“Ascoltate il matrimonio” di John Jay Osborn edito da Bollate Boringhieri edizioni.(Estratto) Dal 22 Agosto 2019 in tutte le librerie e on-line

trama

«Un’analisi così schietta porta a una prosa altrettanto schietta, pulita; eppure, ogni tanto Osborn si avventura in territorio lirico. »
StarTribune

«La storia breve, serrata ma coinvolgente, di quella che l’autore definisce l’esperienza definitiva, illuminante, di una terapia di coppia: “Dovete fare in modo di aver voglia di dirvi tutto. Non potete obbligarvi. Non funziona mai”.»
San Francisco Chronicle

«Lo scrittore americano John Jay Osborn ci introduce di soppiatto nello studio di una terapeuta. È lì che vengono condivisi i segreti, talvolta corrosivi, talvolta commoventi.»
Le Journal de Montréal

«John Jay Osborn ha concepito il suo romanzo come una pièce teatrale, ricca di dialogo e vivacissima.»
Le Monde

Un matrimonio nasce dall’amore, ma non solo: un matrimonio è fatto di soldi, di case, di impegni da incastrare, eventualmente di figli. Un matrimonio è pieno di milioni di parole che vengono dette e ripetute, e pochissime che vengono ascoltate davvero. John Jay Osborn lo sa bene, e dalla sua esperienza in terapia con la moglie nasce questo romanzo rapido e tagliente come un foglio di carta, e allo stesso tempo ricco di humour e dialoghi vivaci. 
Tre personaggi, una stanza, una sedia apparentemente vuota: questo basta perché dalla pagina prenda vita una relazione complessa, densa di emozioni contraddittorie, e il lettore si senta invitato, a sua volta, a fare quello che in molte coppie difficilmente si è in grado di fare: ascoltare.
Sandy è una terapeuta fuori dall’ordinario: proprio durante la prima seduta, interviene nella contesa tra Gretchen e Steve, consigliando al marito di cedere alla moglie l’anticipo di 200.000 dollari della vendita della casa che hanno in comune; i due proprio litiganti non sono, altrimenti Steve non acconsentirebbe immediatamente a passare a Gretchen tutti quei soldi, allungandole addirittura l’assegno, e girandoglielo.

Un inizio del genere lascia ben sperare in una riconciliazione tra i due, ma la storia procede con Sandy che li convince a parlarsi, finalmente. Alla base di un matrimonio (forse) finito ci sono l’incapacità di parlare e di ascoltare, e il lettore può capirlo, se ha sperimentato almeno una volta nella vita la stessa rischiosa reticenza e la stessa pericolosa distrazione. Nello studio c’è anche una sedia verde, tappezzata, incongrua con il resto dell’arredamento moderno e lineare, a cui Sandy indirizza spesso dei commenti «fuori campo». La prima a scoprire a cosa serve è Gretchen, che da quel momento procede velocissima nella terapia, trascinandosi dietro il meno perspicace Steve.

C’è il lieto fine, ma quello che più piace è la leggerezza, o meglio, l’assenza di quella pesantezza ai confini con la tragedia che caratterizza le classiche narrazioni di terapia. È il sottile humour di Sandy, che commenta e racconta, a fare la differenza.

 

Estratto

Capitolo 1

«Allora, c’è niente di pratico che dovremmo considerare subito?» chiese Sandy.

Come una delle sue studentesse, Gretchen alzò la mano.

Era passato molto tempo da quando una delle coppie che si rivolgevano a Sandy aveva alzato la mano prima di parlare.

«Bene, Gretchen» disse Sandy. «Che succede?»

«Sono preoccupata per i soldi» disse Gretchen. «Dato che me ne sono andata io, ho dovuto affittare un appartamento, arredarlo, pagare un nuovo asilo».

«Quanti soldi hai?» chiese Sandy.

«Non lo so» disse Gretchen. «Sul conto corrente, adesso, ho tremila dollari. Il resto del nostro denaro lo gestisce Steve».

Sandy si rivolse a Steve, il marito di Gretchen. Era stravaccato sulla poltrona di fronte a lei.

«Allora, Steve, qual è la vostra situazione finanziaria?» chiese Sandy.

«Sono appena diventato socio dello studio Simpson Weaver» disse Steve. «C’era la possibilità di investire nel fondo di partnership. Ho dovuto impiegare tutti i nostri risparmi».

«Stai dicendo che tu e Gretchen non avete soldi?» chiese Sandy.

«Certo che ne abbiamo» disse Steve. «Credo ci siano circa ventimila dollari sul nostro fondo comune Vanguard. Andrà tutto bene. Ora che sono socio, posso prendere in prestito tutto il denaro che voglio».

Hai dovuto investire nel fondo di partnership, ma puoi prendere in prestito quanto ti pare? pensò Sandy.

«A quanto ho capito, avete appena venduto una casa a Ross» disse Sandy. «Quei soldi dove sono?»

«Abbiamo chiuso stamattina» disse Steve. «Ho un assegno di duecentomila dollari».

La madre di Sandy era stata un asso dell’immobiliare. Lo studio si trovava in uno dei suoi palazzi. Sandy ne sapeva qualcosa, di immobili.

«Dalla vendita di una casa a Ross avete incassato solo duecentomila dollari?» disse Sandy.

«Ho dovuto ipotecarla» disse Steve. «Mi serviva ogni centesimo possibile».

«Per investire nel fondo di partnership?» disse Sandy in tono neutro.

«Sembra assurdo» disse Steve. «Ma è così che funziona».

Si sporse in avanti.

«Secondo lei è da pazzi, vero? Secondo lei sto imbrogliando Gretchen o qualcosa del genere» disse Steve.

«Ti conosco da mezz’ora» disse Sandy. «Non ho idea di cosa tu stia facendo a Gretchen. So solo che Gretchen è preoccupata per i soldi».

«Allora possiamo dividerci quelli della vendita» disse Steve.

«Tu sei preoccupato per i soldi?» chiese Sandy a Steve.

«Non tanto» disse lui. «Presto avrò il mio primo dividendo».

«E fino ad allora puoi prendere in prestito quanto ti pare?» chiese Sandy.

«Sì, certo» disse Steve.

«Credo che dovresti dare i duecentomila dollari della vendita a Gretchen» disse Sandy.

Sandy vide Steve accusare il colpo. Fu lì per sbottare. Ma in qualche modo riuscì a trattenersi.

«Interessante» disse Steve in tono cauto, circospetto. Sandy aspettò.

«Tutti e duecentomila?»

«Sì» disse Sandy. «Tutti quanti. Gretchen ha fatto un passo enorme, andando a vivere da sola con i bambini. Vuoi che debba anche preoccuparsi dei soldi?»

Proprio così, Steve, stava dicendo Sandy. È stata lei a lasciarti, ma voglio che tu le dia tutti i duecentomila dollari. Capisci perché?

«Ma la metà spetta a Steve» disse Gretchen. Aveva un’aria così sincera, ed era così bionda, e con quegli occhi azzurri, così americana. Sembrava chiedersi, Che ci faccio qui? Questo non è il mio film.

«In che senso, la metà spetta a Steve?» chiese Sandy.

«Se divorziassimo, metà sarebbe sua» disse Gretchen.

«E tu vuoi divorziare?» chiese Sandy.

«Non lo so» disse Gretchen, piano. «Forse sì, ma abbiamo due bambini».

«Io sono una terapeuta matrimoniale» disse Sandy. «A dire il vero, non mi interessa cosa dice la legge. Per quello, potete trovarvi un avvocato. Quello che vedo io è che tu sei preoccupata per i soldi. Credo che duecentomila dollari farebbero sparire questa preoccupazione, almeno per il momento. Mi hai detto che dei bambini ti occupi quasi esclusivamente tu, e che in più lavori a tempo pieno. Avrai bisogno di tutto l’aiuto possibile. Non vorrai doverti preoccupare anche dei soldi, giusto?»

Gretchen si illuminò. «Crede davvero che dovrei avere tutti i duecentomila dollari?» disse.

«Sì» disse Sandy.

Si voltò a guardare Steve. Aveva la camicia stirata, le scarpe lucidate, i pantaloni dalla piega impeccabile. Ma gli occhi castani erano cerchiati, e gli tremavano le mani. Stava cercando di non andare in mille pezzi.

«Che ne pensi, Steve?» chiese Sandy.

«Penso che la maggior parte degli uomini direbbe: Mia moglie sta per divorziare da me, e la terapeuta matrimoniale vuole che le dia tutto il ricavato della vendita della casa? Quando la metà spetta a me di diritto? Perché mai dovrei accettare?» disse Steve. «Ecco cosa direbbero quasi tutti».

«Questo è quello che direbbero quasi tutti» disse Sandy. «Ma tu?»

Incredibile ma vero, Steve sorrise.

«Quando ha detto che tutti i duecentomila dollari dovrebbero andare a Gretchen, ho pensato, Però». Steve fece una pausa. «Che sta succedendo? Mi è sembrata un’imboscata. Ho pensato, Mentre cerchiamo di capire se divorziare o meno, non sarebbe più giusto congelare tutto?»

Congelare tutto era l’ultimo dei pensieri di Sandy.

«Tu vuoi divorziare?» chiese Sandy.

Steve non rispose. Cosa provava? Sandy si domandò se fosse in grado di parlarne. Gli chiese: «Come ti senti, Steve?»

«Come mi sento?» Sembrava una domanda che non si era mai concesso di porre prima.

«Mia moglie se n’è andata con i bambini. Sono appena diventato socio di uno studio di private equity, ma non sono mai stato peggio in vita mia. Non dormo da settimane».

Smise di parlare, guardò Gretchen seduta davanti a lui. Sembrava chiederle di fare il punto della situazione. Chi era Gretchen? Steve non lo sapeva più.

È una bellissima e intelligente principessa di ghiaccio, e tu hai mandato tutto a puttane, pensò Sandy.

Sandy li avrebbe accettati come pazienti? Non ne era sicura. Dov’erano i pensierosi, malinconici artisti? Non ne vedeva mai. Steve era un tipo pensieroso? Pensieroso, introspettivo, desideroso di cambiare? Era possibile che cambiasse? Scriveva poesie di notte? Dipingeva acquerelli? Si rendeva conto di com’era bella la città in quel periodo dell’anno?

Guardò Gretchen. E tu, puoi cambiare? Per te potrebbe essere anche più dura, principessa.

Steve stava studiando la stanza, la scrivania nell’angolo, le poltrone scandinave, e, dietro di loro, la grande poltrona verde vittoriana. Gli sembrava che stonasse con il resto dello studio? Le due finestre da cui si vedeva la cima del lentisco. Sandy si rese conto che Steve non aveva fatto caso all’ambiente circostante, a dove si trovava quand’era entrato incespicando, faticando anche solo a raggiungere la sua poltrona. Ora si stava concentrando.

«Steve?» disse Sandy.

«Chiedo scusa» disse lui. «Allora, perché dovrei dare a Gretchen la metà dei soldi che mi spetta?

Perché dovrei farlo?»

«Perché è preoccupata per i soldi» disse Sandy.

«Io non voglio divorziare» disse piano Steve, rispondendo finalmente alla domanda di Sandy.

«Però stai correndo questo rischio» disse Sandy. «Quello che hai fatto finora non ha funzionato. Dovresti provare con qualcosa di nuovo. Qualcosa che di norma non faresti. Qualcosa che sembri fuori dal comune. Perché no? Cos’hai da perdere?»

«Soldi» disse Steve.

Risposta sbagliata, Steve. Sandy lo guardò e basta: Steve, ti stai giocando tutto. Lo capisci?

«Provare qualcosa fuori dal comune?» disse Steve dopo un momento.

«Perché no?» disse Sandy.

Era ancora aggrappato con le unghie a quello che pensavano quasi tutti gli uomini. Lasciati andare, Steve, pensò Sandy. Lui distolse lo sguardo, che rimase a mezz’aria.

«Sono stanco» disse Steve.

«Lo so» disse Sandy. Lasciati andare, ti stai trattenendo da troppo tempo, pensò.

E lui lo fece. Sandy lo sentì lasciar perdere gli altri uomini e i consigli che non funzionano mai, e cadere nell’ignoto.

«Ok» disse Steve. «Proviamo il fuori dal comune». Infilò una mano nella tasca della giacca e tirò fuori una busta. «Per caso, ho qui l’assegno».

Aprì la busta, ne estrasse un assegno. Sfilò una penna Montblanc dal taschino della camicia e lo 

girò. Poi lo porse a Gretchen. Lei lo prese. Duecentomila dollari.

«Grazie» disse.

Sandy pensò che fosse, con ogni probabilità, la prima parola gentile che Gretchen rivolgeva a Steve da molto tempo. GrazieVedi, Steve, pensò Sandy, hai provato qualcosa fuori dal comune e sta già funzionando.

Sì, li avrebbe seguiti.

Capitolo 2

Nella fase iniziale, Sandy incontrava sempre le coppie in sedute individuali.

Due giorni dopo, quando Gretchen si presentò da sola, sembrava esausta, stanca morta. Ed era in ritardo, anche se di pochi minuti. Fece di corsa le scale fino allo studio di Sandy, al secondo piano.

«Scusi per il ritardo» disse. Si diresse alla poltrona usata in precedenza. «Grazie a Dio qui sotto c’è quel piccolo parcheggio».

Posò la borsa di pelle marrone sul pavimento, accanto alla poltrona. Fece qualche respiro profondo.

«È un bellissimo edificio» disse. «Ho visto la targa in bronzo sul muro vicino alle scale. Dove ringrazia sua madre per averle donato il palazzo».

È stata mia madre a mettere quella targa, ricordò Sandy.

«Grazie» disse Sandy. «Come va? Sembri esausta».

Gretchen si sbloccò di colpo. Approfittò del momento. «Lo sono» disse Gretchen. «Ieri sera sono stata sveglia fino alle due del mattino a correggere tesine, e oggi ho dovuto alzarmi presto con i bambini, portarli a scuola sulla Dolores e poi guidare fino a Fillmore per l’appuntamento con lei. Dopo devo riattraversare la città per tenere una lezione alla USF, e poi tornare sulla Dolores a riprendere i piccoli. Non so, Sandy».

«Che cosa non sai?» chiese Sandy.

«Se anche solo una piccola cosa va storta, se la scuola chiama perché uno dei bambini sta male, l’intero castello di carte crolla» disse Gretchen.

«E Steve dov’è, in tutto questo?» chiese Sandy.

«Lui va a prendere i bambini a scuola due volte alla settimana, e li tiene un weekend sì e uno no» disse Gretchen.

«Quindi se uno dei bambini si ammalasse, e tu dovessi tenere una lezione, perché non potresti chiedere a Steve di occuparsene?» chiese Sandy.

«Io non voglio chiedere niente a Steve» disse Gretchen in tono neutro. «Non mi piace nemmeno che tenga i bambini due pomeriggi alla settimana».

«Dovremmo parlarne» disse Sandy. «Non adesso, magari. Perché non prendi qualcuno che ti aiuti con i bambini?»

«Non voglio che si sentano abbandonati» disse Gretchen. «Sono già turbati dal fatto che io e Steve non stiamo più insieme».

Sandy scosse la testa. «L’università dove insegni avrà almeno un migliaio di studenti in cerca di un lavoro part time. I bambini potrebbero divertirsi a passare il pomeriggio con uno di loro, invece che con una madre sfinita, che riesce a malapena a tenere gli occhi aperti perché ha passato la notte a correggere tesine».

C’era altro, e Sandy lo sapeva. «Non si è trattato solo delle tesine da correggere, vero?»

«Sono stata anche al telefono per un’ora, più o meno» disse Gretchen piano.

«Con un uomo, presumo. Giusto?»

«Sì».

«Parlami di lui» disse Sandy.

«Mi imbarazza» disse Gretchen lentamente.

«Ti passerà» disse Sandy. Sorrise a Gretchen. Vedrai, pensò.

Gretchen annuì. «Subito dopo aver ottenuto la cattedra, sono andata a un congresso su Dickens e i suoi contemporanei. Un tizio ha fatto un intervento davvero ottimo sull’editoria a Londra a metà del diciannovesimo secolo. Lo avevo già incontrato. Aveva sostenuto molto il mio lavoro. Ci siamo messi a parlare, ed è venuto fuori cosa stavo passando con Steve. Alla fine abbiamo trascorso la notte insieme. Si è accorto di quante cose mi mancavano, di quanto fosse limitata la mia vita con Steve».

«E si chiama…?» chiese Sandy.

«William Keener» disse Gretchen. «Bill».

«Sapevi già che Steve ti tradiva, quand’è successo?» chiese Sandy.

«Non ne avevamo ancora parlato apertamente, ma lo sapevo, sì» disse Gretchen. «Non era mai chiaro dove fosse. Arrivavano telefonate a orari strani. Lo sapevo. Lo tenevo d’occhio. Mi riteneva davvero così stupida? Ma lui niente, andava avanti. È incredibile vedere che il tuo compagno ti mente in modo così spudorato».

«Quindi ora avete entrambi una tresca» disse Sandy.

«Io non avrei mai tradito Steve, se non l’avesse fatto lui per primo» sbottò Gretchen. Arrabbiata, stanca. «Ero disperata. Ero infelice. Stava andando tutto in malora».

«Gretchen, non sono qui per giudicare» disse Sandy. «Ma voglio chiarire subito le cose. Hai detto a 

Steve che sospettavi ti stesse tradendo?»

«Sì» disse Gretchen. «Quando sono tornata da quel congresso su Dickens. Gli ho detto che sapevo tutto. Lui ha ammesso la relazione. Mi ha detto di averla troncata qualche settimana prima».

«Steve sa di Bill?»

«Probabilmente sa che c’è qualcosa, perché da quel congresso sono tornata una donna diversa» disse Gretchen. «Ma non gliel’ho detto».

«Dov’è Bill?»

«Insegna alla UCLA e vive a Santa Monica. C’è un altro problema. È sposato. E in passato ha anche divorziato, uno dei motivi per cui mi ha fatto così bene parlare con lui. Sapeva cosa stavo passando».

«E ha figli?» chiese Sandy.

«Uno da ciascun matrimonio» disse Gretchen.

«E quindi come fa a stare un’ora al telefono con te in piena notte?» chiese Sandy.

«Si alza e va nel suo studio» disse Gretchen.

«Ho un suggerimento» disse Sandy.

«Lo so» disse Gretchen. «Devo dirlo a Steve».

«Anche» disse Sandy. «Scommetto che lo sa già, a dire il vero. Il mio suggerimento è questo. Qui il capo sei tu. Forse non te ne rendi conto, ma sei tu ad avere il controllo. Non Bill; non Steve. Sei tu a comandare, adesso. Il mio suggerimento è di fare esattamente quello che è meglio per te. Ad esempio, mettere Bill in agenda».

«E come?» chiese Gretchen, con aria confusa.

«Non aspettare che la moglie di Bill vada a dormire, lasciandolo libero di sgattaiolare nello studio e chiamarti tenendoti sveglia tutta la notte» disse Sandy. «Digli tu a che ora ti fa comodo parlargli».

«Ma non può mica dire alla moglie, Scusa, devo andare a chiamare Gretchen».

«Forse no, ma è un problema suo, non tuo» disse Sandy.

«Io ho bisogno di parlare con lui».

«Credimi, troverà un modo» disse Sandy.

«Non voglio che si stressi» disse Gretchen.

«Lui? Tu hai due bambini piccoli di cui ti occupi da sola, tesine da correggere, lezioni da tenere, comitati cui partecipare e un matrimonio che si sta sfasciando. Chi è a stressarsi, qui?»

«Io voglio parlare con Bill» disse Gretchen, mentre arrivavano le prime lacrime. «Ho bisogno di lui». Era proprio sfinita, pensò Sandy. Un rottame.

«E lui c’è» disse Sandy. «Sei stata bravissima a smontare tutto. Adesso, però, devi riprenderti».

«Sono innamorata di lui» disse Gretchen, senza più freni. «Con lui posso parlare. Finalmente ho qualcuno con cui parlare. Per la prima volta da anni. Lo desidero così tanto che mi fa quasi male».

Gretchen guardò Sandy e alzò le mani. «Ma è sposato, e ha già divorziato una volta. Non funzionerà mai. Vorrei che sua moglie morisse».

Ora singhiozzava. Sandy le porse la scatola di fazzoletti che teneva sul tavolino accanto alla sua sedia.

«Sono sfinita» disse Gretchen.

«Lo so» disse Sandy. «Come potresti non esserlo?»

Capitolo 3

Sandy sentì la Mercedes di Steve, la AMG C63, entrare lentamente nel parcheggio, e il rumore, uguale a quello della C63 della madre, la irritò. Sua madre non aveva voluto quell’auto pensando alla comodità dei suoi clienti – per essere una Mercedes era un po’ angusta. Lei voleva potenza, un grosso rombante V8 con una ripresa in grado di schiacciarti sul sedile, di far fumare le ruote posteriori, di riempirti di scatenata intensità, allacciate le cinture, ecco che arriviamo. Mamma era così. Era così che volevi apparire anche tu, Steve?

Steve non salì subito. Passarono quattro o cinque minuti prima che aprisse la porta della sala d’aspetto, facendo accendere la luce sotto la scrivania di Sandy. Poi bussò alla porta dello studio, che si aprì a metà. Steve guardò dentro.

«Non conosco bene il protocollo» disse Steve. «Devo aspettare in sala finché non è lei a chiamarmi?»

«Sì, perché potrei avere ancora un paziente – qualche situazione critica» disse Sandy. «Ma adesso non c’è nessuno. Entra».

Sembrava lo stesso della volta precedente: abbattuto, depresso, un traslucido piatto di porcellana crepato, come quelli che la mamma di Sandy comprava negli ultimi tempi, così sottili che si poteva vedere la mano che li reggeva.

«Posso chiedere la sua opinione su una cosa?» disse lui.

«Certo» disse Sandy.

«Allora, stavo venendo qui da Presidio Heights. Stavo scendendo lungo Bush Street. E poi, non so come, mi sono ritrovato a Embarcadero. Ho completamente saltato Fillmore. Non mi ricordo come sono arrivato a Embarcadero. Ho dovuto fare dietrofront e dirigermi verso Fillmore. Poi mi sono ritrovato a Fillmore, ma non sapevo come ci ero arrivato. E poi, eccomi nel parcheggio qui sotto».

«Prendi qualche droga, Steve?» chiese Sandy. «Bevi?»

Scattò sulla poltrona, tornò alla realtà, al qui e ora. «Cosa?!» disse. «No, non mi drogo. Forse dovrei, visto che non dormo, ma no. E non bevo. È questo che pensa?»

«Non lo so» disse Sandy. «Ti ho incontrato una sola volta, quattro giorni fa. Però so che lavori in un ambiente stressante e…»

 

John Jay Osborn è uno sceneggiatore e romanziere che spesso scava nella propria vita in cerca di materiale. Nel 1970, ha pubblicato The Paper Chase, un romanzo bestseller che ha per sfondo gli anni di studio alla Harvard Law School , da cui sono stati tratti l’omonima serie TV e il film Esami per la vita (1973); in seguito The Associates (1979) e The Man Who Owned New York (1981). È stato professore di diritto in molte delle migliori università degli Stati Uniti, e ha da poco lasciato lo stesso incarico presso la San Francisco University School of Law. Ha sceneggiato serie televisive come LA Law (Avvocati a Los Angeles) e Spenser: for HireAnche alla base di questo romanzo c’è la sua esperienza personale di marriage counseling, durata quattro anni, grazie alla quale ha salvato il suo da allora in poi felice matrimonio. Il libro ha suscitato l’interesse prima, e l’entusiasmo poi, di parecchi professionisti del ramo.

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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