“L’angelo della tempesta” di Charlotte Bronte edito da Mondadori (estratto)

Trama

“Quella sera mi si rinsaldò nell’animo più fermamente che mai la convinzione che il Fato fosse di pietra, e la Speranza un falso idolo, cieco, senza sangue e dal cuore di granito.” È la giovane Lucy Snowe a raccontarsi con queste parole colme di dolore. Rimasta senza parenti, casa e mezzi economici dopo un disastro familiare, accetta un impiego come istitutrice in un collegio femminile nell’immaginaria città di Villette. E lì conosce l’amore. Ma il suo non sembra essere un destino di felicità… Pubblicato nel 1853, “L’angelo della tempesta” è l’ultimo e il più autobiografico tra i romanzi di Charlotte Brönte: un testo di sorprendente finezza psicologica e dalle tonalità narrative che svariano dal lirico al gotico. Un libro molto ammirato da Virginia Woolf, che lo considerava superiore anche a “Jane Eyre”; da George Eliot, che vi ravvisava quasi un “potere soprannaturale”. Postfazione di Lucio Angelini.

 

Estratto

PARTE PRIMA

 

Bretton

La mia madrina abitava in una bella dimora nella linda e antica città di Bretton. La famiglia di suo marito vi risiedeva da generazioni e portava, anzi, lo stesso nome del luogo di nascita, Bretton di Bretton: ignoro se per mera coincidenza o perché qualche remoto antenato avesse goduto di sufficiente prestigio da lasciare il nome al posto.

Da bambina andavo a Bretton due volte l’anno, e quella visita mi piaceva molto. La casa e i suoi ospiti in particolare mi erano congeniali. Le grandi stanze tranquille, la mobilia ben disposta, le chiare, ampie finestre, il balcone esterno affacciato su una bella strada antica, dove pareva sempre domenica o giorno di festa, tanto l’atmosfera era quieta e il selciato pulito… tutte queste cose mi davano un grande appagamento.

In genere una bambina sola in una famiglia di adulti viene molto coccolata, e nel suo modo discreto la signora Bretton, che era rimasta vedova con un figlio prima che la conoscessi, mi riservava grandi attenzioni; suo marito, un medico, era morto quando lei era ancora giovane e bella.

Al tempo in cui la ricordo io, la signora Bretton non era più giovane, ma ancora avvenente, alta e ben fatta. Benché di carnagione bruna per un’inglese, conservava tuttavia lo splendore della salute sulle guance olivastre e la vivacità in un bel paio d’occhi neri e lieti. Alla gente pareva un grosso peccato che non avesse trasmesso il proprio incarnato al figlio, che aveva occhi azzurri, assai penetranti anche quando era ragazzo, e lunghi capelli di un colore che gli amici non osavano definire, se non quando vi batteva sopra il sole: in quei momenti parevano senz’altro dorati. Aveva però ereditato i tratti di sua madre, oltre alla dentatura sana, alla statura (o la promessa della statura, dato che non aveva ancora completato lo sviluppo) e, quel che più conta, alla sua perfetta salute e al suo spirito, di quel tono e quell’uniformità che per chi li possiede sono più preziosi di un patrimonio.

Nell’autunno dell’anno… mi trovavo a Bretton, dopo che la mia madrina era venuta a prelevarmi di persona dai parenti presso i quali risiedevo abitualmente in quel periodo. Credo che, a quel punto, la signora Bretton avesse semplicemente intuito l’imminenza di eventi di cui io avevo difficoltà a percepire persino l’ombra, ma il cui vago sospetto bastava a ispirarmi una tristezza inquieta e a rendermi contenta di cambiare ambiente e compagnia.

Accanto alla mia madrina, il tempo scorreva sempre senza scosse per me; scivolava pigro, senza concitata velocità, ma come un fiume ricco d’acque che attraversi una pianura. Le mie visite alla signora Bretton parevano il soggiorno di Christian e Hopeful presso il “fiume ameno” con “verdi alberi su entrambe le sponde, e prati abbelliti da gigli tutto l’anno”.1 Mancava l’attrattiva della varietà, e anche l’eccitazione degli avvenimenti, ma quella pace mi piaceva immensamente, e cercavo così poco lo stimolo che quando, alla fine, quest’ultimo giunse, mi parve quasi un fastidio, facendomi desiderare piuttosto che fosse ancora distante.

Un giorno arrivò una lettera il cui contenuto suscitò una viva sorpresa nella signora Bretton, unita a un senso di sconcerto. Lì per lì pensai che provenisse da casa e tremai, aspettandomi non so quale disastroso annuncio: tuttavia non mi si accennò a nulla, e la nuvola parve passare.

Il giorno dopo, al mio ritorno da una lunga passeggiata, entrando nella mia camera da letto trovai un cambiamento inaspettato. Oltre al mio letto francese nel suo ombroso recesso, scorsi, in un angolo, un lettino a sbarre, drappeggiato di bianco; notai, inoltre, che al mio cassettone di mogano si era aggiunta una minuscola cassa in legno di rosa. Rimasi immobile a occhi sbarrati a riflettere.

«Che cosa significano e simboleggiano queste novità?» domandai. La risposta era ovvia. «Sta per arrivare un secondo ospite; la signora Bretton aspetta nuove visite.»

Quando scesi per la cena, seguirono le spiegazioni. Una bambina, mi fu detto, mi avrebbe tenuto presto compagnia: la figlia di un amico e lontano parente del defunto dottor Bretton. La piccola, mi fu spiegato, aveva appena perduto sua madre; ma quella perdita, si affrettò ad aggiungere la signora Bretton, non era stata in realtà così grave come poteva sembrare lì per lì. La signora Home (questo, pare, era il suo cognome) era stata una donna di grande bellezza, ma frivola e sconsiderata, che aveva trascurato la figlia e deluso e prostrato dal dolore il marito. L’unione si era rivelata talmente mal assortita da concludersi, alla fine, in una separazione: una separazione per mutuo consenso, non frutto di qualche procedura legale. Non molto tempo dopo tale evento, essendosi la signora affaticata eccessivamente a un ballo, aveva preso un’infreddatura, era stata assalita dalla febbre e, dopo breve malattia, era deceduta. Suo marito, un uomo dalla sensibilità per natura molto viva, e indicibilmente sconvolto dall’annuncio troppo repentino della notizia, aveva avuto difficoltà a persuadersi che non fosse stato un eccesso di severità da parte sua, una certa mancanza di pazienza e indulgenza, ad accelerare quella fine. Aveva rimuginato su quel sospetto al punto che il suo spirito ne era rimasto seriamente influenzato; i medici avevano insistito a raccomandargli il rimedio di un viaggio, e la signora Bretton si era offerta di prendersi cura della bambina nel frattempo. «E spero» concluse la mia madrina «che la ragazza non si riveli come sua madre, una civetta sciocca e frivola di quelle che nessun uomo assennato dovrebbe avere mai la debolezza di sposare. Perché» chiarì «il signor Home è un uomo assennato, a modo suo, anche se non molto pratico; è amante della scienza e passa metà della vita a tentare esperimenti in un laboratorio, una passione che quella farfalletta di sua moglie non ha mai saputo né comprendere né sopportare; e che, a dire il vero,» confessò la mia madrina «non sarebbe garbata nemmeno a me.»

In risposta a una mia domanda, la signora Bretton mi fornì ulteriori ragguagli: stando al suo defunto marito, il signor Home aveva ereditato l’inclinazione per la scienza da uno zio materno, uno studioso francese: pare infatti che il signor Home fosse di origini composite, franco-scozzesi, e avesse tuttora parenti in Francia, di cui più di uno poneva il de davanti al cognome, dichiarandosi nobile.

Alle nove di quella stessa sera venne mandato un domestico ad accogliere la carrozza che avrebbe dovuto trasportare la nostra piccola ospite. La signora Bretton e io eravamo sedute da sole in salotto, ad aspettare il suo arrivo; John Graham Bretton, impegnato in una visita a un compagno di scuola che abitava in campagna, era assente. La mia madrina ingannava il tempo leggendo il giornale della sera; io cucivo. Era una sera umida; la pioggia sferzava i vetri, e il vento soffiava con furia incessante.

«Povera piccola!» mormorava di tanto in tanto la signora Bretton. «Con che tempo le tocca viaggiare! Vorrei che fosse già qua, al sicuro!»

Un po’ prima delle dieci il campanello della porta annunciò il ritorno di Warren. La porta non fece in tempo ad aprirsi che mi precipitai dabbasso, nell’atrio; scorsi un baule e alcune cappelliere, accanto alle quali si ergeva la figura di una presumibile bambinaia; ai piedi delle scale c’era Warren, con in braccio un fagotto avvolto in uno scialle.

«È la piccola?» domandai.

«Sì, signorina.»

Avrei voluto aprire lo scialle per poter dare un’occhiata, ma il viso che vi si nascondeva si sottrasse in fretta alla mia ispezione, girandosi dall’altra parte, sulla spalla di Warren.

«Mi metta giù,» intimò una vocina dopo che Warren ebbe aperto la porta del salotto «e mi tolga lo scialle» aggiunse colei che parlava, sfilando la spilla con la propria esile mano e liberandosi del goffo avvolgimento con una sorta di fretta irritata. La piccina che adesso apparve fece un abile tentativo di piegare lo scialle, ma il drappeggio era troppo pesante e voluminoso per poter essere allargato o sorretto da quelle mani e braccia. «Lo dia ad Harriet, per favore,» fu allora l’istruzione «penserà lei a metterlo via.» Ciò detto, si girò e puntò gli occhi sulla signora Bretton.

«Vieni qua, piccola cara» disse la mia madrina. «Fammi sentire se sei fredda e bagnata: avvicinati e lasciati scaldare al calore del fuoco.»

La bimba avanzò prontamente. Priva del suo imbacuccamento, pareva minuta; ma era una figurina elegante, perfettamente modellata, lieve, esile ed eretta. Seduta sull’ampio grembo della mia madrina, sembrava soltanto una bambola; il collo, delicato come cera, e i riccioli di seta, pensai, accrescevano la somiglianza.

La signora Bretton si profuse in esclamazioni affettuose, mentre le stropicciava le mani, le braccia e i piedi. La piccola dapprima reagì con perplessità, poi le rispose con un sorriso. La signora Bretton non era una donna, in genere, dai modi carezzevoli: persino con il proprio figlio, tanto profondamente amato, le sue maniere erano di rado sentimentali; anzi, spesso proprio il contrario; ma quando la piccola estranea le sorrise, la baciò domandandole: «Come si chiama la mia piccina?».

«Missy.»2

«E oltre a Missy?»

«Polly, la chiama il papà.»

«Sarà contenta Polly di vivere con me?»

«Non per sempre; solo finché il mio papà tornerà a casa. Papà è andato lontano.» Scosse la testa in modo espressivo.

«Tornerà da Polly, o la manderà a prendere.»

«Davvero, signora? Lei lo sa?»

«Penso di sì.»

«Ma Harriet pensa di no: almeno non prima di molto tempo. È malato.»

Le si inumidirono gli occhi. Sfilò la mano da quella della signora Bretton e fece per abbandonarne il grembo; lì per lì incontrò opposizione, ma insistette: «Per favore, vorrei scendere: posso sedere su uno sgabello?».

La signora Bretton lasciò che scivolasse dalle ginocchia e che, afferrato uno sgabello poggiapiedi, lo portasse in un angolo in cui l’ombra era fitta, e là si sedesse. Benché autoritaria e, nelle questioni serie, addirittura perentoria, la signora Bretton era spesso remissiva nelle piccole cose: consentì alla piccina di fare di testa propria. Mi disse: «Non badarle, per adesso». Ma io le feci caso: la osservai puntare il piccolo gomito sul piccolo ginocchio e appoggiare la testa su una mano; la guardai tirare fuori un fazzolettino di un pollice quadrato o due dalla tasca da bambola della sua gonna da bambola, poi sentii che piangeva. Altri bambini rattristati o in preda a dolore strepitano forte, senza né vergogna né riguardi; ma quell’esserino piangeva sommessamente, tirando su col naso in modo quasi impercettibile, a sola dimostrazione della propria pena. La signora Bretton non la udì: il che fu senz’altro un bene. Poco dopo una voce, affiorando dall’angolo, domandò: «Si può suonare la campanella per Harriet?».

Suonai per chiamare la bambinaia, che si presentò.

«Harriet, bisogna che venga messa a letto» disse la sua padroncina. «Chiedi dov’è il mio letto.»

Harriet le fece capire di essersi già informata in merito.

«Chiedi se dormirai con me, Harriet.»

«No, Missy» rispose la bambinaia. «Dividerà la camera con questa signorina» e indicò me.

Missy non abbandonò il proprio posto, ma vidi che mi cercava con gli occhi. Dopo qualche minuto di silenziosa osservazione, affiorò dal suo angolo.

«Le auguro la buonanotte, signora» disse alla signora Bretton; ma passò davanti a me senza una parola.

«Buonanotte, Polly» dissi io.

«Non serve che ci diciamo buonanotte, visto che dormiremo nella stessa camera» fu la risposta con cui lasciò il salotto. Udimmo Harriet proporre di portarla al piano superiore aggrappata al collo. «Non serve» fu di nuovo la risposta. «Non serve, non serve.» E a passettini arrancò stancamente per le scale.

Andando a letto un’ora più tardi, la trovai ancora perfettamente sveglia. Aveva sistemato il cuscino in modo che le sostenesse la personcina in posizione seduta: le mani, una nell’altra, posavano quiete sul lenzuolo, con una compostezza matura del tutto improbabile in una bambina. Per un po’ mi astenni dal parlarle, ma appena prima di spegnere il lume la invitai a distendersi.

«Tra poco» fu la risposta.

«Ma prenderai freddo, Missy.»

Afferrato un minuscolo indumento sulla sedia a fianco del lettino, si coprì le spalle. La lasciai fare. Tendendo l’orecchio nel buio, mi resi conto che piangeva di nuovo: piangeva con ritegno, sommessa e guardinga.

Quando la luce del giorno mi svegliò, il mio orecchio fu colpito da uno scorrer d’acqua. Toh! Eccola là, alzata e in piedi su uno sgabello accanto al lavabo, che inclinava con sforzo e difficoltà la brocca (troppo pesante da sollevare) e ne versava il contenuto nel catino. Era curioso osservarla mentre si lavava e vestiva, così piccola, affaccendata e silenziosa. Era evidente che era poco abituata a provvedere da sé alla propria toeletta; e i bottoni, i lacci, i ganci e gli occhielli presentavano difficoltà che affrontava con una tenacia a cui era un vero piacere assistere. Piegò la camicia da notte, spianò le coperte del letto in modo perfettamente ordinato; poi, ritiratasi in un angolo in cui le pieghe della tenda bianca potevano tenerla nascosta, rimase immobile. Mi sollevai parzialmente e allungai la testa per vedere che cosa stesse facendo. Sentii che pregava, inginocchiata e con la fronte china sulle mani.

La bambinaia bussò alla porta. La piccola si alzò di scatto.

«Sono vestita, Harriet» disse. «Mi sono vestita da sola, ma non mi sento a posto. Sistemami meglio!»

«Perché si è vestita da sola, Missy?»

«Zitta! Parla a voce bassa, Harriet, potresti svegliare la ragazza» (alludendo a me, che adesso ero distesa a occhi chiusi). «Mi sono vestita da sola per imparare, per quando tu mi lascerai.»

«Vuole che me ne vada?»

«Quando eri in collera, ho desiderato spesso che te ne andassi, ma non adesso. Annodami la fascia in modo diritto; lisciami i capelli, per piacere.»

«La fascia è abbastanza diritta. Che tipino!»

«Bisogna risistemarla. Fissala bene, per piacere.»

«Ecco qua, allora. Quando me ne sarò andata, dovrà farsi vestire da quella signorina.»

«Nient’affatto.»

«Perché? È una signorina molto simpatica. Spero che vorrà mostrarsi carina con lei, Missy, senza darsi tante arie.»

«Lei non mi vestirà affatto.»

«Sa che è proprio un bel tipino?»

«Non mi stai passando il pettine come si deve tra i capelli, Harriet; la scriminatura verrà storta.»

«Ahimè, è difficile accontentarla. Le va bene così?»

«Abbastanza bene. Dove dovrei andare, adesso che sono vestita?»

«L’accompagnerò a far colazione.»

«Andiamo, allora.»

Si mossero verso la porta. La piccola si fermò.

«Oh! Harriet, almeno fosse la casa di papà! Non conosco queste persone.»

«Faccia la brava, Missy.»

«Sono brava, ma mi fa male qui» gemette, portandosi la mano al cuore e ripetendo: «Papà, papà!».

Mi sollevai e balzai in piedi, per seguire la scena fin dove possibile.

«Dica buongiorno alla signorina» ingiunse Harriet.

«Buongiorno» obbedì la piccola, e seguì la bambinaia fuori dalla stanza. Harriet si assentò per qualche ora, quel giorno: era andata a trovare certe sue amiche che abitavano nei dintorni.

Scendendo, trovai Paulina (la bambina diceva di chiamarsi Polly, ma il suo nome esteso era Paulina Mary) seduta al tavolo della colazione, accanto alla signora Bretton; aveva una tazza di latte davanti a sé; un pezzetto di pane le riempiva la mano, che giaceva inerte sulla tovaglia: non stava mangiando.

«Come faremo a consolare questa creaturina,» mi disse la signora Bretton «non lo so: non assaggia nulla, e, a giudicare dall’aspetto, non ha dormito.»

Espressi la mia fiducia negli effetti del tempo e della gentilezza.

«Se dovesse affezionarsi a qualcuno in questa casa, non ci metterebbe molto a tranquillizzarsi, ma non prima di allora» osservò la signora Bretton.

2

Paulina

Passarono alcuni giorni, e parve improbabile che lei potesse affezionarsi a chicchessia nella casa. Non che fosse proprio cattiva o testarda, ed era tutt’altro che disobbediente, ma difficilmente si sarebbe potuto incontrare un soggetto meno incline di lei a suscitare un clima di distensione, o addirittura di tranquillità. Era affranta: nessun adulto si sarebbe potuto calare meglio di lei in quella parte così poco allegra; mai la faccia accigliata di un adulto in esilio, che si struggesse per l’Europa dagli antipodi dell’Europa, espresse una nostalgia più struggente del viso di quella bambina. Pareva avvizzire e farsi spettrale. Per quel che mi riguarda, io, Lucy Snowe, mi professo esente da quel tipo di iattura che è un’immaginazione surriscaldata ed errabonda; ma ogni volta che, aprendo la porta di una stanza, la trovavo seduta in un angolo da sola, la testa appoggiata sulla minuscola mano, quella stanza mi pareva non abitata da un essere umano, ma visitata da uno spirito.

E ancora quando, svegliandomi in qualche notte di luna, ne scorgevo la figura,ben visibile nella sua vestaglia bianca, inginocchiata sul letto ed eretta, intenta a pregare con l’ardore di un cattolico o di un metodista, da precoce fanatica o santa anzitempo, non so quali fossero i miei pensieri, ma correvano il rischio di essere poco più razionali e sani di quelli elucubrati dalla mente della bambina.

Di rado afferravo una parola delle sue preghiere, che bisbigliava: a volte, anzi, non le bisbigliava affatto, ma le recitava mentalmente; le rare frasi che il mio orecchio riusciva a captare erano ancora gravate dall’invocazione “Papà, mio caro papà!”. La natura della bambina, mi parve di capire, doveva essersi bloccata su un’idea fissa, tradendo quella tendenza monomaniacale che ho sempre considerato la maledizione più sventurata da cui possano essere colpiti un uomo o una donna.

Quale avrebbe potuto essere l’esito di quella tristezza, se si fosse protratta al di là di ogni controllo, lo si poteva solo immaginare; in ogni caso ci fu una svolta improvvisa.

Un pomeriggio la signora Bretton, dopo averla blandita con dolcezza per farla uscire dalla sua solita postazione in un angolo, l’aveva sollevata sul sedile della finestra, e, quasi a voler occupare la sua attenzione, l’aveva invitata a osservare i passanti e a contare quante signore passassero per la strada in un dato intervallo di tempo. La piccola era rimasta seduta con aria indifferente, senza quasi guardare né contare, quando, fissandola negli occhi, percepii nelle sue iridi e nelle sue pupille una trasformazione sconcertante. Queste nature istintive, pericolose – sensitive, come le si suole definire –, offrono più di un curioso spettacolo a chi sia stato esonerato dalle loro tortuose fantasticherie in virtù di un temperamento più freddo. Lo sguardo fisso e cupo vacillò, tremò, quindi si illuminò di una luce viva; la piccola fronte rannuvolata si schiarì; i lineamenti spenti e mesti si accesero; l’espressione di tristezza svanì lasciando il posto a un desiderio improvviso, a una aspettativa intensa.

«Ecco!» furono le sue parole.

Sparì dalla stanza con la rapidità di un uccello, di una freccia o di un altro fulmineo vettore. Non so dire come riuscì ad aprire il portone d’ingresso; probabilmente era stato lasciato socchiuso; forse si imbatté in Warren, e questi dovette obbedire alla sua richiesta probabilmente abbastanza impetuosa. Osservando con calma la scena dalla finestra, la vidi lanciarsi al centro della strada nel suo abitino nero, protetto da un grembiulino guarnito di passamanerie (aveva un’antipatia per i grembiuli interi); e, mentre stavo per girarmi ad annunciare piano alla signora Bretton che la piccola si era precipitata fuori come impazzita, e che la si sarebbe dovuta rincorrere immediatamente, vidi che veniva raggiunta e sottratta all’improvviso alla mia fredda osservazione e allo sguardo stupito dei passanti. L’autore del tempestivo intervento era stato un signore che, coprendola adesso con il proprio mantello, si diresse verso la casa da cui l’aveva vista uscire, pronto a riconsegnarla.

Conclusi che l’avrebbe affidata alle cure di un domestico e che se ne sarebbe andato, invece entrò; dopo aver indugiato brevemente al piano terra, salì le scale.

L’accoglienza che ricevette mi fece capire immediatamente che si trattava di una persona conosciuta. La signora Bretton lo riconobbe; lo salutò e tuttavia restò turbata, sorpresa, colta alla sprovvista. La sua espressione e i suoi modi erano addirittura risentiti; e rispondendo più a questi che alle sue parole, l’uomo disse: «È stato più forte di me, signora: non ce l’avrei fatta a lasciare il paese senza prima verificare con i miei stessi occhi come si trova la piccina».

«Ma la metterà in agitazione.»

«Spero di no. E come sta la piccola Polly del papà?»

Indirizzò la domanda a Paulina e, dopo essersi seduto, la depose delicatamente a terra davanti a sé.

«Come sta il papà di Polly?» fu la risposta della bambina, mentre gli si appoggiava sulle ginocchia e alzava gli occhi verso il suo viso.

Non fu una scena movimentata e neppure con tante parole – di questo fui grata –, ma si trattò comunque di un sovraccarico di emozione che risultò ancora più opprimente, perché la schiuma non montò e la coppa non traboccò con furia. Di fronte a ogni effusione passionale e incontrollata, il senso dello sdegno o del ridicolo è di sollievo allo spettatore stufo, mentre ai miei occhi è sempre risultata assai penosa quella sorta di sensibilità che si piega di propria volontà, un gigante schiavo alla mercé della moderazione.

Il signor Home aveva lineamenti decisi, forse dovrei dire duri: la fronte era nodosa e gli zigomi marcati e prominenti. L’impianto del viso era alquanto scozzese; ma c’era sentimento nei suoi occhi, e intensità nella sua espressione adesso agitata. L’accento settentrionale della sua parlata si armonizzava con la fisionomia. Aveva un aspetto a un tempo altezzoso e cordiale.

Pose la mano sulla testa sollevata della bambina, che disse: «Dai un bacio a Polly».

La baciò. Desiderai che la piccola emettesse un qualche grido isterico, per potermi sentire sollevata e a mio agio. Fu sorprendentemente discreta: pareva avere ottenuto quello che voleva, tutto quello che voleva, e godere adesso di uno stato di estasiato appagamento. La bimba non somigliava a suo padre né per aspetto né per lineamenti, e tuttavia era della sua schiatta: l’indole dell’uomo si era riversata in quella della piccina come il contenuto di una caraffa in una tazza.

Indiscutibilmente il signor Home possedeva una virile capacità di autocontrollo, non importa che cosa provasse in certe situazioni. «Polly,» disse abbassando lo sguardo sulla piccola «vai nell’atrio; vedrai il cappotto del papà su una sedia; infila la mano nelle tasche: ci troverai un fazzoletto; portamelo.»

La piccina obbedì; andò e tornò rapida e sicura. Al suo rientro, l’uomo si era messo a confabulare con la signora Bretton, per cui Paulina rimase ad aspettare con il fazzoletto in mano. Che quadretto tutto particolare era vederla, con la sua statura minuscola e la figuretta linda e ordinata, immobile davanti alle ginocchia del padre. Vedendo che continuava a parlare senza mostrare di essersi accorto del suo ritorno, gli afferrò la mano, ne aprì le dita remissive, vi infilò il fazzoletto e ce le ripiegò sopra una alla volta. Lui non pareva ancora averla notata o sentita; ma presto la sollevò sulle proprie ginocchia, su cui la piccina si accoccolò stringendoglisi; e, benché nell’ora che seguì nessuno dei due guardasse né parlasse all’altro, immagino che fossero entrambi felici.

Durante il tè i movimenti e il comportamento della bambinetta si imposero, come al solito, allo sguardo. Per prima cosa impartì ordini a Warren mentre disponeva le sedie.

«Metti la sedia del papà qui, e la mia subito vicino, tra il papà e la signora Bretton: sarò io a versargli il tè.»

Si sedette e chiamò suo padre con la mano.

«Mettiti vicino a me, come se fossimo a casa, papà.»

E ancora, intercettando la tazza di suo padre mentre veniva passata, ne mescolò lo zucchero e aggiunse lei stessa la panna: «L’ho sempre fatto per te a casa, papà: nessuno potrebbe farlo altrettanto bene, nemmeno tu».

Perseverò per tutto il tempo nelle proprie premure, pur così assurde. Per impugnare le pinze dello zucchero, troppo ampie per una manina sola, doveva usarle entrambe; il peso della cremiera d’argento, dei vassoi del pane e del burro, della tazza e del piattino, mettevano alla prova la sua poca forza e la sua destrezza; ma sollevò e porse una cosa e l’altra riuscendo a destreggiarsi senza per fortuna rompere nulla. A essere franca, a me pareva una sbruffoncella; ma suo padre, cieco come tutti i genitori, sembrava deliziato nel lasciarsi accudire da lei, e persino meravigliosamente pacificato dai servizi della piccola.

«È la mia consolazione!» non poté trattenersi dal dire alla signora Bretton. E questa signora, che aveva anche lei la propria “consolazione” e il proprio tesoruccio, anche se su scala di gran lunga maggiore, benché, al momento, assente, era partecipe di quella debolezza.

La seconda “consolazione” entrò in scena nel corso della serata. Sapevo che sarebbe tornato quel giorno, ed ero consapevole del fatto che la signora Bretton era rimasta ad aspettarlo sempre, ora dopo ora. Eravamo seduti davanti al fuoco, dopo il tè, quando Graham si unì alla nostra cerchia: direi piuttosto che vi irruppe perché, naturalmente, il suo arrivo creò scompiglio; e inoltre, poiché il signor Graham era a digiuno, si dovette provvedere a rifocillarlo. Lui e il signor Home si salutarono come vecchi amici, e per un po’ il signor Home non badò più alla piccola.

Terminato il pasto, dopo aver risposto a numerose domande di sua madre, Graham si volse dal tavolo al focolare. Aveva il signor Home davanti, e la piccina all’altezza del gomito. Quando dico piccina uso un termine inefficace e scarsamente idoneo a descriverla, un termine che evoca un’immagine generica anziché quella della compunta personcina in un abito da lutto e camicetta bianca che sarebbero andati bene a una bambola di discrete dimensioni, appollaiata adesso su un’alta sedia accanto a un mobile su cui aveva posato la propria scatola da lavoro in miniatura di legno bianco verniciato, e con un cencio di fazzoletto in mano a cui asseriva di stare facendo l’orlo: lo perforava tenacemente con un ago che, fra le sue dita, pareva quasi uno spiedo, pungendosi periodicamente e macchiando il tessuto di batista di una miriade di minuti puntolini rossi; e di tanto in tanto sussultava quando il perverso arnese – sfuggendo al suo controllo – le infliggeva una stoccata più profonda del solito; ma sempre restando silenziosa, diligente, assorta, femminile.

Graham, a quel tempo, era un giovane di sedici anni, bello, dall’aria infida. Dico dall’aria infida non perché fosse davvero incline a grandi perfidie, ma perché l’epiteto mi sembra adatto a descrivere un tipo biondo, celtico (non sassone), bello come lui; i suoi capelli ramati, lucenti e ondulati; l’agile simmetria dei suoi lineamenti e il sorriso frequente, non privo di fascino né di sottigliezza (non in senso cattivo). A quel tempo Graham era un ragazzo viziato e bizzarro.

«Mamma» disse, dopo aver osservato in silenzio per un po’ la figuretta che aveva davanti, e dopo che la temporanea uscita dalla stanza del signor Home lo ebbe sollevato da un’ilarità un po’ imbarazzata che era tutto quanto conoscesse della timidezza. «Mamma, in questa compagnia noto una signorina a cui non sono stato presentato.»

«Immagino che tu ti riferisca alla figlia del signor Home» disse sua madre.

«A dire il vero, signora,» rispose il figlio «la sua espressione non mi sembra delle più cerimoniose: la signorina Home, avrei detto io, nel permettermi di nominare la gentildonna a cui alludo.»

«Be’, Graham, non desidero che tu prenda in giro quella bambina. Non credere: non tollererò che tu ne faccia il tuo zimbello.»

«Signorina Home,» riprese Graham, per niente intimidito dalla rimostranza di sua madre «potrei avere l’onore di presentarmi, dato che nessun altro pare intenzionato a rendere tale servigio né a lei né a me? John Graham Bretton, per servirla.»

Paulina lo guardò; Graham si alzò e si inchinò con gravità. Paulina depose risoluta il ditale, le forbici, il cucito; scese con cautela dal proprio trespolo e, inchinandosi con indicibile serietà, disse: «Come sta?».

«Mi onoro di godere di buona salute, a parte un lieve affaticamento provocato da un viaggio affrettato. Spero, signora, di trovarla bene.»

«Tollerabilmente bene» fu la supponente risposta della donnina; poi si sforzò di recuperare l’alta postazione precedente, ma scoprendo di non riuscire a farlo senza doversi arrampicare e sforzare un po’ – inconcepibile compromissione della propria dignità –, disdegnando in modo assoluto di farsi aiutare in presenza di un signorino estraneo, rinunciò all’alta sedia e si accontentò di uno sgabello basso: a tale basso sedile Graham accostò la propria sedia.

«Spero, signora, che il suo alloggio attuale, la casa di mia madre, le appaia una dimora conveniente.»

«Non particolarmente: vorrei tornare a casa.»

«Un desiderio naturale e lodevole, signorina; ma al quale, ciò nonostante, farò del mio meglio per oppormi. Conto di poter ricavare da lei un po’ di quella preziosa merce chiamata divertimento, che la mamma e la qui presente signorina Snowe mancano di offrirmi.»

«Dovrò andarmene presto con papà: non mi fermerò a lungo presso sua madre.»

«Sì, sì; resterà con me, ne sono sicuro. Ho un pony che potrei farle cavalcare, e un’infinità di libri con illustrazioni da mostrarle.»

«Si fermerà qui, adesso?»

«Per l’appunto. Le fa piacere? Le sono simpatico?»

«No.»

«Perché?»

«La trovo bizzarro.»

«La mia faccia, signorina?»

«La sua faccia e tutto il resto. Ha dei lunghi capelli rossi.»

«Ramati, se non le dispiace: la mamma li definisce ramati, o dorati, e così tutte le sue amiche. Ma anche con i miei “lunghi capelli rossi”,» (e agitò la criniera con aria di trionfo, sapendo perfettamente che era fulva, ed essendo fiero di quella tinta leonina) «non posso certo essere più bizzarro di sua signoria.»

«Mi trova bizzarra?»

«Assolutamente.»

(Dopo una pausa.) «Penso che andrò a letto.»

«Una cosettina come lei dovrebbe essere già a letto da molte ore; ma probabilmente è rimasta alzata per aspettare di vedermi.»

«No davvero.»

«Voleva senza dubbio approfittare del piacere della mia compagnia. Sapeva del mio ritorno a casa e ha voluto aspettarmi per darmi un’occhiata.»

«Sono rimasta alzata per papà, non per lei.»

«Molto bene, signorina Home. Diventerò il suo prediletto: non tarderà a preferirmi al suo stesso papà, oserei dire.»

La piccina augurò la buonanotte alla signora Bretton e a me; parve incerta se i meriti di Graham gli dessero diritto alla stessa attenzione, quando questi l’afferrò con una mano e la tenne sollevata in aria – con quella soltanto – sopra la propria testa, in equilibrio. Così sospesa la piccina si vide nello specchio sopra il caminetto. La repentinità, la libertà, la mancanza di rispetto del gesto erano state eccessive.

«Vergogna, signor Graham!» fu il suo grido indignato. «Mi metta giù!» e quando fu di nuovo a terra: «Mi domando che cosa penserebbe di me se dovessi trattarla io allo stesso modo, sollevandola con una mano» (e alzò quell’arto possente) «come Warren solleva il gattino».

Così dicendo, se ne andò.

3

Compagni di gioco

Il signor Home si fermò due giorni. In questo periodo non si lasciò convincere a uscire: sedeva tutto il giorno accanto al fuoco, a volte in silenzio, a volte porgendo orecchio, a volte rispondendo alle chiacchiere della signora Bretton, perfettamente adeguate alla morbosità del suo stato d’animo: sensate, non eccessivamente comprensive e nemmeno troppo distaccate, e persino con un tocco di materna premura, accettabile in quanto la signora era abbastanza più anziana di lui.

Quanto a Paulina, la bambina era a un tempo felice e muta, attiva e guardinga. Suo padre la prendeva di frequente sulle ginocchia, e lì se ne stava finché sentiva che si stava innervosendo, o lo immaginava. Allora diceva: «Papà, mettimi giù; ti stancherò con il mio peso».

Quel grave peso scivolava sul tappetino del focolare, e, dopo che Paulina si era sistemata o sul tappeto o sullo sgabello esattamente ai piedi del “papà”, entravano in scena la scatola da lavoro bianca e il fazzoletto picchiettato di rosso. Del fazzoletto, pare, intendeva fare un ricordino per “papà”, da completarsi prima della sua partenza; di conseguenza vi era impellente necessità che la ricamatrice lavorasse di buona lena (procedeva alla velocità di una ventina di punti ogni mezz’ora).

Riconducendo Graham al tetto materno (il ragazzo trascorreva le giornate a scuola), la sera ci portava un’ondata di animazione, non attenuata dalla natura delle scene a cui lui e la signorina Paulina avrebbero dato di sicuro vita.

Il risultato dell’oltraggio infertole la prima sera del suo arrivo era stato uno sprezzante atteggiamento di distacco: quando Graham le si rivolgeva, l’invariabile risposta di Paulina era: «Non posso darle retta; ho altre cose a cui pensare». E se lui le chiedeva di indicare quali cose: «Impegni».

Graham si sforzava di attirarne l’attenzione aprendo la propria scrivania e dispiegandone il variegato contenuto: sigilli, lucenti bastoncini di cera, temperini, oltre a una congerie di incisioni – alcune a colori vivaci – accumulate nel tempo un po’ alla volta. Questa stuzzicante tentazione non risultava del tutto inefficace: gli occhi di lei, sollevandosi furtivamente dal cucito, gettavano più di una sbirciata in direzione dello scrittoio, disseminato di immagini sparse. Accadde che un’acquaforte, raffigurante un bambino intento a giocare con uno spaniel Blenheim, planasse a terra.

«Grazioso cagnolino!» osservò lei, deliziata.

Graham fece prudentemente finta di nulla. Di lì a poco, sgattaiolando fuori dal suo angolo, Paulina si avvicinò per esaminare più da vicino quel tesoro. I grandi occhi e le lunghe orecchie del cane, il cappello e le piume del bambino erano irresistibili.

«Bella illustrazione» fu il suo favorevole commento critico.

«Be’… può prenderla» disse Graham.

Paulina parve esitare. Il desiderio di impossessarsene era forte, ma accettare avrebbe comportato una perdita di dignità. No. La depose e si girò dall’altra parte.

«Non la vuole, allora, Polly?»

«Preferisco di no, grazie.»

«Vuole che le dica che cosa farò dell’illustrazione se la rifiuterà?»

Paulina si girò per metà ad ascoltare.

«La taglierò a striscioline per accenderci la candela.»

«No!»

«Invece sì.»

«La prego… non lo faccia.»

A quel tono di supplica, Graham si fece inesorabile e prese le forbici dal cesto da lavoro di sua madre.

«Ecco che la taglio!» disse con gesto di minaccia. «Proprio in mezzo alla testa di Fido, e amputando il naso al piccolo Harry.»

«No! No! NO

«Allora venga qua da me. Venga alla svelta, o sarà cosa fatta.»

Paulina esitò, temporeggiò, ma eseguì.

«Insomma, intende accettarla?» chiese, quando Polly gli fu davanti.

«La prego.»

«Ma voglio essere pagato.»

«Quanto?»

«Un bacio.»

«Prima mi dia l’illustrazione.»

Mentre diceva così, Polly appariva a sua volta alquanto infida. Quando Graham gliela consegnò, da quella debitrice insolvente che era, corse via a rifugiarsi sulle ginocchia del padre. Allora Graham si alzò fintamente incollerito e la seguì, e lei nascose il viso nel panciotto del signor Home.

«Papà, papà, mandalo via!»

«Non mi manderà via» disse Graham.

Sempre con la faccia nascosta, Paulina tese una mano per respingerlo.

«Allora le bacerò la mano» disse Graham; ma in quel momento questa si chiuse in un pugno in miniatura che procedette al saldo con una moneta non fatta di baci.

Graham, non meno astuto della sua piccola compagna di gioco, finse di ritirarsi sconfitto; si lanciò sul divano e, poggiando la testa contro il cuscino, giacque come in preda al dolore. Di fronte al suo silenzio, Polly sbirciò verso di lui, che si coprì gli occhi e la faccia con le mani; poi si girò sulle ginocchia del padre e scrutò a lungo con ansia il nemico, che emise un gemito.

«Papà, che cos’ha?» bisbigliò.

«Meglio che tu lo chieda a lui, Polly.»

«Si è fatto male?» (Secondo gemito.)

«Pare di sì, da come si lamenta» disse il signor Home.

«Mamma,» mormorò Graham con un filo di voce «forse dovresti chiamare il dottore. Oh, il mio occhio!» (Pausa di silenzio, interrotta solo dai suoi sospiri.)

«Se dovessi diventare cieco…» azzardò quest’ultimo.

La sua castigatrice non poté sopportare quell’accenno. Si precipitò immediatamente da lui.

«Mi faccia vedere l’occhio: non intendevo colpire quello, solo la bocca; e non pensavo di avere colpito così forte.»

La risposta fu il silenzio. Paulina si irrigidì: «Mi scusi; mi scusi!».

Seguirono uno sfogo emotivo, balbettii, pianti.

«Smettila di tormentare quella bambina, Graham» disse la signora Bretton.

«È tutto uno scherzo, tesoro» esclamò il signor Home.

E ancora una volta Graham sollevò Paulina in aria, e di nuovo lei lo punì; e mentre gli tirava i riccioli leonini, lo definì “la persona più insolente, maleducata, malvagia, infedele che fosse mai esistita”.

Il mattino della partenza, il signor Home e sua figlia conversarono per un po’ da soli nel vano di una finestra; udii una parte dei loro discorsi.

«Non potrei preparare i bagagli e venire con te, papà?» sussurrò lei con fervore.

Il signor Home scosse la testa.

«Ti sarei d’impaccio?»

«Sì, Polly.»

«Perché sono piccola?»

«Perché sei piccola e delicata. Solo le persone grandi e forti dovrebbero viaggiare. Ma non fare la faccia triste, piccola mia; mi si spezza il cuore. Papà tornerà presto dalla sua Polly.»

«Non sono triste, davvero, davvero, quasi per niente.»

«A Polly dispiacerebbe far soffrire il papà, vero?»

«Altroché.»

«Allora Polly deve essere allegra: non deve piangere al momento della separazione e neppure agitarsi dopo. Deve pensare a quando ci rivedremo, e nel frattempo cercare di essere felice. Ci riuscirà?»

«Cercherà.»

«Sento che lo farà. Arrivederci, allora. È ora che vada.»

«Adesso?… proprio adesso?»

«Proprio adesso.»

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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