“L’amore è cieco” di William Boyd edito da Neri Pozza (Estratto)

 

Edimburgo, 1894. Brodie Moncur ha ventiquattro anni e da sei lavora per la Channon & Co., il quarto maggior produttore di pianoforti in Gran Bretagna. Valente accordatore, viene invitato un giorno da Ainsley Channon a trasferirsi nella sede di Parigi, dove i pianoforti Channon stentano a conquistare le simpatie francesi.
Nell’imponente negozio parigino, due grandi vetrine che si affacciano in avenue de l’Alma, Brodie abbraccia con entusiasmo la sua nuova vita, lontana dalla Scozia, soprattutto, lontana dal suo tirannico padre. Si rimbocca le maniche e concepisce un’idea brillante: ingaggiare un grande pianista, un virtuoso dello strumento, che suoni un Channon nei suoi concerti e dia, così, lustro all’azienda.
L’occasione per realizzarla gliela offre il Theatre de la Republique, in una serata in cui John Kilbarron, ex bambino prodigio e musicista di indiscusso talento chiamato Le Liszt irlandais, esegue la Sinfonia n. 3 di Čajkovskij e un poema sinfonico di Panin per la voce solista di Lydia Blum, soprano russa.
Capelli scuri pettinati all’indietro, profonde rughe che gli solcano le guance, Kilbarron sembra un individuo freddo, con un atteggiamento arrogante studiato apposta per le scene. La sua esecuzione, tuttavia, è a dir poco impeccabile: un uragano; probabilmente ciò che gli spettatori dovevano aver provato ai concerti di Liszt.
Alla fine della serata, Brodie si reca nei camerini degli artisti e, bussando a una porta, si ritrova al cospetto di una giovane donna. Capelli biondi mossi e arruffati, occhi azzurri e labbra rosee, una vestaglia sgargiante addosso a coprire un’evidente nudità, una sigaretta tra le labbra con qualche briciola di tabacco raccolta alla punta della lingua, Lydia Blum, la soprano russa, fissa i suoi occhi nei suoi, e una grossa bolla d’aria si fa largo, come un pugno, nel petto di Brodie Moncur, giovane accordatore scozzese.
Storia di un amore folle e cieco, intimo ritratto della vita di un uomo e, al contempo, lucido sguardo sullo spirito del tempo, L’amore è cieco è il nuovo, magistrale romanzo di uno dei più amati scrittori inglesi. Un romanzo di vertiginosa passione e brutale vendetta, in cui arte e vita si danno la mano dinanzi alle speranze e alle illusioni, alla potenza e alle crudeltà che l’amore puntualmente riserva.

 

Estratto

Nel suo ultimo anno di vita Anton [Čechov] aveva in mente di scrivere una nuova opera teatrale. Non era ancora ben definita nella sua mente, però mi disse che l’eroe, uno scienziato, ama una donna che non lo ama oppure gli è infedele. Lo scienziato si reca nell’estremo Nord. Il terzo atto l’aveva immaginato così: una nave bloccata fra i ghiacci; il cielo acceso dall’Aurora Boreale. Lo scienziato è sul ponte, una figura solitaria nel silenzio assoluto e nella grandiosità della notte, e sullo sfondo dell’aurora boreale scorge l’ombra della donna che ama.

Olga Knipper-Čechova, Gli ultimi anni

Innamorarsi è la sola avventura illogica, la sola cosa che siamo tentati di credere soprannaturale, nel nostro mondo scontato e ragionevole. L’effetto è assolutamente sproporzionato alla causa.

Robert Louis Stevenson, Virginibus Puerisque

Prologo

Port Blair

Andaman Islands

Indian Empire

11 marzo 1906

Cara Amelia,

Ieri notte c’è stato un tentativo di fuga dalla prigione e ne è nato un breve tafferuglio. Alquanto insolito. Tre dei prigionieri sono stati uccisi ma diversi altri sono riusciti a fuggire. Di conseguenza in città è stato imposto un coprifuoco di ventiquattr’ore e quindi eccomi a casa all’ora di pranzo, a scrivere questa lettera da lungo tempo dovuta.

Va tutto bene, la mia gamba sta migliorando (il dottor Klein è molto compiaciuto, dice, anche se cammino con il bastone: molto elegante) e la nuova tribù che abbiamo trovato diventa lentamente più remissiva. Il colonnello Ticknell, il sovrintendente britannico, mi è di grande aiuto. «Per ogni sua necessità, Miss Arbogast, conti su di me. Non si faccia scrupolo, neppure per le inezie, eccetera», e io non mi faccio scrupolo (mi conosci). Mi sono stati forniti trasporto, portatori, servizio postale diplomatico: persino un’arma da fuoco. Credo che il colonnello Ticknell abbia un debole per me e immagini che le sue diligenti premure possano conquistare il mio cuore. Niente di male a illudersi, suppongo. Mi giudicherai una civetta calcolatrice, ma di necessità virtù.

E, mirabile dictu, l’annuncio che avevo pubblicato sul giornale locale e affisso personalmente al muro dell’ufficio postale ha avuto risposta. Ho infine un nuovo assistente!

Un poliziotto sta bussando alla porta. Suppongo che il coprifuoco sia finito. Ti scriverò ancora in seguito.

Nel frattempo, con tutto il mio amore, tua sorella

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P.S. A proposito, il mio assistente è un giovane scozzese alto sui trentacinque anni, si chiama Brodie Moncur.

 

Parte prima

Edimburgo

1894

Capitolo 2

Dalla vetrina principale di Channon & Co., Brodie Moncur guardava l’andirivieni di pedoni indaffarati, vetture, carrozze e carri da trasporto in George Street. Pioveva – una pioggia lieve e costante che di tanto in tanto una ventata occasionale inclinava – e, nella pesante luce grigio peltro, le facciate fuligginose dei palazzi di fronte si erano scurite fino a diventare quasi nere. Come velluto, pensò Brodie, o fustagno. Si tolse gli occhiali e pulì le lenti con il fazzoletto. Guardando di nuovo fuori dalla vetrina, ma senza occhiali, vide che la piovosa Edimburgo era diventata più acquosa. I palazzi di fronte sembravano una scogliera di camoscio nero.

Si rimise gli occhiali – agganciando bene le stanghette sottili dietro le orecchie – e il mondo tornò alla normalità. Trasse l’orologio dalla tasca del panciotto: quasi le nove, meglio darsi da fare. Aprì il lucido pianoforte a coda esposto sulla piattaforma della vetrina, bloccando il coperchio curvo con lo specchio montato nella parte interna (era solo per scena, un’idea sua) che permetteva di vedere meglio l’intricato meccanismo – la “meccanica” – all’interno del gran coda Channon. Sfilò il pannello da sopra la tastiera e allentò le viti di bloccaggio. Controllò che nessun martelletto fosse sollevato e poi tirò fuori l’intera meccanica, facendola scorrere sulla rotaia sottostante. Il pianoforte era nuovo perciò scivolava senza intoppi. Un passante si era già fermato a sbirciare nella vetrina. Estrarre la meccanica di un pianoforte attirava sempre l’attenzione. A tutti era capitato di vedere un pianoforte a coda aperto, ma vederne la meccanica modificava qualsiasi idea preconcetta. Il piano non sembrava più un oggetto familiare. Adesso tutti gli elementi mobili oltre i tasti bianchi e neri erano ben visibili – martelli, ponticelli, montanti, cavalletti, smorzi – e le parti interne erano esposte come in un orologio senza la cassa, o una locomotiva smantellata nella sua officina di riparazione. Misteri – musica, tempo, movimento – ridotti a meccanismi elaborati e complessi. Non si poteva non esserne affascinati.

Svolse il rotolo di pelle che conteneva i suoi strumenti, scelse una chiave di accordatura e finse di mettere a punto il pianoforte, tese qualche corda qua e là, le provò, le riaggiustò. Il pianoforte era già perfettamente accordato: lo aveva accordato lui stesso quando era uscito nuovo di zecca dalla fabbrica due settimane prima. Regolò il fa appena più acuto e poi lo riabbassò – di nuovo intonato – con qualche colpetto di chiave. Sollevò un martello e stuzzicò appena il feltro con l’intonatore a tre aghi, per rimetterlo poi com’era. La pantomima dell’accordatura del pianoforte serviva ad attirare i clienti. Aveva suggerito, a una delle rare riunioni del personale, che sarebbe stato opportuno avere qualcuno che suonasse davvero il pianoforte – un vero pianista – come facevano nei negozi in Germania, o come avevano fatto i produttori di pianoforti Erard e Pleyel a Parigi verso il 1830, richiamando grandi folle. Certo, non sarebbe stato niente di nuovo, ma un concerto  improvvisato nella vetrina del negozio avrebbe suscitato più attenzione delle simulazioni di accordatura. Donk! Ding! Donk! Donk! Donk! Ding! La sua idea era stata respinta – un vero pianista costava troppo – e avevano invece incaricato lui dell’accordatura in vetrina: un’ora la mattina e un’ora dopo pranzo. In effetti gli spettatori si fermavano, anche se l’unico a beneficiarne era stato lui: non credeva che la ditta avesse venduto un solo pianoforte in più grazie alle sue dimostrazioni, però alcuni curiosi e rappresentanti di numerose istituzioni (scuole, chiese, locali pubblici) erano entrati in negozio e gli avevano fatto scivolare in mano un biglietto da visita, proponendogli lavoretti di accordatura fuori orario. Aveva guadagnato diverse sterline, in quel modo.

Cominciò allora a suonare il la sopra il do centrale, per “dare il diapason”, inclinando a bella posta la testa per sottolineare con quanta attenzione ascoltasse l’altezza della nota. Suonò qualche ottava, poi si alzò, fece scivolare gli smorzatori di feltro fra le corde, prese la chiave di accordatura, la posizionò su un perno di sintonia a caso e le applicò una forza leggera per dare un po’ di torsione alla caviglia; quindi allentò per “impostare la caviglia” e pestò forte sul tasto per distribuire la tensione lungo la corda, sentendo la vibrazione che attraverso la chiave gli si trasmetteva nella mano. Si rimise a sedere e suonò qualche accordo, ascoltando la peculiare voce del Channon. Forte e risonante: la convessità di precisione della tavola armonica (in abete rosso scozzese) sotto le corde era lo speciale marchio di fabbrica, il segreto di produzione. Un Channon poteva rivaleggiare con uno Steinway o con un Bösendorfer, quando si trattava di emergere dall’orchestra. Dove si trovassero esattamente in Scozia i boschi utilizzati da Channon, quali alberi venissero selezionati – più dritto era l’albero, più regolare la grana del legno – e quali segherie preparassero il legname, erano segreti noti soltanto a un pugno di persone della ditta. Secondo Channon era proprio la qualità del legno scozzese a rendere così unico e riconoscibile il timbro dei loro pianoforti.

Terminata la sua pantomima, Brodie si sedette e cominciò a suonare The Skye Boat Song, e vide che allo spettatore solitario se n’erano intanto aggiunti altri tre. Sapeva che continuando a suonare per un’altra mezz’ora si sarebbe formato un uditorio di almeno una ventina di persone. Era una buona idea, un’idea continentale. Di quei venti, magari almeno uno sarebbe entrato a chiedere il prezzo di un mezza coda o di un verticale. Smise di suonare, tirò fuori il plettro, allungò una mano nell’interno del pianoforte e fece vibrare qualche corda, ascoltando con attenzione. Che effetto avrebbe fatto? Un tizio con un plettro che suonava un pianoforte a coda come fosse una chitarra. Tutto molto misterioso…

«Brodie!»

Si guardò attorno. Emmeline Grant, la segretaria di Mr Channon, era ferma sulla soglia della vetrina e gli faceva segno di avvicinarsi. Era una donnetta bassa e pingue, che cercava di nascondere il debole che aveva per lui.

«Sono in piena accordatura, Mrs Grant».

«Mr Channon vuole vederla. Subito. Venga con me».

«Arrivo, arrivo».

Si alzò, pensò di richiudere il pianoforte, ma decise di lasciarlo com’era. Tanto fra dieci minuti sarebbe tornato. Si inchinò profondamente al suo piccolo pubblico e seguì Mrs Grant attraverso l’esposizione dei lucidi pianoforti parcheggiati e poi nel salone centrale di palazzo Channon. Austeri ritratti delle generazioni precedenti lo fissavano senza sorridere, appesi sulla tappezzeria a strisce verde oliva e antracite. Un altro errore, secondo Brodie: sembrava una galleria d’arte di provincia, o un’impresa di pompe funebri.

«Mi dia un paio di minuti, Mrs G. Devo lavarmi le mani».

«Faccia presto. L’aspetto di sopra. È importante».

Brodie passò nel retro, superando la porta a borchie d’ottone che dava accesso al laboratorio. Era una via di mezzo tra una falegnameria e un ufficio, aveva sempre pensato, con quel suo odore di segatura, colla e resina. Oltre la porta trovò il suo assistente, Lachlan Hood, intento a sostituire i piroli centrali di un mezza coda: un lavoro lungo, ce n’erano a centinaia.

Lachlan lo guardò entrare.

«Che succede, Brodie? Non eri in vetrina?»

«Mi vuole Mr Channon».

Aprì la sua scrivania a saracinesca e fece scorrere il cassetto in cui teneva la latta del tabacco. La marca era “Margarita”, una miscela americana di tabacco Virginia, turco e Perique preparata dal tabaccaio Blakely di New York e reperibile da un solo rivenditore in tutta Edimburgo: Hoskings, a Grassmarket. Prese una delle tre sigarette che si era già rollato e l’accese, aspirando a fondo.

«Per cosa ti vuole?» chiese Lachlan.

«Non lo so. La cara Emmeline dice che è importante».

«Be’, è stato bello conoscerti. Immagino che adesso il tuo posto me lo beccherò io».

Lachlan era di Dundee, e ne conservava il forte accento. Brodie gli fece un gestaccio e fumò altre due boccate; poi spense la sigaretta e si avviò verso l’ufficio di Ainsley Channon.

Ainsley era il sesto Channon a dirigere l’azienda dalla sua fondazione, avvenuta a metà del XVIII secolo. Sul pianerottolo c’era una spinetta a cinque ottave, il primo modello Channon che, riscuotendo un notevole successo, aveva dato inizio al successo dell’azienda. Adesso Channon era il quarto maggior produttore di pianoforti in Gran Bretagna – alcuni sostenevano il terzo – dopo Broadwood, Pate e, forse, Franklin. Come a confermare l’antichità della dinastia, Ainsley Channon vestiva secondo uno stile che era stato di moda mezzo secolo prima. Portava lussureggianti fedine alla Lord Dundreary e camicie dal rigido colletto inamidato con cravatta di seta annodata e spillone. I capelli grigi ormai radi erano lunghi dietro le orecchie, fino a sfiorargli quasi le spalle. Sembrava un vetusto musicista, quasi un Paganini più robusto. Brodie sapeva che non era capace di suonare neppure una nota.

Brodie bussò con una nocca e aprì la porta.

«Vieni avanti, Brodie, ragazzo mio. Siediti, siediti lì».

La stanza era grande e buia – la lampada a gas era accesa nonostante fosse mattina – con tre alte finestre a dodici pannelli affacciate su George Street. Attraverso la foschia della pioviggine che continuava a cadere, Brodie riusciva a distinguere l’aguzzo campanile della St Andrew’s and St George’s West Church.

Ainsley girò attorno alla sua scrivania doppia e offrì una sedia a Brodie battendo sul sedile di pelle. Brodie si accomodò. Ainsley gli sorrise come se non lo vedesse da anni, squadrandolo.

«Beviamoci un goccetto».

Era una dichiarazione, non una domanda, e Brodie non si diede pena di rispondere. Ainsley si avvicinò a un tavolino sul quale una collezione di caraffe catturava la luce, ne scelse una e versò una dose generosa di liquore in due bicchieri, consegnandone uno a Brodie prima di tornare a prendere posto dalla sua parte della scrivania.

«Alla salute» disse Ainsley alzando il bicchiere.

«Slangevar» rispose Brodie e assaggiò il whisky ambrato. Malto, torbato, costa occidentale.

Ainsley sollevò una cartellina color pulce e gliela agitò davanti.

«La pratica Brodie Moncur» disse.

Per qualche strana ragione Brodie avvertì una fitta di preoccupazione. Cercò di calmarsi con un altro sorso di whisky.

Ainsley aveva sempre l’aria sognante e un po’ sconclusionata. Brodie lo sapeva, e non fu quindi troppo stupito per l’andamento incerto di quell’incontro.

«Da quanto tempo sei con noi, Brodie? Saranno almeno tre anni, giusto?»

«In realtà sei, signore».

«Buon Dio, buon Dio, buon Dio!» Fece una pausa e sorrise, come per digerire la notizia. «E tuo padre come sta?»

«Bene, signore».

«Fratelli e sorelle?»

«Tutti bene, grazie».

«Hai visto Lady Dalcastle, di recente?»

«Non negli ultimi tempi».

«Donna fantastica. Davvero fantastica. Di grande spirito».

«Credo stia bene anche lei».

Ainsley Channon era il cugino di Lady Dalcastle, che era stata grande amica della defunta madre di Brodie. Era stato grazie ai buoni uffici di Lady Dalcastle che Brodie era entrato a lavorare da Channon come apprendista accordatore.

Ainsley si rimise a studiare la sua pratica.

«Molto bene. Sei un ragazzo in gamba, intelligente. Ottimi voti…» Sollevò lo sguardo. «Parlé-vù?»

«Come, scusi?»

«Parli fransé? Oh la-là? Bonjour monsieur»

«Be’, ho studiato francese a scuola».

«Fammi sentire qualcosa».

Brodie ci pensò un attimo.

«Je peux parler français» disse. «Mais je fais les erreurs. Quand même, les gens me comprennent bien».

Ainsley lo guardò sbalordito.

«Ma è incredibile! L’accento! Avrei giurato che sei francese!»

«Grazie, signore. Merci mille fois».

«Buon Dio che sta nei cieli! Quanti anni hai adesso, Brodie? Trenta? Trentadue?»

«Ventiquattro, signore».

«Gesù santo! Da quanto tempo sei con noi? Saranno tre anni?»

«Sei» ripeté Brodie. «Ero apprendista del vecchio Mr Lanhire, nell’88».

«Ah, già, è vero. Findlay Lanhire. Dio lo abbia in gloria. Il miglior accordatore che abbiamo avuto. Il migliore. È stato lui a disegnare la Fenice, lo sapevi?»

La Fenice era il più venduto dei verticali Channon. Brodie ne aveva accordati a centinaia, nei suoi sei anni.

«Ho imparato tutto da Mr Lanhire».

Ainsley si sporse per scrutarlo da vicino.

«Solo ventiquattro? Hai una testa matura su quelle spalle, Brodie».

«Sono arrivato qui appena uscito da scuola».

Ainsley guardò la pratica.

«Che scuola era?»

«L’Accademia di musica di Mrs Maskelyne».

«E dov’è? A Londra?»

«Qui a Edimburgo, signore».

Ainsley stava ancora facendo i suoi calcoli mentali.

«Nell’88, hai detto?»

«Settembre 1988. È stato allora che sono entrato da Channon».

«Be’, adesso abbiamo una sfida per te che è una cannonata…» Fece una pausa. «Versa da bere, Brodie».

Brodie prese la caraffa, riempì i due bicchieri e la posò. Ainsley Channon lo fissava al di sopra delle dita congiunte. Brodie provò di nuovo un vago disagio. Bevve un sorso di whisky.

«Sai che lo scorso anno abbiamo aperto un salone Channon a Parigi…» disse Ainsley.

Brodie ammise che lo sapeva.

«Be’, non sta andando bene» confidò Ainsley, abbassando la voce come se qualcuno potesse sentirli. «In realtà va malissimo, detto fra noi». Si spiegò meglio. Il figlio di Ainsley, Calder Channon, era stato nominato direttore a Parigi e, nonostante tutto fosse ben allestito, sembrasse ragionevolmente avviato, i contatti giusti fossero stabiliti e il magazzino ben fornito, e la pubblicità comparisse regolarmente sulla stampa parigina, stavano perdendo denaro: non in quantità preoccupante, ma a un ritmo costante e impossibile da ignorare.

«Ci serve un’iniezione di energie nuove» disse Ainsley. «Ci serve qualcuno che conosca bene il commercio dei pianoforti. Qualcuno con idee brillanti…» Pausa a effetto. «E che sappia parlare francese. Calder sembra incapace di impararlo».

Brodie decise di non confessare quanto fosse superficiale la sua conoscenza del francese e lasciò che Ainsley continuasse.

«Ecco il piano, Brodie, ragazzo mio».

Brodie doveva andare a Parigi quanto prima – diciamo nel giro di una settimana, appena sistemati i suoi affari – e diventare il numero due di Calder Channon. Vicedirettore della sede di Parigi. Doveva pensare a una cosa sola, disse Ainsley: vendere, vendere, vendere, e poi ancora vendere.

«Sai quanti grandi produttori di pianoforti ci sono in Europa? Forza, prova a indovinare».

«Venti?»

«Duecentocinquantacinque, all’ultimo conteggio! Ecco chi è la concorrenza. I nostri pianoforti sono meravigliosi, però a Parigi non li compra nessuno, o comunque non abbastanza. Comprano schifezze come i Montcalm, gli Angelem, i Maugener, i Pontenegro. Stanno cominciando a produrre pianoforti persino in Giappone! Da non crederci. È un mercato ferocemente competitivo. L’eccellenza non basta, bisogna cambiare, Brodie. E qualcosa mi dice che sei l’uomo giusto per questo incarico: conosci i pianoforti dentro e fuori e sei un accordatore di primo livello. E parli bene il francese. Buon Dio! Calder ha proprio bisogno di uno come te! Che vecchio scemo sono stato a non pensarci prima». Si riappoggiò allo schienale e buttò giù un sorso di whisky, riflettendo. «Calder ha avuto troppa fiducia in se stesso, eccessiva, me ne accorgo ora. Ha bisogno di qualcuno al suo fianco che lo aiuti a dirigere la nave, se capisci cosa intendo…»

«Capisco, signore. Ma se il problema è la lingua perché non assumere un francese?»

«Santo cielo, no! Sei impazzito? Bisogna che sia uno dei nostri. Qualcuno di cui potersi fidare completamente. Praticamente uno di famiglia».

«Capisco».

«Puoi farcela, ragazzo?»

«Posso sicuramente provarci, signore».

«Provarci con tutte le tue forze? Mettendocela tutta?»

«Ma certo».

Ainsley sembrò improvvisamente rallegrato, gli assicurò che avrebbe avuto un considerevole aumento di salario e che la sua posizione – e il salario stesso – sarebbero stati riesaminati entro sei mesi, sulla base dei risultati ottenuti.

Ainsley fece il giro della scrivania e riempì un’altra volta i bicchieri, per meglio brindare all’impresa parigina. Alzarono i bicchieri e li svuotarono.

«Ci vedremo ancora prima della tua partenza, Brodie. Ho un paio di suggerimenti che potrebbero tornarti utili». Gli prese il bicchiere e lo posò sulla scrivania. Mentre lo accompagnava alla porta gli strinse un gomito, con forza.

«Calder è un bravo ragazzo, ma gli farebbe comodo un luogotenente fidato».

«Farò del mio meglio, Mr Channon. Conti su di me».

«Lo farò. Per noi è una grande occasione. Oggigiorno Parigi è la capitale della musica. Non Londra, non Roma o Berlino. A parte Vienna, certo. Ma potremmo essere il numero uno in Europa e farli fuori tutti: Steinway, Broadwood, Erard, Bösendorfer, Schiedmayer. Vedrai».

Tornato nel laboratorio, Brodie fumò un’altra sigaretta mentre rifletteva. Avrebbe dovuto essere contento, lo sapeva, contentissimo, eppure c’era qualcosa che lo angustiava, qualcosa di fastidiosamente vago e indeterminato. Era Parigi. Il fatto che non ci era mai stato prima, che non era mai stato all’estero? No, quello lo entusiasmava: vivere e lavorare a Parigi sarebbe stato…

Lachlan Hood arrivò dal negozio.

«Ancora qui?»

«Non per molto» disse Brodie.

«Lo sapevo. Che sfortuna, Brodie. Peggio per te, vecchio mio».

«No, vado a Parigi. Ad aiutare Calder col negozio di laggiù».

Lachlan non riuscì a nascondere lo stupore, la delusione.

«Perché tu? Che diavolo! Perché non io? Io sono stato in America».

«Mais est-ce que vous parlez français, monsieur?»

«Cosa?»

«Appunto». Brodie spalancò le braccia, ironicamente dispiaciuto. «I vantaggi di una buona istruzione, ragazzo mio. Si dà il caso che io parli un ottimo francese».

«Bugiardo. Maledetto bugiardo. Parli un francese da operetta».

«È vero, lo ammetto. Il punto è che lo parlo a sufficienzaVale a dire almeno il doppio di quanto lo parli tu».

Offrì una sigaretta a Lachlan, e gli sorrise con aria di superiorità.

«Se andrà tutto bene può darsi che ti mandi a chiamare».

«Bastardo».

Capitolo 2

Brodie fermò una vettura di passaggio davanti a Channon e chiese di essere portato in Charles Street dalle parti dell’università, dove si trovava le Bonar Concert Rooms. Si accomodò sul sedile e tirò le tendine, godendosi la penombra, il rassicurante scalpitio del ronzino e il cigolio delle molle sul selciato mentre la carrozza attraversava la città in direzione est. Una donna doveva essere salita su quella vettura prima di lui, pensò aspirandone il profumo – acqua di rose, o forse lillà – che mascherava l’odore di vecchia pelle e letame di cavallo. Adesso che aveva un po’ di tempo a disposizione rimuginò sulla proposta di Ainsley Channon, consapevole di averla accettata senza neppure pensarci. Non sarebbe stato meglio chiedere un po’ di tempo per rifletterci? Ma chi ci avrebbe riflettuto per più di un secondo? Scambiare Edimburgo con Parigi. Scambiare un posto da primo accordatore con uno da vicedirettore. Scambiare quattro ghinee alla settimana con otto. Non era certo una decisione difficile.

Pagò il vetturino e si mise a cercare l’ingresso al palcoscenico. La direzione aveva noleggiato un vecchio gran coda da concerto per quella sera, richiedendo anche un’accordatura secondo i desideri del maestro, di qualunque genere fossero. Il direttore delle Bonar Concert Rooms – un tizio calvo e solenne attorno al quale, secondo Brodie, aleggiava sempre un vago odore di muffa – lo guidò attraverso una serie di corridoi bui del retropalco, fino alla sala da concerto vera e propria.

«Chi è l’artista?» chiese Brodie, che se n’era dimenticato.

«Georg Brabec».

«Mai sentito nominare».

«Infatti. Non si parla che di lui a Praga e Budapest. O almeno così continua a sostenere. Un personaggione a Lipsia, e così via».

«Dio ci protegga».

L’umore di Brodie si ammosciò. Erano i pianisti di secondo, terzo e quarto livello che creavano più difficoltà agli accordatori: i problemi erano inversamente proporzionali al rango del pianista. Gli era capitato di accordare un piano per Gianfranco Firmin in persona, quando era venuto a suonare all’Assembly Rooms. Pur essendo uno dei più famosi virtuosi di pianoforte d’Europa, Firmin era una persona umile, affascinante e fin troppo modesta. Ogni sua richiesta era preceduta da «Se non le è di troppo disturbo» o «Crede che sarebbe possibile…»: nessuna arroganza, non dava niente per dovuto, neanche una traccia di superbia. Riguardo a Georg Brabec, Brodie aveva un brutto presentimento.

Salì la breve rampa di scale che portava al palcoscenico e si fece strada fra sedie e leggii già sistemati per l’orchestra per raggiungere il Channon, piazzato davanti all’anfiteatro  vuoto. Accanto al piano c’era Georg Brabec. Capelli lunghi fino alle spalle, notò Brodie, con una melodrammatica striatura grigia. Baffi piumosi e cigarillo in bocca. Scuola di Liszt, suppose, non prometteva bene.

Brodie gli strinse la mano e si presentò. Brabec lo interruppe prima che potesse dire il proprio cognome.

«Il piano non è accordato» disse con un discutibile quanto pesante accento mitteleuropeo che Brodie non riuscì a collocare. «E c’è un riverbero nel registro acuto».

«Ho accordato il pianoforte questa mattina prima che lo consegnassero, signore» disse Brodie con tono cortese e paziente.

Si sedette e suonò qualche accordo: do maggiore, fa diesis minore, mi bemolle diminuito. Aveva suonato in ottave. Il piano era perfettamente accordato.

«E io chiesto piano vecchio».

«Questo è un pianoforte vecchio, signore, ha quarant’anni».

Brabec suonò qualche tasto con la destra, con forza.

«Senti: qui è fiacco. Il martello è…» Sembrò cercare la parola. «Il martello non batte bene. Davvero».

Brodie sospirò interiormente, mentre esteriormente sorrideva.

«Mi ci faccia dare un’occhiata, signore».

Aprì la sua piccola borsa Gladstone e ne estrasse il rotolo degli strumenti avvolti in un panno.

Brabec gli puntò contro il petto l’estremità del cigarillo coperta di cenere, aggressivo, fino a sfiorargli il bavero della giacca.

«E la tastiera è pulita. Non ho chiesto un piano pulito».

«Ci penso io, signore».

Brodie sollevò il coperchio e tirò fuori la meccanica. La maggior parte dei concertisti che conosceva – diciamo il novantanove per cento – non aveva la minima idea di quello che succedeva tra quando premevano un tasto e quando ne usciva una nota. Brabec rimase per un attimo a fissare la meccanica, a occhi spalancati.

«Mi ci faccia lavorare, signore» disse Brodie. «La farò chiamare quando è tutto a posto».

Ricomparve il direttore, che accompagnò Brabec al suo camerino.

Appena i due scomparvero, Brodie richiuse la meccanica e rimise a posto i suoi strumenti. Nella sua Gladstone aveva un flaconcino contenente una soluzione acquosa di miele. Con un pennellino di tasso spennellò i tasti con la soluzione, poi ci passò sopra uno straccio. Controllò che fosse rimasta una traccia quasi impercettibile di collosità. L’accumulo di grasso delle dita era quello che alcuni pianisti volevano quando chiedevano un piano vecchio: un’idea di qualcosa che aderiva appena ai polpastrelli, dandogli una maggiore presa. Era tutto a posto, il Channon perfettamente accordato e regolato. Georg Brabec sarebbe stato ancora più compiaciuto di se stesso.

Brodie partì alla ricerca del direttore e lo trovò nel suo ufficio davanti a un bicchierino di porto e acqua.

«Non è certo il tipo più accomodante del mondo, il nostro “signor” Brabec» disse Brodie.

«Già. Un vero pallone gonfiato» commentò il direttore. «E mi ha appena detto che la vuole qui per l’intero concerto. Nel caso sia necessaria una riaccordatura nell’intervallo».

«Gli dica che ci sarò» rispose Brodie. «Ma, al momento, lei non riuscirà a trovarmi…»

«Giusto». Il direttore sorrise e sollevò il suo bicchiere di porto e acqua. «Le andrebbe un goccetto?»

Brodie – con in mano il suo bicchiere di Bordeaux leggermente acido – seguì Senga per le scale che portavano in camera sua. Lei continuava a voltarsi indietro, quasi incredula che lui fosse davvero andato a trovarla. Brodie aveva lasciato le Bonar Concert Rooms non appena Brabec era salito sul palcoscenico e aveva fatto il suo inchino, per puntare dritto e filato alla “casa” di Mrs Louthern in una stradina laterale del Royal Mile, dalle parti di Holyrood Palace. Per una decina di minuti era rimasto nel salottino con altre due ragazze, in attesa che Senga si liberasse. Le ragazze giocavano a bezique in silenzio e senza prestargli attenzione, nonostante fosse l’unico uomo nella casa.

Quello che gli piaceva di più del locale di Mrs Louthern era l’uscita posteriore che dava in un cortiletto sul retro. Non si usciva dalla stessa porta da cui si entrava né si riattraversava il salotto, così non avrebbe visto il cliente con cui Senga si stava intrattenendo. Non che si facesse illusioni: lei faceva quel lavoro; più clienti aveva e meglio era per lei. Ma trovava comunque rassicurante non dover incrociare qualche contadino rubizzo e sorridente calato in città per la fiera agricola e appena uscito dal suo letto, e rendersi conto di conseguenza della propria posizione nella coda di clienti.

Mrs Louthern gli aveva riempito il bicchiere di uno scadente Bordeaux suggerendo che, se aveva fretta, Ida o Joyce sarebbero state ben liete di servirlo. No, grazie, aveva detto Brodie, preferisco aspettare Senga. E Senga era poi arrivata.

Appena saliti in camera, Senga lo baciò sulla guancia e gli disse che aveva sentito la sua mancanza. Erano due mesi che Brodie non veniva da Mrs Louthern, quindi poteva anche essere vero. Brodie posò il bicchiere e cominciò a svestirsi. Senga si sciolse la sottana e sgusciò fuori dalla camicetta restando in sottoveste di cotone e stivaletti alla caviglia e lo guardò mentre si spogliava fino a conservare solo mutande e camiciola.

«Vorrei che ti levassi anche la sottoveste, Senga» le disse.

«Fanno altri due scellini» rispose lei. «Anche per te».

Non gli importava, voleva che fossero nudi tutt’e due. Senga era di South Uist e si era trasferita a Edimburgo per fare la cameriera in una grande casa di New Town. Rimasta incinta, era stata prontamente licenziata, ed era finita a guadagnarsi la vita, peraltro con maggior profitto, nella casa di Mrs Louthern. Era più giovane di lui, sui vent’anni, e da qualche parte doveva esserci un figlio, si supponeva. Ma non gliel’aveva chiesto: era Senga a fornirgli le informazioni su se stessa. Era bionda, snella e con il seno abbondante – ecco il perché del suo successo – anche se Brodie aveva sentito qualche cliente dire che non voleva “quella strabica”. La ragazza soffriva infatti di “occhio pigro”, quello a destra, e ovviamente a qualcuno poteva dare fastidio. Brodie, con i suoi notevoli problemi di vista, non ci badava proprio. Senga aveva conservato le buone maniere apprese nella casa di New Town – nonostante la natura strettamente carnale dei loro incontri –, era sempre gentile e sembrava sinceramente affezionata a lui. O per meglio dire, lo eccitava. A volte si chiedeva se non fosse proprio per quell’occhio pigro.

Ora erano entrambi nudi. Senga lo guidò verso l’angusto letto di ferro, sul quale si sedettero, e cominciò ad accarezzargli con dolcezza il pene, facendoglielo rizzare.

«Perché non sei più venuto a trovarmi, Brodie?»

«Ho avuto da fare» rispose lui, fissando i seni che gli ondeggiavano davanti.

«Da fare cosa?»

«Scrivere». Le aveva detto di essere un compositore.

«Hai scritto una canzone per me?»

«Forse».

Vedendolo pronto, Senga rotolò supina e allargò le gambe, e Brodie le montò sopra reggendosi sulle braccia tese.

«Posso baciarti?» le chiese.

«I baci non mi piacciono» rispose lei. «Lo sai».

«Ti darò uno scellino».

«Non voglio un altro scellino. I baci non mi piacciono».

«E va bene, come vuoi».

Piegò le braccia e lei lo guidò dentro di sé. Era così facile, pensò Brodie. Quante volte l’aveva già fatto?

«Togliti gli occhiali, Brodie». Parlava con la cantilena delle Highlands.

«No».

«E dai».

«Voglio vederti, Senga. Sei bella. Voglio vedere la bella ragazza che mi sto scopando».

Lei sollevò le ginocchia. Erano la solita routine e le solite battute.

«Lo dici a tutte. Un bel bastardo come te, con quel tuo enorme attrezzo che pare una mazza da hockey. Vuoi guardare le ragazze mentre ti prendi il tuo piacere, vero, mio bel signore? Vuoi vederci fremere, eh?»

«Ci puoi scommettere».

Brodie si fece mandare una bottiglia di Bordeaux, all’assurdo ed esagerato prezzo di cinque scellini, ma non voleva ancora andarsene. Finché continuavi a spendere, la casa di Mrs Louthern non chiudeva mai. A volte gli capitava di uscire di lì che era già un fulgido mattino edimburghese, tutto sole spiovente e vento da levare la pelle, e andava direttamente al lavoro da Channon con addosso l’odore di vino, tabacco e fornicazione – o così gli pareva –, con la barba lunga e i capelli sudici; poi all’ora di pranzo si infilava da un barbiere per una rasatura e un po’ di pomata profumata prima che Mrs Grant potesse lagnarsi con Mr Channon per le dissolutezze del suo personale.

Versò un bicchiere di vino a Senga e lei lo bevve avidamente. Dopo le loro fatiche si erano rivestiti. Lei si chiamava Agnes McCloud, ma il nome Agnes non le piaceva e così l’aveva semplicemente rovesciato.

«Me ne vado, Senga».

«No! Che c’è di meglio di Edimburgo?»

«Parigi».

«Ah, giusto». Senga per un momento si intristì. Con quello non poteva competere.

«E cosa farai a Parigi?»

«Scriverò una sinfonia o due, immagino».

«E avrai un mucchio di ragazze francesi per divertirti».

«Penserò sempre a te, Senga». Le versò altro vino.

«No che non lo farai. Mi dimenticherai in un lampo».

«Invece no, lo giuro. Tu sei speciale». Le sfiorò la guancia sotto l’occhio destro. «Ecco perché voglio dirti una cosa».

«Cosa sarebbe?»

«Sai, il tuo occhio? L’occhio destro. Potresti farlo sistemare».

Non ne avevano mai parlato prima e lei sembrò improvvisamente sconcertata, vulnerabile. Lo strano e tacito decoro della loro transazione – la compravendita fra lei e lui: denaro in cambio di servizi resi – si fece di colpo palese nella stanza. In qualche modo lei era diventata un oggetto, e Brodie provò un’oscura vergogna per aver accennato alla questione, anche se al solo scopo di esserle d’aiuto.

«Cos’ha il mio occhio che non va?»

«È solo pigro, è così che lo chiamano. Ma adesso si può guarire».

Tirò fuori uno dei suoi biglietti da visita e sul retro annotò nome e indirizzo del suo oculista.

«Pagherò io. Basta che tu vada da quest’uomo – gli mostri questo biglietto e saprà che ti mando io – e ci penserà lui a sistemare tutto».

«E dovrò mettere gli occhiali come te? Quei brutti fondi di bottiglia?»

«Per un po’, e forse anche una benda finché l’occhio non si rinforza… Ma poi la tua vita sarà molto migliore, Senga, credimi».

«La vita sarà quel che sarà, Brodie. Non ci possiamo fare proprio niente».

«Un giorno tornerò. Bevi ancora un po’ di vino».

Versò di nuovo da bere per tutt’e due. Lei lo guardò – uno sguardo strabico – con una certa durezza.

«Sì, forse. O forse no. Be’, buona fortuna» gli disse avviandosi alla porta. «Grazie per il vino. Meglio che mi rimetta al lavoro».

Capitolo 3

Brodie pagò il resto della pigione mensile che doveva al padrone di casa per la sua camera in affitto a Bruntsfield. Il proprietario, un tizio scontroso di nome McBain, non fu contento di perdere un inquilino di lungo corso con così poco preavviso, e Brodie si rese conto che stava facendo di tutto per mettergli in conto qualche penale. Controllò con cura la sua stanza alla ricerca di eventuali danni o segni di trascuratezza, ma non trovò proprio niente.

«Me ne vado così all’improvviso perché mi mandano a lavorare a Parigi, capisce» spiegò Brodie nella speranza di farsi invidiare da McBain.

«Meglio lei che me. È una fogna, Parigi. Una chiavica».

«Allora lei ci è già stato, Mr McBain. A Parigi, intendo».

«Non ho bisogno di infilarmi in una fogna per sapere com’è fatta una fogna».

Brodie trasportò il suo baule fino in fondo alla strada e aspettò che passasse una vettura. Parigi era la grande occasione della sua vita, lo sapeva, però gli creava anche qualche preoccupazione. Soprattutto una si stagliava sulle altre: Calder Channon. Brodie l’aveva conosciuto di sfuggita, nel breve periodo trascorso nella sede di George Street prima che l’apertura a Parigi lo chiamasse. Lo aveva giudicato un tipo volubile e complicato e, come se non bastasse, molto compiaciuto di se stesso. Pur tuttavia, Parigi era Parigi: Calder Channon non poteva certo rovinare un’intera città.

Prese il treno delle dieci e quarantacinque dalla stazione di Waverley per Hawick e si sedette accanto al finestrino in uno scompartimento per fumatori, a guardare l’ondulata campagna dei Borders che gli scorreva accanto mentre viaggiavano verso sud. Vallonné, era il termine che usavano i francesi per quel tipo di paesaggio, gli venne in mente di colpo. Le colline erano arrotondate, non rocciose né puntute, ricoperte da uno strato d’erba gialla e forte, e dall’erica. Niente di minaccioso o solenne: solo la natura in uno dei suoi aspetti più gradevoli. E ai piedi delle colline scorrevano fiumiciattoli bassi e rapidi, si estendevano boschi e macchie d’alberi intervallati da piccoli campi di grano e orzo, con pecore e mucche che pascolavano sui prati. Le nuvole si aprirono a rivelare il sole, e per un attimo la vallata fu inondata da una perfetta fanfara di luce. Il cuore di Brodie sembrò voler applaudire. Era una campagna splendida, però lui era diretto a casa.

Alla stazione di Peebles caricò il suo baule sul retro di un barroccino e chiese al conducente di portarlo a Liethen Manor, un villaggio a circa tre miglia dalla città, sulla strada di Biggar. Il vetturino, un ragazzo di nemmeno vent’anni, accettò con piacere la sigaretta offerta da Brodie, la spezzò in due e se ne infilò metà dietro l’orecchio per fumarla più tardi.

«Mi sa che a te ti conosco» disse dopo una ventina di minuti, quando già si era fumato fino alle unghie la prima metà della sigaretta di Brodie.

«Be’, ho vissuto a Liethen Manor per buona parte della vita».

«Sei un Moncur. Il figlio di Malcolm Moncur, ecco chi sei».

«Ebbene sì, in remissione dei miei peccati».

«Ma no, è un grand’uomo!»

Quando lasciarono la strada di Biggar per svoltare sul ponte a tre arcate sul fiume Tweed, Brodie avvertì il familiare senso di depressione che ogni ritorno a casa sembrava provocargli. Imboccarono la strada di macadam che si snodava fra i muretti a secco che delimitavano fattorie e pascoli e risalirono la Liethen Valley verso il paesucolo di Liethen Manor, comodamente annidato sulla sponda settentrionale del Liethen Water, un piccolo e impetuoso tributario del Tweed. Brodie fece scorrere lo sguardo sulle colline stondate che incorniciavano la valle, ripensando alle sue innumerevoli ascensioni nei dintorni: Cadhmore, Ring Knowe, Whaum. Quella era casa sua, non si poteva negare. E gli venne in mente una nuova definizione della parola “casa”: il posto che bisogna lasciare.

Raggiunsero le prime costruzioni di Liethen Manor: un casello del dazio abbandonato e poi alcune casette basse dei braccianti, dalle finestre minuscole e i tetti a lastre di pietra. Da quella parte del paese c’erano poi l’emporio, un pub, una stalla e il maniscalco, un deposito di attrezzi agricoli, la scuola femminile e l’ufficio postale, inframmezzati da un assortimento disordinato di cottage e di case più grandi, circondate ciascuna dal proprio orticello. A dare importanza al paesino erano la chiesa e la canonica insolitamente grandi, costruite entrambe una trentina di anni prima all’estremità opposta della strada principale, nella parte occidentale del borgo. Erano edifici imponenti di arenaria rossa, di dimensioni sproporzionate per quel modesto centro in una dolce vallata. L’imponente chiesa e la grande canonica su quattro piani che l’affiancava sembravano più adatte ai ricchi sobborghi di una grande città.

Il cavallo attaccato al barroccino zoccolò attraverso il paese e li condusse oltre la chiesa dall’aria ancora nuova, St Mungo, in puro revival gotico, tutta archi rampanti e decorazioni cruciformi ovunque una decorazione potesse coronare un pinnacolo, e con l’alta torre campanaria senza guglia. Nel cimitero punteggiato di sorbo rosso e tasso si affollavano le vetuste tombe degli antichi parrocchiani, la popolazione dei defunti della Liethen Valley. Poi svoltarono nel vialetto di ghiaia della canonica, che si inoltrava nel giardino ampio e scuro di conifere ornamentali – araucarie, larici e cedri – e di faggi. I faggi crescevano bene nel terreno della Liethen Valley.

L’umore di Brodie peggiorò ulteriormente quando il carro andò a fermarsi davanti al portico d’ingresso della canonica e si voltò a guardare St Mungo, sorta al posto della vecchia Liethen Kirk che era stata completamente distrutta per fare spazio al nuovo edificio. Chiesa e canonica erano state costruite su disegno di suo padre, e sovvenzionate attraverso un complesso schema di finanziamento a tontine. Il reverendo Malcolm Moncur aveva marcato Liethen Manor sulla mappa ecclesiastica, e quegli edifici eccessivi e sproporzionati costituivano la prova evidente della sua influenza e del suo potere.

Brodie pagò sei pence al ragazzo e gli diede un’altra sigaretta.

«Moncur predicherà, questa domenica?» chiese il ragazzo.

«Sono sicuro di sì» rispose Brodie e, con quel promemoria, disse al ragazzo di tornare a prenderlo alle sei in punto di domenica mattina. Mentre il barroccino faceva dietrofront, la porta d’ingresso si aprì e due delle sei sorelle di Brodie gli corsero incontro. Brodie si voltò per salutare la famiglia col sorriso più ampio che riuscì a mettere insieme.

Brodie era seduto sul letto della sua vecchia stanza al terzo piano, sotto il tetto della canonica. Aveva raccolto le poche cose che aveva lasciato a casa – un paio di scarponi pesanti, un soprabito di tweed, qualche fotografia, pochi libri – e le aveva già infilate nel suo baule. Due notti a casa, rifletté, non potevano essere poi così tremende…

Bussarono alla porta e apparve suo fratello Callum. Si guardarono, inespressivi.

«Cosa sei, uno stupido scellerato bastardo, o piuttosto un povero pazzo pronto per il manicomio di Penicuik?» disse Callum, apparentemente senza scherzare.

«Be’, sono qui» rispose Brodie. «Quindi probabilmente hai ragione, sono pazzo. Ma lo sei anche tu»

Si strinsero calorosamente la mano e Callum gli assestò un pugno sulla spalla che Brodie ricambiò. Era così che facevano ogni volta che si vedevano.

«Accetterò una delle tue raffinate sigarette americane, molte grazie» disse Callum. Brodie ripescò dal baule la sua scatola di latta di Margarita e accesero entrambi.

Callum aveva due anni meno di Brodie, era più basso e muscoloso, con morbidi baffi biondi. Lavorava a Peebles come impiegato presso un avvocato della corona. Si distese sul letto di Brodie e incrociò le caviglie sulla pediera, fumando enfaticamente e sbuffando cerchi di fumo verso il soffitto.

«Il tuo telegramma diceva che stai per andare a Parigi» disse Callum.

«Infatti. Sono venuto a prendere la mia roba e salutare quello scemo di mio fratello… e gli altri Moncur, ovvio».

«Oh certo, te ne vai a scopare belle figliole francesi, fortunato bastardo».

«Ho un lavoro importante da fare. Dov’è Malky?»

«Malky è andato a Glasgow. Torna stasera».

«Glasgow…» rifletté Brodie. «Perché ci va di continuo? Ha un’amante?»

«Perché a Glasgow non lo conosce nessuno, è al sicuro. E no, nessuna donna in particolare, scommetto che va semplicemente a puttane con i suoi compari. In incognito».

Callum continuò a chiacchierare, sparando battute salaci sul loro padre. Era solo fra loro che lo chiamavano “Malky”. Brodie si avvicinò al piccolo abbaino e guardò il giardino sottostante. Tre delle sue sorelle erano sedute fuori a cucire e rammendare. Doreen, Ernestine e Aileen. Le tre Moncur più grandi, tutte oltre la trentina e nessuna sposata. Lui e Callum le chiamavano “le Een”. Brodie rimase a guardare le Een che lavoravano e chiacchieravano. Sembrava la scena di un romanzo russo, pensò: Tolstoj o Turgenev. Aveva sei sorelle, di cui quattro più grandi di lui, ma nessuna sposata. Perché? si chiese. Smise di guardarle. A pensarci bene nemmeno lui era sposato, e neanche Callum…. e il terzo dei fratelli Moncur, Alfie, aveva solo diciannove anni. Forse si sarebbero sposati tutti a tempo debito. Il fattore essenziale era mettere quanta più distanza possibile tra loro e Malcolm Moncur, lo sapeva. Ecco perché desiderava tanto andare a Parigi, capì di colpo: Edimburgo non era abbastanza lontana. Di tutti i ragazzi Moncur era stato l’unico a pianificare e mettere in atto la fuga. Forse sarebbe servito d’ispirazione agli altri.

Brodie scese per cena alle sei, puntualissimo. Si era sbarbato e aveva imbrillantinato e lisciato i capelli. Si era messo il completo grigio scuro, una camicia bianca con il colletto floscio e il farfallino Channon & Co., con minuscole note musicali che sembravano pois. Il farfallino, chissà perché, lo faceva sentire più vecchio. Avvertiva un nervosismo insolito, si rese conto, per uno che stava per farsi accogliere nel seno della propria famiglia.

Entrò nell’ampio salotto. C’erano già Callum e cinque delle sorelle.

«Electra dov’è?» chiese. «E Alfie?»

«Arrivano» rispose secca Doreen. «Ci saremo tutti, a dare il benvenuto al figliol prodigo».

«Cos’avrà mai di prodigo?» disse Callum. «Casomai l’idiota prodigo».

Aileen gli si fece incontro e lo prese a braccetto. Aileen era forse la sua preferita, pensò Brodie.

«È prodigo perché era andato via e adesso è tornato a casa» disse lei.

«E per quanto ci farai grazia della tua compagnia?» chiese Doreen. Era la maggiore, e occupava una posizione a metà fra la governante e la moglie surrogata. Di certo Malcolm Moncur si rivolgeva alla figlia maggiore con la stessa rudezza con cui aveva trattato la moglie finché era stata in vita, rammentò Brodie.

«Due giorni» rispose Brodie. «Parto per Parigi domenica all’alba».

«Devi restare per il sermone» disse Ernestine. E lanciando uno sguardo preoccupato a Doreen. «Papà vorrà che resti».

«Ahimè, non sono io a controllare gli orari dei piroscafi».

Brodie sentì voci e risate – voci e risate maschili – che risuonavano in corridoio, provenienti dal salottino di suo padre. La sua “sala delle udienze”, come la chiamava a volte.

«Chi c’è con papà?» chiese a Doreen.

«Il sindaco di Lyme e alcuni amici arrivati dall’Inghilterra per svagarsi».

«E per quale svago, di grazia? Scommetto che non si tratta di pesca né di caccia».

«Callum!»

Ascoltarono le risate che crescevano di volume in salotto e sentirono la voce stentorea di Malcolm Moncur che tuonava: «E non è degno nemmeno di lustrarmi le scarpe!»

Brodie avvertì un fugace senso di nausea e si voltò per avvicinarsi alle sorelle.

«C’è qualche speranza di un goccetto prima di cena? Uno sherry o un madera?»

«Papà ha chiuso la dispensa e la chiave ce l’ha lui».

Tutto l’alcol della canonica – e ce n’era una bella scorta – era conservato nella grande dispensa attigua al salotto. Solo Malcolm Moncur ne aveva la chiave: solo lui poteva dispensare liquori in casa sua.

«Ci sarà qualcosa da bere nella sala delle udienze» disse Callum. «Se non l’hanno già finito tutto».

«Infilati dentro e agguanta una bottiglia» disse Brodie a Isabella, la penultima delle sorelle. Era una ragazza tranquilla, occhialuta come lui. «Con te non si arrabbia mai. Digli che stiamo morendo tutti di sete, qui fuori».

«Non ho il coraggio, Brodie. Mi prenderebbe a cinghiate».

«Hai diciassette anni, Isabella!»

«Questo non lo trattiene, quando si infuria».

«Santo cielo. Possiamo almeno fumare?»

Trasse di tasca il portasigarette di peltro con le sigarette già pronte e lo fece girare. Le sorelle maggiori – le Een – fumavano tutt’e tre, notò con piacere. In quella casa anche i piccoli atti di ribellione erano importanti. Le fece accendere e poi Edith, la quarta per età, decise di volerne una anche lei, e quando Callum e Brodie accesero le proprie si ritrovarono a fumare tutti e sei (solo Isabella aveva rifiutato) mentre chiacchieravano, creando un bel nebbione, tanto che Electra, quando entrò nella stanza tallonata da Alfie, si affrettò ad aprire la portafinestra che dava sul giardino per far entrare un po’ d’aria. Salutarono timidamente Brodie, come se fosse un estraneo.

«Ho sentito che stai per lasciarci» disse Electra. Era minuta e aggraziata, la più carina delle Moncur.

«Già. Vado a Parigi».

«Non tornerai più» disse lei.

«Ma certo che tornerò» disse Brodie. «È solo un lavoro, non emigro mica».

«Io lo farei» disse Electra abbassando lo sguardo.

«E dove vorresti emigrare?» chiese una voce tonante dalla soglia. «Nell’Africa nera? Ti metterebbero in pentola in un secondo, mia cara. Meglio sopportare il tuo vecchio padre, eh? Eh?»

Electra scivolò dietro a Brodie mentre Malcolm Moncur faceva il suo ingresso in salotto e passava in rassegna la numerosa famiglia, e le ragazze, una alla volta, spegnevano le sigarette.

Brodie guardò Callum. Conoscevano i segnali, la scala graduata dell’ebbrezza di Malcolm Moncur. Ubriaco per quattro quinti, calcolò Brodie: si prospettava una serata difficile.

Il reverendo Malcolm Moncur era un uomo basso e tarchiato – tendente al pingue – con una grossa testa dai lineamenti decisi, quasi sproporzionata rispetto al resto del corpo. Aveva sessant’anni, ma i capelli rossicci stavano appena cominciando a ingrigirsi sulle tempie e i baffi folti e ben curati, che ricordavano la fibra di cocco, erano di una tonalità più scura di castano ramato. Callum sospettava che il barbiere glieli tingesse.

Ecco Malky Moncur brillo come al suo solito, pensò Brodie in attesa che gli occhi del padre si posassero su di lui, come fecero quasi subito.

«A proposito di Africa: guarda un po’! Il negretto è tornato. Bene, bene, bene».

«Ciao, papà» disse Brodie sforzandosi di mantenere calma la voce.

«Come sta il mio piccolo mulatto?» disse avvicinandosi. Brodie era più alto del padre di tutta la testa, e l’evidente differenza di statura sembrava sempre innervosire Malky, aveva notato Brodie, nemmeno si trattasse di una specie di affronto genetico. Brodie era decisamente bruno – capelli nerissimi, occhi castano scuro, pelle olivastra –, l’unico in una famiglia di pallidi e biondi Moncur dagli occhi chiari. Suo padre aveva avuto a ridire su quella differenza per tutta la vita. Brodie era arrivato al punto di augurarsi di essere davvero il risultato di una relazione clandestina della madre con qualche visitatore latino di passaggio in Scozia. Ma era solo una fantasticheria, lo sapeva.

«Sei nero come sempre, vedo. Nero come il giorno che sei venuto al mondo».

«Grazie, papà» disse in tono calmo. «Ti vedo bene. Glasgow deve averti rinvigorito».

I due si fissarono. Brodie rimase impassibile, lo sguardo sereno. Puoi controllare tutti ma non controlli me, Malky Moncur, pensò. Io sono solo mio.

«Gesù Cristo!» disse Malky Moncur rivolgendosi alla figlia maggiore. «Ci dai da mangiare o dobbiamo soffrire per molto, Doreen? Muoio di fame!»

E con quello il reverendo Malcolm Moncur marciò in sala da pranzo, seguito dai fratelli e dalle sorelle Moncur che in silenzio si scambiavano rapide occhiate, cariche di messaggi inespressi.

La cena fu relativamente tranquilla, pensò Brodie. Doreen tagliò le porzioni dalla mezzena di montone – con contorno di patate e carote – preparata da Mrs Daw, cuoca e governante di casa Moncur. Una breve preghiera di ringraziamento venne recitata (da Alfie) prima che la famiglia impugnasse forchetta e coltello e si gettasse sul cibo con entusiasmo famelico. Come bevanda c’erano sul tavolo diverse brocche d’acqua e Brodie, una volta tanto, fu grato per la sua numerosa famiglia – erano in dieci attorno al tavolo – che diede vita a innumerevoli conversazioni fuori dall’orbita di Malky. Doreen ed Ernestine lo affiancavano e riuscirono a confinarlo a un’estremità del tavolo. Ma di tanto in tanto Malky si alzava e lasciava la stanza per un paio di minuti; oppure girava attorno al tavolo e strizzava affettuosamente la spalla di una delle figlie e le sussurrava qualcosa all’orecchio; o, se necessario, andava a procurarsi personalmente la saliera o la brocca d’acqua per portarsele al suo posto. Sembrava gli piacesse deambulare a quel modo durante la cena. Il suo umore migliorò: appariva sempre più gioviale, quasi paterno, pensò Brodie, con il procedere della serata.

Ma tutto cambiò al momento del dolce – biancomangiare con marmellata di fragole – una proposta che spinse Malky a sbottare: «Sarò anche un povero scemo conclamato, ma di sicuro non mangio quella schifezza!» e se ne andò dalla stanza lasciando il dolce al resto della famiglia. L’umore generale si risollevò di colpo.

Dopo cena le donne scivolarono nelle loro camere, ma Brodie, Callum e Alfie decisero che valeva la pena di affrontare Malky nella sua tana, se c’era la prospettiva di bere qualcosa. Quando entrarono in salotto la porta della dispensa era aperta, e Malky era dentro.

«C’è niente da bere in questo pub?» chiese Callum, e Malky ricomparve in maniche di camicia e con le bretelle ciondoloni. «È per caso quel lazzarone di impiegato d’un notaio di mezza tacca di Peebles che ha parlato?» chiese Malky aggressivo, ondeggiando leggermente, una bottiglia in mano. A quel punto era a cinque quinti di ubriachezza, pensò Brodie.

«Ce ne andiamo a letto, se non c’è niente da bere» continuò coraggiosamente Callum.

Di malavoglia Malky distribuì dei bicchierini di brandy e si sedettero sulle poltroncine davanti al padre, stravaccato sul divano Chesterfield.

«Alla salute, papà» disse Brodie alzando il bicchiere.

«Sláinte» rispose Malky. «Non voglio sentire i tuoi pretenziosi spropositi anglo-edimburghesi, in questa casa!»

 

 

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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