“Olive Kitteridge” di Elizabeth Strout edito Fazi editori. (Estratto). Su Sky cinema la miniserie tratta dal romanzo.

Trama

In un angolo del continente nordamericano c’è Crosby, nel Maine: un luogo senza importanza che tuttavia, grazie alla sottile lama dello sguardo della Strout, diviene lo specchio di un mondo più ampio. Perché in questo piccolo villaggio affacciato sull’Oceano Atlantico c’è una donna che regge i fili delle storie, e delle vite, di tutti i suoi concittadini. È Olive Kitteridge, un’insegnante in pensione che, con implacabile intelligenza critica, osserva i segni del tempo moltipllcarsi intorno a lei, tanto che poco o nulla le sfugge dell’animo di chi le sta accanto: un vecchio studente che ha smarrito il desiderio di vivere; Christopher, il figlio, tirannizzato dalla sua sensibilità spietata; un marito, Henry, che nella sua stessa fedeltà al matrimonio scopre una benedizione, e una croce. E ancora, le due sorelle Julie e Winnie: la prima, abbandonata sull’altare ma non rassegnata a una vita di rinuncia, sul punto di fuggire ricorderà le parole illuminanti della sua ex insegnante: “Non abbiate paura della vostra fame. Se ne avrete paura, sarete soltanto degli sciocchi qualsiasi”. Con dolore, e con disarmante onestà, in “Olive Kitteridge” si accampano i vari accenti e declinazioni della condizione umana – e i conflitti necessari per fronteggiarli entrambi. E il fragile, sottile miracolo di un’alta pagina di storia della letteratura, regalataci da una delle protagoniste della narrativa americana contemporanea, vincitrice, grazie a questo “romanzo in racconti”, del Premio Pulitzer 2009.

 

Estratto

A mia madre,
che sa rendere magica la vita
ed è la migliore narratrice di storie che io conosca

 

Farmacia

Per molti anni Henry Kitteridge era stato farmacista nella città vicina, e ogni mattina guidava attraverso strade piene di neve, oppure fradice di pioggia, oppure dove d’estate i lamponi selvatici protendevano i loro germogli novelli dai cespugli lungo l’ultimo tratto della cittadina, prima di svoltare nella strada più larga che portava alla farmacia. Ormai in pensione, si sveglia ancora presto e ricorda come le mattine fossero sempre state il suo momento preferito, come se il mondo fosse il suo segreto: gli pneumatici che rombavano sommessi sotto di lui nella luce che filtrava attraverso la nebbia mattutina, il breve spettacolo della baia in lontananza sulla destra, e poi i pini, alti e sottili. Guidava quasi sempre con un finestrino un poco aperto perché amava l’odore dei pini e della densa aria salmastra, e d’inverno quello del gelo.

La farmacia era un piccolo edificio a due piani adiacente a un altro fabbricato che ospitava un negozio di ferramenta e un piccolo drugstore. Ogni mattina Henry parcheggiava sul retro accanto ai grossi bidoni di metallo, e poi entrava per la porta posteriore e si aggirava per il negozio ad accendere le luci, azionare il termostato oppure, se era estate, i ventilatori. Poi apriva la cassaforte, metteva il denaro nel registratore di cassa, apriva la porta sul davanti, si lavava le mani e indossava il camice bianco. Il rituale era piacevole, come se il vecchio negozio, con i suoi scaffali coperti da dentifrici, vitamine, cosmetici, fermagli per capelli, e perfino aghi da cucito e biglietti di auguri, senza contare le borse dell’acqua calda di gomma rossa e le perette per i clisteri, fosse una persona autonoma, solida e affidabile. E qualunque evento spiacevole si fosse verificato in famiglia, qualunque disagio per il fatto che la moglie si alzava spesso dal letto nel cuore della notte e vagava per casa, tutto questo svaniva come una linea di costa mentre Henry si aggirava nell’ambiente sicuro della sua farmacia. Sul retro del locale, accanto ai cassetti e alle file di pillole, Henry era allegro quando il telefono squillava, quando la signora Merriman veniva a comprare la medicina per l’ipertensione, o il vecchio Cliff Mott la sua digitalina; o anche quando preparava il tranquillante per Rachel Jones, il cui marito era scappato la notte in cui era nato il loro bambino. Ascoltare faceva parte della natura di Henry, e molte volte nel corso della settimana gli capitava di ripetere: «Dio mio, sono così dispiaciuto», oppure: «Ma guarda, non è incredibile?».

Dentro di sé soffriva della silenziosa tensione di un uomo che per due volte nella sua infanzia aveva assistito agli esaurimenti nervosi della madre, la quale per il resto gli aveva sempre voluto un bene esasperato. Perciò se, come di rado accadeva, un cliente era infastidito per via del prezzo, o irritato dalla scarsa qualità di una benda o di una borsa del ghiaccio, faceva il possibile per rimediare con rapidità. La signora Granger aveva lavorato presso di lui per molti anni; il marito era un pescatore di aragoste, e la donna sembrava  portare con sé la brezza gelida del mare aperto, e non era particolarmente ansiosa di compiacere un cliente diffidente. Mentre compilava le ricette, Henry era costretto a tendere l’orecchio per assicurarsi che la signora Granger non fosse alla cassa a respingere un reclamo. Più di una volta aveva provato la stessa sensazione mentre si assicurava che la moglie, Olive, non se la prendesse troppo con Christopher per via dei compiti, o perché non aveva sbrigato le faccende di casa; un continuo fluttuare dell’attenzione, il bisogno di accontentare tutti. Quando avvertiva un tono brusco nella voce della signora Granger, Henry abbandonava la sua postazione sul retro, andava al centro del negozio e parlava di persona col cliente. Per il resto la signora Granger svolgeva bene il suo lavoro. Henry apprezzava il fatto che non fosse una chiacchierona, tenesse alla perfezione l’inventario e non si desse quasi mai malata. Quando una notte morì nel sonno, Henry rimase esterrefatto, e si sentì vagamente responsabile, come se, dopo aver lavorato al suo fianco per tanti anni, non si fosse accorto di eventuali sintomi da lei mostrati, che lui, con le sue pillole, sciroppi e siringhe, avrebbe potuto alleviare.

«Un topo», disse sua moglie, quando assunse la ragazza nuova. «Sembra davvero un topo».

Denise Thibodeau aveva guance rotonde e occhi piccoli che sbirciavano oltre gli occhiali dalla montatura marrone. «Ma è un bel topolino», rispose Henry. «Un topolino intelligente».

«È impossibile che una persona incapace di tenere le spalle dritte sia intelligente», rispose Olive. In effetti le spalle strette di Denise erano incurvate in avanti, come nell’atto di chiedere scusa. Aveva ventidue anni ed era appena uscita dall’università statale del Vermont. Anche suo marito si chiamava Henry, e quando conobbe Henry Thibodeau, Henry Kitteridge rimase colpito da quella che gli parve un’inconsapevole eccellenza. Il giovanotto era robusto e aveva lineamenti marcati, e una luce negli occhi che sembrava conferire un baluginante splendore al suo volto onesto e ordinario. Faceva l’idraulico e lavorava nell’impresa dello zio. Lui e Denise erano sposati da un anno.

«Non è che muoia dalla voglia», disse Olive, quando Henry le propose di invitare la giovane coppia per cena. Henry lasciò cadere la cosa. In quel periodo suo figlio, che ancora non mostrava fisicamente i segni dell’adolescenza, era caduto preda di un broncio improvviso e ostinato: il suo umore era come un veleno che si spandeva nell’aria. Olive sembrava altrettanto cambiata e mutevole di Christopher, e tra i due scoppiavano violenti litigi che si trasformavano all’improvviso in una cortina di intimità silenziosa di fronte alla quale Henry, ignaro e stupefatto, si ritrovava invariabilmente escluso.

Ma alla fine di una giornata estiva, fermo nel parcheggio sul retro, mentre parlava con Denise ed Henry Thibodeau e il sole si coricava dietro gli abeti rossi, Henry Kitteridge  avvertì un tale desiderio di trovarsi in presenza di quella giovane coppia, dei loro visi rivolti verso di lui, esitanti eppure pieni di interesse mentre ricordava i suoi giorni all’università tanti anni prima, che disse: «Sentite. Io e Olive vi vogliamo a cena una di queste sere».

Guidò verso casa, superò gli alti pini, il breve spettacolo della baia, e pensò ai Thibodeau che procedevano nella direzione opposta, verso la loro roulotte alla periferia della cittadina. Si immaginò la roulotte, linda e accogliente perché Denise era una personcina ordinata, e li vide con la mente mentre si raccontavano gli eventi della giornata. Denise avrebbe detto: «È un capo con cui è facile lavorare», ed Henry le avrebbe risposto: «A me è molto simpatico».

Entrò nel vialetto di casa sua, che non era tanto un vialetto quanto un appezzamento di prato in cima alla collina, e vide Olive in giardino. «Ciao, Olive», le disse, avvicinandosi. Voleva abbracciarla, ma c’era in lei una cupezza che sembrava stazionarle accanto come un conoscente che non voleva andarsene. Le disse che i Thibodeau sarebbero venuti a cena. «Mi sembra doveroso», aggiunse.

Olive si asciugò il sudore dal labbro superiore e si voltò per strappare un ciuffo d’erba cipollina. «Agli ordini, signor presidente», rispose. «Dia pure le disposizioni alla cuoca».

Il venerdì sera la coppia lo seguì fino a casa, e il giovane Henry strinse la mano a Olive. «Che bella casa», disse. «Con un bel panorama sull’acqua. Il signor Kitteridge mi ha detto che l’avete costruita insieme».

«In effetti è vero».

Christopher sedeva a un lato del tavolo, le spalle curve in una goffa posa adolescenziale, e non rispose quando Henry Thibodeau gli chiese se praticava sport al liceo. Henry Kitteridge sentì sbocciare in lui un’ira inaspettata; aveva voglia di gridare contro il figlio, le cui cattive maniere, lo sentiva, rivelavano un elemento sgradevole che non ci si aspettava di trovare in casa Kitteridge.

«Lavorando in una farmacia si vengono a sapere i segreti di tutti in città», disse Olive a Denise, mettendole davanti un piatto di fagioli al forno. Poi si sedette di fronte a lei e le porse una bottiglia di ketchup. «Bisogna imparare a tenere la bocca chiusa. Ma non mi pare che tu abbia problemi».

«Denise lo sa», replicò Henry Kitteridge.

«Ma certo», aggiunse il marito di Denise. «Nessuno è più affidabile di lei».

«Ti credo», rispose Henry, passandogli il cesto del pane. «Per favore, chiamami Henry. È uno dei miei nomi preferiti». Denise rise silenziosamente; Henry si rese conto di esserle simpatico.

Christopher si ingobbì ancora di più sulla sedia.

 

I genitori di Henry Thibodeau abitavano in una fattoria nell’entroterra, perciò i due Henry parlarono di raccolti, di fagioli, del granturco che quell’estate non era dolce come al solito perché era piovuto poco, e di come far crescere una bella aiuola di asparagi.

«Per l’amor del cielo!», esclamò Olive quando, nel passare la bottiglia del ketchup all’uomo più giovane, Henry Kitteridge la rovesciò e la salsa ne sgorgò come sangue addensato riversandosi sul tavolo di quercia. Nel tentativo di raddrizzare la bottiglia Henry la fece oscillare in equilibrio instabile e il ketchup gli ricadde sulle dita, schizzandogli la camicia bianca.

«Lascia stare», ordinò Olive, alzandosi. «Per l’amor del cielo, Henry, lascia stare», ed Henry Thibodeau, forse nell’udire il proprio nome proferito in tono così tagliente, ricadde sulla sedia con aria abbattuta.

«Perbacco, che pasticcio ho combinato», disse Henry Kitteridge.

Per dessert ricevettero tutti una scodella azzurra al centro della quale nuotava una cucchiaiata di gelato alla vaniglia. «La vaniglia è il mio gusto preferito», disse Denise.

«Davvero!», esclamò Olive.

«Anche il mio», disse Henry Kitteridge.

Quando venne l’autunno, le mattine si fecero più buie, e la farmacia riceveva soltanto una breve porzione di sole diretto prima che i suoi raggi superassero l’edificio e lasciassero il negozio illuminato soltanto delle luci dell’insegna. Henry si fermava sul retro a riempire le bottigliette di plastica e a rispondere al telefono, mentre Denise rimaneva al bancone accanto al registratore di cassa. All’ora di pranzo Denise scartocciava un panino che si era portata da casa e lo mangiava sul retro, vicino al magazzino; poi anche Henry pranzava, e talvolta, quando non c’era nessuno in negozio, entrambi indugiavano sul retro a sorseggiare una tazza di caffè comprata dal droghiere lì accanto. Denise sembrava un tipo silenzioso per natura, ma ogni tanto era preda di sprazzi di improvvisa loquacità. «Mia madre ha sofferto per anni di sclerosi multipla, perciò fin dall’infanzia tutti noi abbiamo imparato a dare una mano in casa. I miei fratelli sono tutti diversi tra loro. Non crede che sia divertente, quando capita così?». Il fratello maggiore, aggiunse Denise, rimettendo a posto una bottiglia di shampoo, era stato il prediletto del padre finché non aveva sposato una donna che a lui non piaceva. I suoi suoceri erano persone meravigliose. Prima di Henry aveva avuto un ragazzo, un protestante, e i genitori di lui non erano stati molto gentili con lei. «Del resto non poteva funzionare», osservò, tirandosi una ciocca di capelli dietro un orecchio.

«Be’, Henry è un giovanotto davvero in gamba», rispose Henry.

Denise annuì, sorridendo dietro gli occhiali come una tredicenne. Di nuovo Henry si immaginò la roulotte, e loro due che si rotolavano insieme come due cuccioli troppo cresciuti; non riusciva a capire per quale motivo il pensiero gli suscitasse una felicità tutta particolare, come se un liquido dorato gli si riversasse dentro.

Denise era altrettanto efficiente della signora Granger, ma più rilassata. «Proprio lì, dietro le vitamine, sul secondo scaffale», diceva a un cliente. «Aspetti, adesso glielo mostro». Una volta disse a Henry che ogni tanto lasciava i clienti a vagare per il negozio prima di chiedere loro in cosa potesse aiutarli. «Così magari vedono qualcosa di cui non ricordavano di aver bisogno. E le vendite aumentano». Una pozza di luce di sole invernale si riversava attraverso il vetro dello scaffale dei cosmetici; una striscia di parquet brillava come miele.

Henry alzò un sopracciglio con aria di apprezzamento. «È stata una fortuna per me quando hai oltrepassato quella porta». Lei si raddrizzò gli occhiali col dorso della mano e passò il piumino sopra i barattoli di pomata.

Talvolta Jerry McCarthy, il ragazzo che consegnava le medicine da Portland una volta alla settimana o all’occorrenza anche di più, si fermava a pranzare sul retro del negozio. Aveva diciott’anni ed era appena uscito dal liceo. Era un ragazzo grasso e robusto, con il volto liscio, e sudava tanto che la camicia gli si riempiva di macchie bagnate che a volte si allargavano fino al petto, al punto che il poveretto sembrava in allattamento. Seduto su una cassa, con le ginocchia grasse che gli arrivavano quasi alle orecchie, mangiava un panino rovesciandosi briciole di maionese, insalata di tonno e uovo sodo sulla camicia.

Più di una volta Henry vide Denise porgergli un fazzoletto di carta. Un giorno la sentì dire: «Capita anche a me. Tutte le volte che mangio un panino con dentro la salsa combino un disastro». Ma non poteva essere vero. Quella ragazza sarà anche stata un tipetto insignificante, ma era linda come uno specchio.

«Buongiorno», rispondeva sempre al telefono. «Farmacia The Village. Come posso aiutarla oggi?». Come una bambina che giocava a fare la signora.

E poi, un lunedì mattina in cui l’aria all’interno della farmacia era di un freddo tagliente, mentre apriva il negozio Henry le chiese: «Come hai passato il fine settimana, Denise?». Il giorno prima Olive si era rifiutata di andare in chiesa ed Henry, contrariamente al solito, le aveva risposto in tono brusco. «È forse troppo chiedere a una moglie di accompagnare il marito in chiesa?», le aveva domandato all’improvviso mentre, ancora in mutande, si stirava i calzoni in cucina. Andarci senza di lei gli pareva una pubblica ammissione del proprio fallimento familiare.

«Certo che è troppo!», gli aveva risposto con violenza Olive, spalancando di colpo la porta della propria rabbia. «Tu non hai idea di quanto sia stanca. Insegno tutto il giorno, partecipo a riunioni cretine con un dannato preside imbecille! Faccio la spesa. Cucino. Stiro. 

Faccio il bucato. Faccio i compiti di Christopher! E tu…». Si afferrò allo schienale della sedia nella sala da pranzo e i capelli neri ancora spettinati dopo la notte le ricaddero sugli occhi. «Tu, Mr Devozione tutto fesserie da arcidiacono, ti aspetti che butti via le mie domeniche mattina e vada a sedermi in mezzo a un branco di insopportabili rompiscatole!». All’improvviso si lasciò cadere sulla sedia. «Be’, sono stufa», aggiunse con calma. «Stufa da morire».

Una tenebra gli era ruggita dentro; l’anima di Henry soffocava, intrappolata nel catrame. Il mattino dopo Olive gli parlò in tono cordiale. «La macchina di Jim puzzava di vomito la scorsa settimana. Spero che l’abbia pulita». Jim O’Casey era un collega di Olive, e da anni accompagnava lei e Christopher a scuola.

«Lo spero anch’io», rispose Henry, e così la loro lite ebbe fine.

«Oh, ho trascorso un fine settimana bellissimo», gli rispose Denise, fissandolo da dietro gli occhiali con gli occhietti pieni di un entusiasmo tanto infantile da spezzargli il cuore. «Siamo andati dai parenti di Henry e abbiamo raccolto patate per tutta la sera. Henry ha acceso i fari della macchina. Cercarle nella terra gelida era come la caccia alle uova di Pasqua!».

Henry smise di aprire una scatola di penicillina e scese dalla scala per parlare con lei. Non c’erano ancora clienti, e il termosifone sibilava sotto la vetrina. «È davvero una delizia, Denise», le disse.

Lei annuì, sfiorando la sommità dell’armadietto delle vitamine lì accanto. Un lieve moto di paura sembrò attraversarle il viso. «Ho preso freddo e sono andata a sedermi in macchina. Guardavo Henry che raccoglieva le patate e ho pensato: è troppo bello per essere vero».

Henry si chiese che cosa le fosse accaduto nella sua giovane vita per indurla a non credere nella felicità; forse era stata la malattia della madre. «Goditela, Denise», le rispose. «Hai ancora molti anni di felicità di fronte a te». O forse, pensò mentre tornava agli scatoloni, essere cattolici significava sentirsi sempre in colpa per tutto.

L’anno seguente… era stato il più felice della sua vita? Spesso Henry lo pensava, pur consapevole che era stupido classificare gli anni a quel modo; ma nel suo ricordo quell’anno in particolare era pervaso della dolcezza di un momento che non albergava alcun pensiero né di un inizio né di una fine, e quando si avviava verso la farmacia di prima mattina, nel buio dell’inverno, e poi più avanti nella luce nascente della primavera, e ancora quando la pienezza dell’estate si spalancava di fronte a lui, erano i piccoli piaceri del suo lavoro che nella loro semplicità sembravano colmarlo fino all’orlo. Spesso, quando Henry Thibodeau entrava nel parcheggio, Henry Kitteridge andava ad aprire la portiera a Denise, esclamando: «Salve, Henry», ed Henry Thibodeau sporgeva la testa dal finestrino aperto e rispondeva: «Salve, Henry», con un ampio sorriso sul volto illuminato di onestà e allegria. A volte era solo un cenno. «Henry!», e l’altro rispondeva: «Henry!». Si divertivano un mondo e Denise, come un pallone lanciato con delicatezza dall’uno all’altro, entrava nel negozio.

Quando si toglieva i guanti aveva le mani piccole come quelle di una bambina, ma quando toccava i tasti del registratore di cassa o faceva scivolare un barattolo dentro un sacchetto bianco, a Henry sembrava che assumessero le mutevoli sembianze di quelle di una graziosa, giovane donna adulta; mani che avrebbero accarezzato con affetto il marito, e che con la tranquilla autorità di una donna un giorno avrebbero agganciato le fasce di un neonato con le spille da balia, accarezzato una fronte febbricitante, infilato la monetina della fatina dei denti sotto un cuscino.

Osservandola mentre si tirava indietro gli occhiali sul naso e leggeva la lista dell’inventario, Henry pensava che Denise fosse la materia di cui era fatta l’America, perché era il periodo in cui iniziava la moda degli hippy, e leggere su «Newsweek» della marijuana e dell’amore libero suscitava in lui un disagio che una sola occhiata a Denise bastava a dissolvere. «Andremo all’inferno come i romani», diceva Olive, trionfante. «L’America è una grossa forma di formaggio andata a male». Ma Henry continuava a credere che la moderazione avrebbe prevalso, e ogni giorno nella sua farmacia lavorava accanto a una ragazza il cui unico sogno era quello di formarsi una famiglia insieme al marito. «Non mi interessa la liberazione della donna», disse a Henry. «Voglio avere una casa e rifare i letti». 

Eppure, se Henry avesse avuto una figlia (gli sarebbe piaciuto tanto averne una) l’avrebbe messa in guardia contro un simile atteggiamento. Va bene, le avrebbe detto, rifa’ pure i letti, ma trova anche un modo per usare il cervello. Ma Denise non era sua figlia, e le disse che quella della casalinga era un’occupazione nobile, vagamente consapevole della libertà insita nel voler bene a qualcuno a cui non si è legati da vincoli di sangue.

Amava la sua schiettezza e la purezza dei suoi sogni, ma questo naturalmente non significava che fosse innamorato di lei. La naturale ritrosia di Denise in realtà lo spinse a desiderare Olive con un nuovo trasporto. Le sue opinioni taglienti, i suoi seni pieni, le sue tempeste di rabbia e le sue improvvise, profonde risate risvegliavano in lui un nuovo livello di lancinante erotismo, e a volte, mentre ansimava nel buio della notte, non era Denise che gli veniva in mente ma, strano a dirsi, suo marito, giovane e forte, la sua ferocia mentre cedeva all’animalità del possesso. Ed Henry Kitteridge cadeva preda di un accesso di incredibile frenesia, come se nell’atto di amare sua moglie si stesse unendo a tutti gli uomini nell’atto di amare il mondo delle donne, che racchiudevano nel profondo di se stesse l’oscuro e vellutato segreto della terra.

«Mio Dio», diceva Olive, quando si staccava da lei.

Al college Henry Thibodeau aveva giocato a football, proprio come Henry Kitteridge. «Non era divertente?», domandò un giorno Henry il giovane. Era arrivato in anticipo a prendere Denise ed era entrato in negozio. «Sentire la gente che gridava dalle tribune? Vedere la palla arrivare dritta verso di te e sapere che stavi per prenderla. Accidenti, lo adoravo». Sorrise: il suo volto luminoso sembrava brillare di luce riflessa. «Lo adoravo».

«Temo di non essere mai stato bravo come te», rispose Henry Kitteridge. Era abile a correre e a schivare, ma non era abbastanza aggressivo per essere davvero un buon giocatore. Si vergognava al ricordo della paura che provava a ogni partita. Era stato contento quando il suo rendimento era calato, costringendolo a smettere.

«Neanch’io ero un granché», rispose Henry Thibodeau, passandosi una grossa mano sulla testa. «È solo che mi piaceva».

«In realtà era bravo», disse Denise, infilandosi il cappotto. «Era bravo davvero. Le cheerleader avevano un debole per lui». Poi aggiunse, timidamente ma con orgoglio: «Andiamo, Thibodeau. Andiamo».

Mentre si avviava verso la porta, Henry Thibodeau disse: «Vi aspettiamo presto per cena, lei e Olive».

«Ma no, non vi dovete disturbare».

Denise aveva scritto a Olive un biglietto di ringraziamento con la sua calligrafia minuta e ordinata. Olive lo aveva esaminato e poi lo aveva fatto scivolare sul tavolo verso Henry. 

«La sua scrittura è cauta quanto lei», aveva detto. «È la ragazza più insignificante che abbia mai visto. Con quel colorito pallido, perché si veste di grigio e di beige?».

«Non lo so», rispose Henry condiscendente, come se anche lui se lo fosse chiesto. Non se l’era chiesto.

«Una tonta», disse Olive.

Ma Denise non era tonta. Era svelta a fare i conti, e ricordava tutto ciò che le diceva Henry sulle medicine che vendeva. Si era laureata in scienze naturali e conosceva bene le strutture molecolari. A volte durante la pausa sedeva su una cassa nel retro con Il manualeMerck1 in grembo. Il volto infantile reso serio dagli occhiali fissava attentamente la pagina; teneva le ginocchia sollevate e le spalle curve in avanti.

Che carina, pensava Henry fugacemente, lanciando un’occhiata oltre la porta mentre passava. Spesso chiedeva: «Tutto bene, Denise?».

«Tutto bene, grazie».

Un sorriso gli indugiava sulle labbra mentre disponeva le bottigliette e le etichettava. Il buon umore di Denise aderiva a lui con la stessa facilità con cui l’aspirina aderiva all’enzima COX2; Henry attraversava senza dolore la giornata. Il dolce sibilo del radiatore, lo squillo del campanello quando entrava un cliente, lo scricchiolio delle assi di legno del pavimento, il tintinnio del registratore di cassa: a volte in quei giorni Henry aveva la sensazione che la farmacia somigliasse a un sistema nervoso sano, dotato di vita autonoma, funzionante ma tranquillo.

La sera l’adrenalina gli scorreva dentro. «Non faccio altro che cucinare, pulire e raccattare le cose che voi due lasciate in giro», gridava Olive, sbattendogli davanti la scodella con lo stufato di manzo. «Ve ne state lì a bocca aperta ad aspettare che io vi serva». Una sensazione di allarme gli formicolava nelle braccia.

«Forse è il caso che tu la aiuti di più in casa», disse Henry a Christopher.

«Come osi dirgli quello che deve fare? Non ti preoccupi nemmeno di sapere che cosa succede nelle ore di studi sociali!». Olive gli gridò contro, mentre Christopher rimase in silenzio, con un sogghigno sul volto. «Jim O’Casey si interessa di tuo figlio più di te», aggiunse Olive, sbattendo con violenza un tovagliolo sul tavolo.

«Jim insegna a scuola, che diamine, e vede te e Chris tutti i giorni. Cosa succede nelle ore di studi sociali?».

«È solo che l’insegnante è un imbecille, e Jim lo capisce d’istinto», replicò Olive. «Anche tu vedi Christopher tutti i giorni. Ma non sai niente, perché te ne stai al sicuro nel tuo piccolo mondo, insieme a Miss Insignificanza».

«Denise è una che lavora sodo», replicò Henry. Ma la mattina spesso l’umore nero di Olive scompariva, ed Henry si avviava verso il lavoro con un nuovo risveglio della speranza 

che la sera prima era parsa svanita. Nella farmacia regnava la benevolenza nei riguardi del prossimo.

Denise chiese a Jerry McCarthy se aveva intenzione di andare all’università. «Non lo so. Non credo». Il ragazzo arrossì: forse aveva una cotta per Denise, o forse di fronte a lei si sentiva un bambino, un ragazzino che viveva ancora in casa, con i polsi paffuti e il ventre rotondetto.

«Iscriviti a un corso serale», gli disse Denise allegramente. «Cominciano subito dopo Natale. Solo uno. Ti farebbe bene». Denise annuì e si voltò verso Henry, che la imitò.

Prima di allora non si era mai occupato molto di quel ragazzo, ma in quel momento aggiunse: «È vero, Jerry. Cos’è che ti interessa?».

Il ragazzo scrollò le spalle robuste.

«Ci sarà pure qualcosa che ti piace».

«Questa roba». Jerry fece un gesto in direzione delle casse di pillole che aveva appena trasportato oltre la porta sul retro.

E così, sorprendentemente, Jerry si iscrisse a un corso di scienze. Quella primavera, quando fu promosso col massimo dei voti, Denise gli disse: «Fermo lì». Tornò poco dopo dal drugstore con una torta. «Henry, se non squilla il telefono, adesso festeggiamo».

 

Jerry si riempì la bocca di torta e spiegò a Denise di essere andato a messa la domenica prima, per pregare di riuscire bene all’esame.

Quelle erano le cose che sorprendevano Henry quando aveva a che fare con i cattolici. Fu quasi sul punto di dirgli: Jerry, non è stato Dio a prendere dei bei voti al tuo posto. Ce l’hai fatta da solo. Ma Denise gli chiese: «Ci vai tutte le domeniche?».

Il ragazzo si succhiò la glassa dalle dita con aria imbarazzata. «D’ora in poi lo farò», rispose. Denise rise e Jerry la imitò, col volto raggiante soffuso di un lieve rossore.

Adesso è autunno, un novembre di molti anni dopo. È una domenica mattina, ed Henry si passa il pettine tra i capelli e toglie qualche ciocca grigia dai denti di plastica nera prima di infilarselo di nuovo in tasca. Accende il fuoco per Olive prima di andare in chiesa. «Mi raccomando, porta a casa i pettegolezzi», gli dice Olive, stringendosi nel maglione mentre dà un’occhiata a una grande pentola in cui gorgogliano le mele. Sta preparando la salsa con le ultime mele della stagione, e per un attimo l’odore arriva fino a Henry: un aroma dolce, familiare, che risveglia in lui un antico rimpianto prima che esca dalla porta con indosso la cravatta e la giacca di tweed.

«Farò del mio meglio», le risponde. Ormai nessuno va più in chiesa in giacca e cravatta.

In realtà ormai sono pochi i membri della congregazione che vanno in chiesa regolarmente. Questo rattrista Henry, e lo preoccupa. Negli ultimi cinque anni hanno cambiato due ministri del culto, e nessuno dei due è stato di grande ispirazione mentre saliva sul pulpito. 

 

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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