si custodivano schizzi e progetti, opere in corso di realizzazione, materiali che soltanto il personale che godeva della massima fiducia poteva vedere.

«Che ci fai qui?» chiese Dalmau stupito.

«Don Manuel mi ha ordinato di mandarti via, se ti fossi attardato troppo.» L’uomo sorrise mostrando le gengive sdentate. «Le cose in città si sono fatte difficili, la gente è molto nervosa», spiegò. «E tua madre sarà in pensiero.»

Forse Paco aveva ragione. A ogni modo, la distrazione permise allo stomaco di Dalmau di protestare per la fame e questo, unito alla stanchezza che avvertì di colpo agli occhi, gli consigliò di concludere la sua giornata lavorativa.

 

Spegni pure», disse al guardiano, mentre gettava il camice sull’attaccapanni, dove rimase appeso per una manica. «Cos’è successo in città?» aggiunse, chiudendo i cassetti della scrivania.

«La situazione è sempre più complicata. I cortei, soprattutto di donne e ragazzini, hanno percorso tutta la zona vecchia, tirando sassi contro i vetri delle fabbriche e delle officine per costringerle a chiudere. A quanto pare, stamattina hanno ribaltato un tram e questo li ha galvanizzati.»

Dalmau sbuffò rumorosamente.

«È successo qualcosa del genere anche nelle grandi fabbriche del quartiere di Sant Martí. Hanno persino assaltato alcuni commissariati. I ragazzini ne hanno approfittato per scatenarsi e appiccare il fuoco ad alcuni uffici delle tasse, probabilmente dopo averli svaligiati. C’è un gran subbuglio in giro.»

Scesero le scale fino ai magazzini del primo piano. Lì, prima di attraversare il vasto spiazzo intorno ai capannoni in cui si lavorava l’argilla, Dalmau salutò i due bambini di non più di dieci anni che vivevano e dormivano nella fabbrica, sopra una coperta buttata sul pavimento, accanto al calore delle fornaci in inverno, più lontano quando il clima diventava clemente. Non erano nemmeno apprendisti, facevano un po’ di tutto: pulizie, piccole commissioni, andavano a prendere l’acqua… Una famiglia ce l’avevano entrambi, o almeno così dicevano: genitori che lavoravano come operai nel quartiere di Sant Martí, la Manchester catalana, e vivevano alla meno peggio ammucchiati in appartamenti condivisi con varie famiglie. Sant Martí era distante, però, e il maestro non aveva nulla in contrario al fatto che vivessero nella fabbrica e si guadagnassero qualche centesimo; in cambio, esigeva solo che la domenica andassero a messa nella parrocchia di Santa María del Remei di Les Corts. Ai genitori non sembrava importasse granché se quei bambini vivevano in fabbrica, nessuno se ne interessava. Molti altri se la passano in condizioni ben peggiori, pensò Dalmau, scompigliando i capelli stopposi di uno dei due mentre si dirigeva verso l’uscita; un esercito di ragazzini – li chiamavano trinxeraires e si calcolava che fossero più di diecimila – sopravviveva nelle strade di Barcellona chiedendo l’elemosina, rubacchiando e dormendo alle intemperie, in qualsiasi buco trovassero riparo; erano orfani o semplicemente bambini abbandonati come quei due «apprendisti» che le famiglie non potevano accudire né tantomeno nutrire.

«Buonanotte, maestro», lo salutò uno dei due. Nel suo tono non c’era nessuna sfumatura di sarcasmo: era un augurio sincero.

Dalmau si voltò, storse la bocca, frugò in una tasca dei pantaloni e lanciò loro un paio di monete da due centesimi.

«Che generoso!» E stavolta si sentì una certa ironia.

«Non ne avete trovate da un centesimo?» sbottò l’altro ragazzino. «Queste sono… le più piccole.»

«Ingrati!» li apostrofò il guardiano.

«Lasciali stare», lo redarguì Dalmau sorridendo. «Badate a quello che fate, con quei soldi», aggiunse reggendo il gioco. «Non abbuffatevi troppo.»

«Addirittura!» se ne uscì uno dei due. «Il maestro vuole accompagnarci a cena?»

«No, grazie, magari un’altra volta. Stasera invitate le vostre fidanzate», concluse ridendo Dalmau prima d’incamminarsi verso l’uscita.

«Con questi quattro centesimi ci sbafiamo un cosciotto d’agnello intero!» sentì dire alle proprie spalle.

«E un buon vinello di Alella!»

«Che impertinenti», rintuzzò il guardiano.

«Ma no, Paco, no. Cosa si può pretendere da due creature abbandonate dai genitori, se non che si prendano gioco della vita?»

L’altro tacque, mentre Dalmau oltrepassava l’insegna di ceramica sulla facciata della fabbrica di don Manuel e abituava lo sguardo alla luna splendente, che rischiarava campi incolti e strade dove l’illuminazione pubblica non era ancora arrivata. Respirò l’aria fresca della sera. Il silenzio era teso, come se le urla degli scioperanti che avevano manifestato durante la giornata fluttuassero ancora nell’etere. Dal punto in cui si trovava, Dalmau osservò il paesaggio che si estendeva fino al mare, i profili di centinaia di ciminiere che si stagliavano contro il chiaro di luna. Barcellona era una città industriale, gremita di fabbriche, magazzini e officine di vario genere. A partire dal XIX secolo veniva impiegata l’energia del vapore per svolgere attività che altrove continuavano a essere svolte dalla forza dell’uomo. Questo, assieme all’influenza di nazioni vicine come la Francia e a uno spirito atavicamente commerciale e imprenditoriale, facevano sì che Barcellona tenesse il passo delle città più progredite d’Europa. L’industria principale era quella tessile; vi lavorava circa la metà degli operai. Nonostante ciò, si distinguevano alcune industrie importanti nel campo della metallurgia, della chimica e dei generi alimentari. 

 

Ildefonso Falcones de Sierra (1959) vive a Barcellona con la moglie e i quattro figli. Il suo romanzo d’esordio, La cattedrale del mare, uscito in Italia presso Longanesi, è stato un successo sensazionale in tutto il mondo, e a oggi vanta oltre un milione di lettori. Vincitore di numerosi premi in patria, in Italia si è aggiudicato il Premio Boccaccio Sezione Internazionale. Dal romanzo è stata tratta la fortunata serie tv disponibile su Netflix. Longanesi ha inoltre pubblicato i bestseller La mano di Fatima (2009), vincitore del premio Roma nel 2010, che mette in scena lo sterminio dei moriscos per mano dei cristiani nel Sud della Spagna del XVI secolo; La regina scalza (2013), ambientato a metà Settecento tra Madrid e Siviglia, tra l’oppressione dei gitani e il fiorire della vita teatrale, e il seguito della Cattedrale del mareGli eredi della terra (2016). Con Il pittore di anime si riconferma un maestro della narrativa storica raccontata con gli occhi degli umili e dalla parte degli oppressi.

 

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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