Il 10 Settembre esce il sequel de “Il racconto dell’ancella”, “I Testamenti” di Margaret Atwood edito da Ponte alle Grazie. Sulla pagina un piccolo estratto del romanzo “Il racconto dell’ancella”

«Il nostro tempo insieme sta per cominciare, mio lettore. Può darsi che vedrai queste pagine come un fragile scrigno da aprire con la massima cura. Può darsi che le strapperai o le brucerai: con le parole accade spesso». Hai fra le mani un’arma pericolosa, caricata con i segreti di tre donne di Gilead. Stanno rischiando la vita per te. Per tutti noi. Prima di entrare nel loro mondo, forse vorrai armarti anche di questi pensieri: «La conoscenza è potere». «La Storia non si ripete, ma fa rima con sé stessa».

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trama 

In un mondo devastato dalle radiazioni atomiche, gli Stati Uniti sono divenuti uno Stato totalitario, basato sul controllo del corpo femminile. Difred, la donna che appartiene a Fred, ha solo un compito nella neonata Repubblica di Galaad: garantire una discendenza alla élite dominante. Il regime monoteocratico di questa società del futuro, infatti, è fondato sullo sfruttamento delle cosiddette ancelle, le uniche donne che dopo la catastrofe sono ancora in grado di procreare. Ma anche lo Stato più repressivo non riesce a schiacciare i desideri e da questo dipenderà la possibilità e, forse, il successo di una ribellione. Mito, metafora e storia si fondono per sferrare una satira energica contro i regimi totalitari. Ma non solo: c’è anche la volontà di colpire, con tagliente ironia, il cuore di una società meschinamente puritana che, dietro il paravento di tabù istituzionali, fonda la sua legge brutale sull’intreccio tra sessualità e politica. Quello che l’ancella racconta sta in un tempo di là da venire, ma interpella fortemente il presente.

Estratto

Ora Rachele vide che non poteva partorire figli a Giacobbe, perciò Rachele divenne gelosa di sua sorella e disse a Giacobbe: «Dammi dei figli, altrimenti muoio».
Giacobbe si adirò contro Rachele e rispose: «Tengo io forse il posto di Dio che ti ha negato il frutto del grembo?»
Allora ella disse: «Ecco la mia serva Bila. Entra da lei e lei partorirà sulle mie ginocchia; così anch’io potrò avere figli per suo mezzo».
Genesi, 30; 1-3

Ma quanto a me, essendomi per molti anni stancato di offrire pensieri vani, futili e illusori, e disperando infine totalmente del successo, fortunatamente ebbi a imbattermi in questa proposta…
Jonathan Swift, Una modesta proposta

Nel deserto non v’è nessun segnale che dica: tu non mangerai le pietre.
Proverbio Sufi

 

a Mary Webster e Perry Miller

I
Notte

 

1

Si dormiva in quella che un tempo era la palestra. L’impiantito era di legno verniciato, con strisce e cerchi dipinti, per i giochi che vi si effettuavano in passato; i cerchi di ferro per il basket erano ancora appesi al muro, ma le reticelle erano scomparse. Una balconata per gli spettatori correva tutt’attorno allo stanzone, e mi pareva di sentire, vago come l’aleggiare di un’immagine, l’odore acre di sudore misto alla traccia dolciastra della gomma da masticare e del profumo che veniva dalle ragazze che stavano a guardare, con le gonne di panno che avevo visto nelle fotografie, poi in minigonna, poi in pantaloni, con un orecchino solo e i capelli a ciocche rigide, puntute e striate di verde. C’erano state delle feste da ballo; la musica indugiava, in un sovrapporsi di suoni inauditi, stile su stile, un sottofondo di tamburi, un lamento sconsolato, ghirlande di fiori di carta velina, diavoli di cartone e un ballo ruotante di specchi, a spolverare i ballerini di una neve lucente.

Sesso, solitudine, attesa di qualcosa senza forma né nome. Ricordo quello struggimento per qualcosa che stava sempre per succedere e non era mai la stessa cosa, come le mani che c’erano addosso lì per lì, nel piccolo spazio dietro la casa, o più in là nel parcheggio, o nella sala della televisione col sonoro abbassato e soltanto le immagini, guizzanti sulla carne tesa. Ci struggevamo al pensiero del futuro. Come l’avevamo appresa, quella disposizione all’insaziabilità? Era nell’aria; e restava ancora nell’aria, un pensiero persistente, mentre si cercava di dormire, nelle brande militari che erano state disposte in corsie, con molto spazio tra l’una e l’altra, così che non si potesse parlare.

Avevamo lenzuola di flanella leggera, come i bambini, e vecchie coperte di quelle in dotazione all’esercito, ancora con la scritta USRipiegavamo i nostri abiti per bene e li riponevamo sugli sgabelli ai piedi del letto. Le luci venivano abbassate ma non spente. Zia Sara e Zia Elizabeth vigilavano, camminando avanti e indietro; avevano dei pungoli elettrici di quelli che si usano per il bestiame agganciati a delle cinghie che pendevano dalle loro cinture di cuoio.

Niente pistole, però, neanche a loro venivano affidate le pistole. Le pistole erano per le guardie, scelte a questo scopo tra gli Angeli. Alle guardie non era permesso entrare nella casa se non vi erano chiamate, e a noi non era permesso uscirne, tranne che per le nostre passeggiate, due volte al giorno, due per due, attorno al campo di calcio che adesso era cintato da una rete metallica bordata di filo spinato. Gli Angeli stavano dall’altra parte, voltati di schiena verso di noi. Erano oggetto di paura per noi, ma anche di qualcos’altro. Se solo ci avessero guardato. Se solo avessimo potuto parlare con loro. Si sarebbe potuto stabilire uno scambio, pensavamo, un accordo, un baratto. Avevamo ancora il nostro corpo. Erano queste le nostre fantasie.

Avevamo imparato a sussurrare quasi impercettibilmente. Nella semioscurità potevamo allungare le braccia, quando le Zie non guardavano, e toccarci le mani attraverso lo spazio tra un letto e l’altro. Leggevamo il movimento delle labbra, con le teste posate sul cuscino, girate di lato, osservando l’una la bocca dell’altra. In questo modo ci eravamo scambiate i nostri nomi, di letto in letto:

Alma. Janine. Dolores. Moira. June.

II
La spesa

2

Una sedia, un tavolo, una lampada. Sopra, sul soffitto bianco, un motivo ornamentale in rilievo a forma di ghirlanda, e, al centro, un buco riempito di calce, come la cicatrice in un viso cui sia stato tolto un occhio. Lì doveva esserci un lampadario, un tempo. Hanno eliminato ogni cosa cui si possa legare una corda.

Una finestra, due tendine bianche. Sotto la finestra, un sedile con un piccolo cuscino. Quando la finestra è aperta, in parte (si apre solo in parte), l’aria entra e fa muovere le tendine. Posso sedere sulla sedia, o sul sedile della finestra, con le mani in grembo, e guardare. Anche il sole entra dalla finestra e cade sul pavimento che è di legno, a listelli, ben lucidato. Sento l’odore della cera. C’è un tappeto ovale sul pavimento, fatto di stracci intrecciati. Questo è il genere di cose che a loro piace: arte folclorica, arcaica, cui si dedicano le donne, nel loro tempo libero, utilizzando cose che non servono più. Un ritorno ai valori tradizionali. Non sprecare e non ti mancherà niente. Io non ho sprecato. Perché mi mancano tante cose? Alla parete sopra la sedia, un quadro, incorniciato ma senza vetro: è una riproduzione, un mazzo di giaggioli blu dipinti ad acquerello. I fiori sono ancora permessi. Mi chiedo se ognuna di noi ha l’identico quadro, l’identica sedia, le identiche tendine bianche. È un ordine del governo?

Considera di essere sotto le armi, diceva Zia Lydia.

Un letto, a una piazza. Materasso semiduro, coperto da un copriletto bianco di lana. Null’altro avviene nel letto che il dormire; o il non dormire. Cerco di non pensare troppo. Al pari di altre cose, adesso, il pensiero dev’essere razionato. Ci sono pensieri che diventano intollerabili quando ci si sofferma troppo. Il pensare può nuocere, e io sono decisa a resistere. So perché non c’è il vetro sull’acquerello di giaggioli blu, e perché la finestra si apre solo in parte, e perché è di cristallo infrangibile. Non temono che ce ne andiamo di nascosto. Non arriveremmo lontano. Temono altre fughe, quelle che puoi aprirti dentro, se hai un oggetto con un bordo tagliente.

Ecco. A parte i dettagli, questa potrebbe essere la stanza degli ospiti in una università, la stanza degli ospiti di minor riguardo; oppure la stanza di un pensionato dei tempi passati, o per signore dalle possibilità ridotte. Ciò che siamo ora. Le possibilità sono ridotte; per quelle di noi che hanno ancora delle possibilità.

Ma una sedia, la luce del sole, i fiori: queste cose non si possono ignorare. Io sono viva, io vivo, respiro, metto fuori la mano aperta alla luce. Non mi trovo in una prigione, ma in un luogo privilegiato, come ha detto Zia Lydia, entusiasta comunque dell’una o dell’altro o di entrambi.

Sta suonando la campana. Qui il tempo è misurato da campane, come una volta nei conventi di suore. E, come anche nei conventi di suore, c’è qualche specchio. Mi alzo, mi muovo nella luce del sole, i piedi nelle scarpe rosse senza tacchi, per risparmiare la spina dorsale e non per ballare. I guanti rossi sono posati sul letto. Li prendo, me li infilo, dito per dito. Tranne le alette che porto ai lati del viso, tutto è rosso: il colore del sangue, che ci definisce. La gonna scende sino alle caviglie, ampia, raccolta in uno sprone piatto che si allarga sul petto, le maniche sono lunghe. Anche le alette bianche sono dotazione obbligatoria; servono a impedirci di vedere, ma anche di essere viste. Il rosso non mi ha mai donato, non è il mio colore. Prendo il cesto della spesa, me lo infilo sul braccio.

La porta della stanza (non la mia stanza, mi rifiuto di dire mia) non è chiusa a chiave. Il battente non accosta bene. Esco nel corridoio lucidato, che ha una guida, al centro, di un rosa polveroso. Come un sentiero che attraversa la foresta, come un tappeto in una cerimonia regale, mi indica la strada.

Il tappeto svolta giù per la scala principale e io lo seguo, appoggiandomi al corrimano, un tempo albero, tornito in un altro secolo, reso lucido e scuro da tutte le mani che lo hanno strofinato. La casa è tardo-vittoriana, un edificio costruito per una famiglia ricca e numerosa. Nel corridoio c’è un orologio a pendolo che, parco, amministra il tempo; poi la porta che immette nel salotto materno sul davanti della casa, con le sue sfumature color della carne e il suo fascino ambiguo. Un salotto dove non siedo mai, vi sto solo in piedi o inginocchiata. All’estremità del corridoio, sopra la porta d’ingresso, c’è una lunetta di vetro colorato: fiori, rossi e blu.

Resta uno specchio, sulla parete del corridoio. Se giro la testa, così che le bianche alette che m’incorniciano il volto dirigano il mio sguardo da quella parte, lo vedo mentre scendo le scale, tondo, convesso, uno specchio che è come l’occhio di un pesce, e con dentro me, un’ombra deformata, una parodia di qualcosa, una figura da fiaba in un mantello rosso, che si avvia verso un momento di noncuranza che è identica al pericolo. Una suora inzuppata nel sangue.

Ai piedi della scala c’è un attaccapanni-portaombrelli, di legno ricurvo, lunghe stecche di legno che si curvano delicatamente a formare dei ganci dalla forma di felci che si aprono. Ci sono vari ombrelli lì: nero, per il Comandante, blu, per la Moglie del Comandante, e quello assegnato a me, che è rosso. Lascio l’ombrello rosso dove si trova, perché ho visto dalla finestra che la giornata è serena. Mi chiedo se la Moglie del Comandante sia seduta in salotto o no. Non sempre sta seduta. Talvolta la sento che cammina in su e in giù, un passo pesante e poi uno leggero, e il picchiettio leggero del suo bastone sul tappeto rosa polveroso. Cammino lungo il corridoio, oltrepasso la porta del salotto e quella che immette nella sala da pranzo, apro la porta al termine del corridoio ed entro in cucina. Qui l’odore non è più quello di cera per mobili. Rita è in piedi vicino al tavolo di cucina, che ha il ripiano di smalto bianco, scrostato. Ha indosso il solito vestito da Marta, verde smorto come il camice di un chirurgo del tempo precedente. L’abito è abbastanza simile al mio per foggia, è lungo e nasconde la forma del corpo, ma sopra ha un grembiulino a pettorina; mancano le alette bianche e il velo. Rita si mette il velo per uscire, ma non ha molta importanza che qualcuno veda la faccia di una Marta. Tiene le maniche rimboccate fino al gomito, che le lasciano scoperte le braccia brune. Sta facendo il pane, lavora la pasta, poi la divide e le dà forma.

Rita mi scorge e annuisce col capo, se per salutarmi o semplicemente per indicare che ha preso atto della mia presenza è difficile a dirsi. Si pulisce le mani infarinate col grembiule e rovista nel cassetto di cucina in cerca del libro dei buoni. Accigliata, stacca tre buoni e me li porge. Avrebbe una faccia gentile se sorridesse, ma quell’espressione accigliata non è rivolta a me personalmente, è l’abito rosso che lei disapprova, e ciò che significa. Ritiene che io possa essere contagiosa, come una malattia o qualsiasi forma di cattiva sorte.

Talvolta origlio alle porte, cosa che non avrei mai fatto prima. Non molto a lungo, perché non voglio essere sorpresa. Una volta, però, ho sentito Rita dire a Cora che lei non si abbasserebbe in quel modo.

«Nessuno te lo chiede» diceva Cora. «Comunque, che potresti fare?»

«Andare nelle Colonie» diceva Rita. «Loro possono scegliere».

«Con le Nondonne, a morire di fame e sa Dio che altro?» ribatteva Cora. «Non ci proverei».

Stavano sbucciando i piselli; anche attraverso la porta socchiusa udivo il lieve rimbalzare dei piselli che cadevano nella bacinella di metallo e Rita che rispondeva con un brontolio o un sospiro, di protesta o di assenso.

«Comunque, lo fanno per tutte noi» diceva Cora, «o così dicono. Se non mi avessero legato le tube, potrei essere io al loro posto, diciamo se avessi dieci anni di meno. Non è poi così brutto. Non è ciò che si chiama un lavoro duro».

«Meglio lei che io» stava dicendo Rita quando ho aperto la porta.

Avevano la faccia di chi sta sparlando alle spalle di qualcuno e teme di essersi fatto sentire: erano imbarazzate, ma anche un tantino sprezzanti, come volessero affermare un loro diritto. Quel giorno, Cora fu con me più amabile del solito, Rita più imbronciata.

Oggi, nonostante la faccia chiusa e le labbra strette di Rita, mi piacerebbe restare qui, in cucina. Potrebbe entrare Cora, da qualche altra parte della casa, con la sua bottiglia d’olio al limone e il suo strofinaccio, Rita farebbe il caffè (nelle case dei Comandanti c’è ancora del vero caffè ) e ci si siederebbe al tavolo da cucina di Rita, che non è di Rita più di quanto il mio tavolo non sia mio, e si parlerebbe, di sofferenze, di dolori, di malattie, dei nostri piedi, della nostra schiena, di tutte le diverse sorti di scherzi che il nostro corpo, come un bimbo indisciplinato, escogita. Si annuirebbe col capo come per mettere la punteggiatura alle reciproche voci, segnalando che sì, sappiamo tutto al riguardo. Ci scambieremmo rimedi e cercheremmo di superarci l’una con l’altra nella recita delle nostre afflizioni fisiche; ci lamenteremmo pacatamente, le voci dolci, sommesse, desolate come il verso dei piccioni nelle docce delle grondaie. So che cosa vuoi dire, diremmo. Oppure useremmo un’espressione eccentrica che talvolta viene pronunciata ancora da parte di gente più anziana: sento donde provieni, come se la voce stessa fosse un viaggiatore, che giunge da un luogo distante. Com’era, com’è.

Come disprezzavo simili chiacchiere. Adesso le desidero. Almeno si parlava. C’era uno scambio, di qualche sorta.

Oppure spettegoleremmo. Le Marte sanno le cose, parlano tra di loro, fanno passare le notizie ufficiose di casa in casa. Come me, origliano alle porte, indubbiamente, e vedono tutto anche quando distolgono gli occhi. Le ho udite talvolta, ho afferrato frammenti delle loro conversazioni private. Nato morto, era. Oppure, Pugnalata con un ferro da calza, direttamente al ventre. Per gelosia, una gelosia che la divorava. O, ancora più interessante: Lei ha usato un liquido per pulire i cessi. Ha funzionato che è una meraviglia, anche se lui avrebbe dovuto accorgersene dal sapore. Doveva essere ubriaco; ma l’hanno scoperta subito.

Oppure aiuterei Rita a fare il pane, affondando le mani in quel morbido tepore resistente che è così simile alla carne. Desidero ardentemente toccare qualcosa di diverso dalla stoffa o dal legno. Desidero commettere l’atto del toccare.

Ma anche se lo chiedessi, anche se venissi meno al decoro fino a quel punto, Rita non lo permetterebbe. Avrebbe troppa paura. Non è previsto che le Marte fraternizzino con noi.

Fraternizzare significa comportarsi da fratelli. Me l’ha detto Luke. Diceva che non c’era una parola equivalente che significasse comportarsi da sorelle. Avrebbe dovuto essere sororizzare, diceva lui. Dal latino. Gli piaceva sapere queste cose. La derivazione delle parole. Io lo prendevo in giro per la sua pedanteria.

Ricevo i buoni dalla mano tesa di Rita. Vi sono impresse le illustrazioni delle cose con cui si possono scambiare: dodici uova, un pezzo di formaggio, una massa scura che si ritiene sia una bistecca. Li metto nella tasca della manica, chiusa con una cerniera, dove tengo il mio lasciapassare.

«Di’ che te le dia fresche le uova» si raccomanda Rita. «Non come l’ultima volta. E un pollo, di’, non una gallina. Spiegagli per chi è e non faranno pasticci».

«Va bene» rispondo. Non sorrido. Perché invitarla all’amicizia?

3

Esco dalla porta sul retro, che dà sul giardino, grande e ordinato: un prato al centro, un salice, amenti penduli tutt’attorno ai margini, aiuole dove le giunchiglie stanno appassendo e i tulipani aprono i loro calici, traboccanti di colore. I tulipani sono rossi, di uno scuro cremisi verso il gambo, come fossero stati recisi e stessero cominciando a rimarginarsi in quel punto.

Questo giardino è il regno della Moglie del Comandante. Guardando fuori dalla mia finestra dai vetri infrangibili l’ho vista spesso, in ginocchio su un cuscino, un velo azzurro chiaro gettato sopra il suo largo cappello da giardinaggio, un cestino di lato con dentro cesoie e pezzi di spago per tenere legati i fiori. Un custode assegnato al Comandante fa i lavori più pesanti di vangatura; la Moglie del Comandante lo dirige, puntando il bastone per spiegarsi meglio. Molte Mogli hanno un giardino, qualcosa da organizzare, da tenere in ordine, da curare.

Una volta anch’io avevo un giardino. Ricordo l’odore della terra smossa, il senso di pienezza che davano le forme tonde dei bulbi chiusi nella mano, il fruscio secco dei semi tra le dita. Il tempo passava più in fretta in giardino. Talvolta la Moglie del Comandante fa portar fuori una sedia e si siede nel suo giardino.

La scena, vista da lontano, ha un’aria di pace.

Lei adesso non c’è, e comincio a chiedermi dove sia: non mi piace imbattermi inaspettatamente nella Moglie del Comandante. Forse sta cucendo, in salotto, col piede sinistro su uno sgabello, a causa della sua artrite. O lavorando a maglia delle sciarpe per gli Angeli che sono al fronte. Stento a credere che gli Angeli abbiano bisogno di simili sciarpe; comunque, quelle fatte dalla Moglie del Comandante sono troppo elaborate. Non segue il disegno a croci e stelle usato da molte altre Mogli, ma non per polemica. Alberi di abete sfilano lungo i bordi delle sue sciarpe, oppure aquile, o rigide figure di umanoidi, un ragazzo e una ragazza. Non sono sciarpe per adulti ma per bambini.

Talvolta penso che non vengano inviate agli Angeli, ma disfatte e trasformate in matasse per essere a loro volta di nuovo usate per altri lavori a maglia. Forse è semplicemente qualcosa per tenere occupate le Mogli, per dar loro uno scopo. Ma invidio alla Moglie del Comandante il suo lavoro a maglia. È buona cosa avere delle piccole mete che si possono facilmente conseguire.

E lei che cosa m’invidia?

Non mi parla, a meno che non possa evitarlo. Per lei sono un’onta; e una necessità.

Ci siamo trovate faccia a faccia per la prima volta cinque settimane fa, quando sono giunta a questa destinazione. Il Custode della destinazione precedente mi aveva condotta alla porta principale. I primi giorni ci è permesso passare dalle porte principali, ma dopo è inteso che noi usiamo quelle sul retro. All’inizio, quando le cose non si sono ancora sistemate, tutte sono incerte circa il loro rango, ma dopo un certo tempo si stabilisce se si passerà sempre dalle porte principali o sempre dal retro.

Zia Lydia diceva che lei stava cercando di ottenere per me il diritto alle principali. La tua è una posizione di privilegio, diceva.

Il Custode ha suonato il campanello, ma prima che qualcuno sentisse e venisse celermente a rispondere, la porta si è aperta verso l’interno. Credevo che mi sarei trovata di fronte una Marta, invece era lei già pronta ad aspettarmi, nella sua lunga veste grigio-azzurra, inconfondibile.

«Così sei la nuova» ha detto. Non si è fatta di lato per lasciarmi passare, è rimasta nel vano della porta, bloccando l’ingresso. Voleva che sentissi che non potevo entrare a meno che non me lo dicesse lei. È tutto un fare a spintoni e gomitate, in questi primi incontri, per il superamento di certe barriere.

«Sì» ho risposto.

«Lasciala sotto il portico» ha detto al Custode che trasportava la mia valigia. La valigia era di vinile rosso e non molto grande. Ce n’era un’altra col cappotto e gli abiti più pesanti, ma sarebbe arrivata più tardi.

Il Custode ha deposto la valigia e ha salutato. Ho udito i suoi passi dietro di me che ripercorrevano il viale, lo scatto del cancello, e ho avuto la sensazione che un braccio protettivo si ritirasse. La soglia di una nuova casa è un luogo in cui ci si sente soli.

Lei ha atteso che l’auto si allontanasse. Non le stavo guardando la faccia, ma la parte di lei che potevo vedere col capo abbassato: la vita nell’abito azzurro, un po’ appesantita, la mano sinistra sul pomo d’avorio del bastone, i grossi diamanti all’anulare, che un tempo doveva essere stato grazioso ed era tuttora ben curato, l’unghia all’estremità del dito nodoso, limata in una curva perfetta. Era come uno sberleffo, lì su quel dito; come qualcosa che la canzonasse.

«Tanto vale che entri» ha detto lei. Si è voltata e ha proseguito zoppicando per il vestibolo. «Chiudi la porta dietro di te». Ho sollevato la valigia rossa fin dentro, come lei senza dubbio aveva inteso, poi ho chiuso la porta. Non le ho detto niente. Zia Lydia ci aveva consigliato di non parlare a meno che loro non ci rivolgessero direttamente una domanda. Provate a vedere le cose dal loro punto di vista, diceva con le mani allacciate strette e l’inquieto sorriso implorante, non è facile per loro.

«Qui dentro» ha detto la Moglie del Comandante. Quando sono entrata nel salotto lei era già alla sua poltrona, il piede sinistro sullo sgabello, col suo cuscino a petit point e, in un cestino, delle rose appena colte. Il suo lavoro a maglia era per terra accanto alla poltrona, coi ferri infilati nel gomitolo.

Sono rimasta in piedi davanti a lei, le dita delle mani intrecciate. «Bene…» ha detto. Aveva una sigaretta, se l’è messa tra le labbra e l’ha tenuta stretta mentre se l’accendeva. Ho visto che aveva le labbra sottili, con delle piccole rughe verticali ai lati, come si vedevano nella pubblicità dei cosmetici. L’accendino era color avorio. Le sigarette dovevano provenire dal mercato nero, ho pensato, e ciò mi ha dato una speranza. Anche ora che non esiste più una vera e propria moneta, c’è ancora un mercato nero. C’è sempre un mercato nero, c’è sempre qualcosa che può essere scambiato. Allora lei era una donna che poteva piegare le regole. Ma io che cosa avevo da scambiare? Guardavo la sigaretta con desiderio. A me, al pari di liquori e caffè, le sigarette sono proibite.

«Quindi il vecchio ‘come si chiama’ non c’è riuscito» ha detto.

«No, signora» ho risposto.

Lei ha riso, o quasi, poi ha tossito. «È stato sfortunato» ha detto. «Questo è il tuo secondo, vero?»

«Terzo, signora» ho risposto.

«Neppure a te è andata tanto bene» ha detto lei. E ha riso e tossito ancora. «Ti puoi sedere. Non è nelle mie abitudini, solo per questa volta».

Mi sono seduta sull’orlo di una delle sedie dallo schienale rigido. Non ho voluto guardarmi intorno, non volevo sembrarle disattenta; così la mensola di marmo del camino alla mia destra, la specchiera e i mazzi di fiori sono rimaste semplici ombre, ai lati dei miei occhi. Più tardi avrei avuto anche troppo tempo per assorbire la loro immagine. Adesso il suo viso era alla stessa altezza del mio. Mi era parso di riconoscerla, o per lo meno c’era qualcosa in lei che mi era familiare. Le si vedevano un po’ di capelli, di sotto il velo. Erano ancora biondi. Ho pensato che se li fosse tinti, che la tintura per capelli fosse qualcos’altro che poteva ottenere tramite il mercato nero, ma ora so che sono davvero biondi. Si era sfoltita le sopracciglia fino a formare delle sottili linee arcuate, che le davano un aspetto costante di sorpresa, o indignazione, o curiosità, quali si potrebbero cogliere nell’espressione meravigliata di un bimbo, ma le palpebre avevano un’aria stanca. Non così gli occhi, che erano dell’ostile azzurro piatto di un cielo di metà estate in piena luce, un azzurro che respingeva. Il naso un tempo doveva essere stato ciò che si definisce grazioso ma ora era troppo piccolo per la sua faccia, che non era grassa ma grande. Due rughe le scendevano agli angoli della bocca, ai lati del mento, stretto come un pugno.

«Desidero vederti il meno possibile» mi ha detto. «Mi aspetto che anche tu provi lo stesso nei miei riguardi».

Non ho risposto, perché un sì sarebbe stato insultante, un no sarebbe apparso polemico.

«So che non sei stupida» ha proseguito dopo aver aspirato e soffiato fuori il fumo. «Ho letto il tuo incartamento. Per quanto mi riguarda, questa è una transazione d’affari. Ma se avrò guai, restituirò guai. Mi capisci?»

«Sì, signora».

«Non chiamarmi signora» ha detto, irritata. «Tu non sei una Marta».

Non ho chiesto come dovessi chiamarla, perché capivo che si augurava che non avrei mai avuto l’occasione di chiamarla in nessun modo e mi è dispiaciuto. Avevo pensato di poterla trasformare in una sorella maggiore, in una figura materna, in una persona che mi avrebbe capita e protetta. La Moglie, nella destinazione precedente a questa, aveva trascorso la maggior parte del tempo nella sua camera da letto; le Marte dicevano che beveva. Volevo che questa fosse diversa. Volevo pensare che avrebbe potuto essermi simpatica, in un’altra epoca e luogo, in un’altra vita. Invece vedevo già che non mi sarebbe stata simpatica, né io a lei.

Ha spento la sigaretta, fumata a metà, in un piccolo portacenere a forma di conchiglia sul tavolino portalampada accanto a lei. Lo ha fatto con decisione, in un colpo solo, non con la serie di piccoli colpi garbati prediletti da molte Mogli.

«Quanto a mio marito» ha detto, «non è altro che questo: mio marito. Voglio che sia perfettamente chiaro. Finché la morte non ci separerà. È stabilito così».

«Sì, signora» ho detto di nuovo, senza ricordarmi che non voleva che la chiamassi così. Un tempo c’erano delle bambole che parlavano se gli tiravi una cordicella sulla schiena; ho pensato che era quella la mia voce, una voce monotona, da bambola. Lei probabilmente mi avrebbe dato volentieri uno schiaffo. Loro possono colpirci, c’è un precedente nelle Scritture. Ma non con un arnese, solo con le mani.

«È una delle cose per cui abbiamo lottato» ha detto la Moglie del Comandante. D’un tratto non stava guardando me, stava guardando in basso le sue mani nodose tempestate di diamanti, e ho capito dove l’avevo già vista.

La prima volta l’avevo vista alla televisione. Avevo otto o nove anni e quando mia madre dormiva, la domenica mattina, mi alzavo presto e andavo a guardare la televisione nel suo studio. Cambiavo continuamente canale, in cerca dei cartoni animati. Qualche volta, quando non mi riusciva di trovarne, guardavo L’Ora del Vangelo, dove spiegavano la Bibbia ai bambini e cantavano degli inni. Una delle interpreti femminili si chiamava Serena Joy. Era il primo soprano. Bionda, minuta, con un naso camuso ed enormi occhi azzurri che rivolgeva verso l’alto durante gli inni. Sapeva sorridere e piangere nello stesso tempo, una o due lacrime le scivolavano graziosamente giù per le guance, come se venissero a darle l’imbeccata, mentre la voce saliva nelle note più alte, tremula, ma senza sforzo. Dopo si era dedicata ad altre cose.

La donna seduta davanti a me era Serena Joy. O lo era stata, un tempo. Era peggio di quanto pensassi.

 

Margaret Atwood è una delle voci più note della narrativa e della poesia canadese. Laureata a Harvard, ha esordito a diciannove anni. Ha pubblicato oltre venticinque libri tra romanzi, racconti, raccolte di poesia, libri per bambini e saggi. Più volte candidata al Premio Nobel per la letteratura, ha vinto il Booker Prize nel 2000 per L’assassino cieco e nel 2008 il premio Principe delle Asturie. Fra i suoi titoli più importanti ricordiamo: L’altra Grace (2008), L’altro inizio (2014), Per ultimo il cuore (2016), Il canto di Penelope (2018), tutti usciti per Ponte alle Grazie. Margaret Atwood vive a Toronto con il marito, lo scrittore Graeme Gibson, e la figlia Jess. Da questo romanzo è stata tratta una fortunata serie televisiva.

 

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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