“Lucia, Lucia” di Adriana Trigiani edito da tre60 (estratto)

 

New York, 1950. «Lucia, Lucia!» gridano i ragazzi, ammirati, quando Lucia Sartori cammina per le strade del Greenwich Village. Bella, Lucia, lo è di certo, ma è soprattutto determinata e ambiziosa. Ha trovato lavoro come stilista presso un grande magazzino di lusso, B. Altman & C., sull’elegante Fifth Avenue, ma questa è solo la prima tappa di un’ascesa che, ne è convinta, la porterà a essere una stella nel mondo dell’haute couture. Lucia però è anche l’ultima – e unica – figlia di una famiglia di orgogliose origini italiane. I suoi genitori e i suoi quattro fratelli sono convinti che prima o poi metterà la testa a posto, sposerà Dante, il suo fidanzato, e diventerà una tranquilla madre di famiglia… Allora, con un gesto che sconvolge i suoi cari e l’intero quartiere, Lucia rompe il fidanzamento e si dedica anima e corpo alla carriera. Almeno finché non arriva un uomo facoltoso, che giura di amarla e le fa balenare la possibilità di vivere nell’agiatezza e di far parte dell’élite newyorkese. E finché uno scandalo – un autentico fulmine a ciel sereno – non mette in serio pericolo l’onore dei Sartori…
«La scrittura di Adriana Trigiani è elegante come i vestiti creati da Lucia, la protagonista del suo romanzo.» USA TODAY
«Trascinante… Una lettura scorrevole, che dà grandi emozioni.» Entertainment Weekly

 

Estratto

Presentazione

«Una storia appassionante, che insegna come, nella vita e nell’amore, sia sempre giusto correre qualche rischio.» Elle

«La scrittura di Adriana Trigiani è elegante come i vestiti creati da Lucia, la protagonista del suo romanzo.» USA Today

«Trascinante… Una lettura scorrevole, che dà grandi emozioni.» Entertainment Weekly

New York, 1950. «Lucia, Lucia!» gridano i ragazzi, ammirati, quando Lucia Sartori cammina per le strade del Greenwich Village. Bella, Lucia, lo è di certo, ma è soprattutto determinata e ambiziosa. Ha trovato lavoro come stilista presso un grande magazzino di lusso, B. Altman & C., sull’elegante Fifth Avenue, ma questa è solo la prima tappa di un’ascesa che, ne è convinta, la porterà a essere una stella nel mondo dell’haute coutureLucia però è anche l’ultima – e unica – figlia di una famiglia di orgogliose origini italiane. I suoi genitori e i suoi quattro fratelli sono convinti che prima o poi metterà la testa a posto, sposerà Dante, il suo fidanzato, e diventerà una tranquilla madre di famiglia… Allora, con un gesto che sconvolge i suoi cari e l’intero quartiere, Lucia rompe il fidanzamento e si dedica anima e corpo alla carriera. Almeno finché non arriva un uomo facoltoso, che giura di amarla e le fa balenare la possibilità di vivere nell’agiatezza e di far parte dell’élite newyorkese. E finché uno scandalo – un autentico fulmine a ciel sereno – non mette in serio pericolo l’onore dei Sartori…

 

LUCIA, LUCIA

Alle mie sorelle

Mary Yolanda, Lucia Anna,

Antonia e Francesca,

e ai miei fratelli

Michael e Carlo.

Capitolo 1

Dalla sua finestra Kit Zanetti vede tutto, ma proprio tutto quello che succede su Commerce Street. Non è un nome azzeccato, Via del commercio: dovrebbe chiamarsi sentiero sinuoso, o strada della lavanda, o rue de la gemmeDi sera non c’è luogo più incantevole in tutto il Greenwich Village, con le pozze di luce azzurra intorno alle radici dei vecchi alberi nel fitto filare che costeggia i due lati della strada; e non c’è luogo più adorabile di giorno, quando il sole splende sulle case a schiera, nessuna più alta di quattro piani, alcune ricoperte di edera e altre di legno bianco bordato di liquirizia, e su un negozio così vecchio che la facciata di mattoni rosso scuro è sbiadita in un arancione pallido. I gradini davanti alle case sono orlati da vecchi vasi di terracotta con dentro i fiori che riescono a crescere all’ombra: di solito balsamine rosa e bianche. I marciapiedi sono accidentati, riquadri di cemento come strati di una torta. Le persiane che ondeggiano alle finestre sono dipinte in color crema e Mamie Pink, una tonalità di rosa pesca che non si vedeva più dai tempi dell’amministrazione Eisenhower (e sembra che nessuno le abbia più ridipinte da allora).

È la casa ideale per una commediografa: edifici affollati, ripieni di storie e persone le cui stramberie si dipanano con la regolarità della vita di paese. Ogni mattina Kit mette su il caffè e si siede alla finestra, e ogni mattina vede la stessa scena. Una donna minuta dai capelli scarlatti porta al guinzaglio un alano alto quanto lei, e quando svoltano l’angolo lei strattona il guinzaglio e il cane spicca un balzo, facendo scattare l’allarme della Chevrolet Nova. Sull’angolo opposto, un ragioniere calvo che indossa un completo color cioccolata al latte esce dall’appartamento nel seminterrato, guarda il cielo, fa un respiro profondo e ferma un taxi. Infine il custode del condominio di fronte esce dalla portineria, inforca la sua bici ridotta all’osso (in pratica due ruote collegate da un appendiabiti), si posa in spalla una scopa e parte, con un’aria molto «Italia ai tempi della Seconda guerra mondiale».

Bussano forte alla porta. Kit aspetta il padrone di casa nonché custode del palazzo, Tony Sartori, che deve venire a sturarle il lavandino per la decima volta quest’anno. Nessuno degli inquilini ha mai visto lavorare nel palazzo un professionista di qualsiasi genere (idraulico, elettricista, imbianchino) dotato di veri attrezzi. In quel condominio tutto, dai cavi elettrici al gas e alle tubature, viene riparato da Tony con il nastro isolante. La storia del nastro è talmente buffa che un giorno Kit ha ritagliato dal giornale un articolo che spiegava come le concorrenti di Miss America mettono in risalto la scollatura degli abiti da sera sollevando il seno con il nastro isolante, e l’ha inserito nella busta insieme all’affitto. Mr Sartori non ha mai fatto cenno di aver ricevuto l’articolo, ma da quel giorno si rivolge a Kit chiamandola Miss Pennsylvania.

«Sto arrivando», annuncia Kit in quel tono dolce, stridulo e grato che è tipico dell’inquilino che non vuol essere di peso. Apre la porta. «Oh, zia Lu.» Lu non è davvero la zia di Kit, ma tutti nel palazzo la chiamano zia e quindi lo fa anche Kit. A volte Lu lascia dei regali per Kit fuori della porta – un sacchetto di costosi chicchi di caffè, una saponetta lilla, una scatola di campioncini di profumo – accompagnati da un biglietto con scritto «Per te!» in un largo corsivo, su cartoncini ecrù di buon gusto borghese contrassegnati con una «L» dorata.

Lu fa un largo sorriso. «Come stai?» Abita al piano di sopra, nell’appartamento sul retro, ed è l’unica altra donna sola nel palazzo. Ha superato la settantina, ma ha l’aria chic delle signore newyorkesi di una certa età che sanno mantenersi attuali. I capelli sono sempre a posto, il rossetto è di quel fucsia intenso che va di moda adesso, al collo porta un foulard vintage di Hermès fissato con una spilla di lustrini. Zia Lu è snella e minuta. Il suo profumo è speziato e giovanile, non floreale come quello di una nonna.

«Pensavo che fosse Mr Sartori», dice Kit.

«Perché, cos’è successo?» Lu si sporge a guardare nell’appartamento, aspettandosi di vedere l’acqua che scroscia dal soffitto, o peggio.

«Il lavandino. È otturato di nuovo. E non si sblocca, non c’è verso. Ho provato con lo sturalavandini. Ho pregato. Ho usato abbastanza idraulico liquido da far esplodere Brooklyn.»

«Se vedo Tony gli dico di venire subito a ripararlo.»

«Grazie.» Se c’è qualcuno che sa farsi ascoltare dal padrone di casa, quella è zia Lu. Dopotutto sono parenti.

Zia Lu si infila i guanti. «Volevo chiederti se hai da fare oggi pomeriggio. Sarei felice se venissi su a bere un tè.»

È la prima volta che zia Lu invita Kit a casa sua. Entrambe si attengono alle regole non scritte della vita in condominio. In un palazzo piccolo è meglio tenersi a debita distanza dai vicini: un cordiale scambio di saluti davanti alle cassette della posta è accettabile, ma al di sopra di quella soglia ogni 

contatto diventa rischioso, perché non c’è niente di peggio di un vicino di casa che passa a bussare troppo spesso, chiacchiera troppo a lungo e chiede roba in prestito. Kit dice: «Grazie, ma sto scrivendo. Magari un’altra volta».

«Certo, quando puoi, fammi sapere. Ho dato una pulita al mio appartamento e ho un mucchio di cose che potrebbero piacerti…» Lu si guarda intorno. «… O che possono tornarti utili.»

Kit ci ripensa. Non c’è niente di più affascinante di un mercatino delle pulci gratuito e senza altri clienti con cui contendersi le scoperte. E zia Lu le ricorda sua nonna. Inoltre sembra autosufficiente e ha l’aria di avere molto buon gusto, una qualità che a Kit piacerebbe coltivare. Quante donne possono permettersi di sfoggiare un’enorme spilla smaltata a forma di libellula? «Forse posso venire per le quattro.»

«Sarebbe splendido!» Lu sorride. «Ci vediamo a quell’ora.»

«Come va, zia Lulu?» chiede Tony Sartori, che sta salendo le scale verso l’appartamento di Kit.

«Io sto bene, ma il lavandino di Kit ha visto giorni migliori.» Zia Lu fa l’occhiolino a Kit mentre Mr Sartori entra nell’appartamento.

«Sì, già, ogni giorno si rompe qualcosa, in questo palazzo», brontola lui.

Lu afferra il corrimano e scende la stretta rampa di scale. Sono i primi di ottobre e fuori non fa tanto freddo, una decina di gradi, ma Lu porta già il visone lungo fino alle caviglie, che ora struscia sulle scale dietro di lei come lo strascico di una duchessa. Con qualsiasi temperatura, da settembre a giugno zia Lu indossa quel visone.

«Entri.» Kit non ha bisogno di invitarlo, dato che lui è già nel bagno. «Zia Lu è una bella signora», gli dice, sperando di segnare qualche punto.

«Scherza? Da giovane era uno splendore. La ragazza più bella del Village, dicono.»

«Davvero?»

«Già. Diceva che le perde il rubinetto?»

«No, ho il lavandino del bagno otturato», lo corregge Kit.

«Di nuovo?» fa lui, in un tono che sottintende che sia colpa di Kit. Tony Sartori è un uomo minuto con i capelli bianchi e le sopracciglia nere che sembrano siepi folte. Somiglia abbastanza a Geppetto, il babbo di Pinocchio, da farla sentire al sicuro; ma quella voce roca con l’accento newyorkese la spaventa un po’.

Kit fa un risolino nervoso. «Scusi. Sa che passo la notte a otturare gli scarichi con noccioli d’oliva per obbligare lei a sturarli.»

Tony Sartori sembra in procinto di cacciare uno strillo, e invece sorride. «Mantenga la calma, Miss Pennsylvania. Lo riparerò.»

Kit accenna un sorriso, ma sa già come andrà. Mr Sartori sturerà il lavandino e poi metterà un po’ di quello stupido nastro isolante per tappare il buco nel tubo e tornerà tra due settimane quando il nastro si sarà staccato e ci sarà un altro allagamento.

«Forse stavolta ci vorrà un idraulico», dice da sotto il lavandino.

«Alleluia!» Kit batte le mani, raggiante.

Sartori si aggrappa al lavandino per rialzarsi in piedi. Le pareti del bagno di Kit sono interamente tappezzate, dal pavimento fino al soffitto, da lettere di rifiuto provenienti da ogni teatro regionale della nazione, dall’Alaska al Wyoming. Sono tutte variazioni sullo stesso tema: personaggi efficaci, dialoghi scorrevoli, ma «lei non sa raccontare una storia, Miss Zanetti». Tony Sartori ne legge una e scrolla il capo. «Non le viene mai voglia di arrendersi? Cioè, con lettere come queste, che senso ha?»

«Sto migliorando», gli dice Kit.

«Forse sì. Ma evidentemente nel mondo del teatro non sono in molti a pensare che lei sappia scrivere una commedia.» Sartori si stringe nelle spalle. «E poi, cos’è ormai il teatro? Non è più quello di una volta. Una volta costava poco ed era roba pulita, ballerine e buona musica. Ora costa troppo. Ci si accalca lì dentro, pigiati come una mandria di vacche, e poi i sedili sono così stretti che ti viene un embolo alla gamba già alla prima canzone. Mia moglie adora quello spettacolo, Il fantasma dell’OperaA me non è dispiaciuto. Un tizio mascherato che spaventa una bella ragazza e poi si mette a cantare.»

«Ecco che arrivano le recensioni!» esclama allegra Kit. È abituata alle frecciatine, alle critiche e ai paragoni cui non si sfugge nella professione che si è scelta. La drammaturgia è una carriera ridicola. Non basta a guadagnarsi da vivere, e al giorno d’oggi il teatro ha la stessa rilevanza del vetro soffiato o delle forchette di legno. Kit sceglie di tenere per sé quei pensieri, perché l’ultima cosa di cui ha bisogno è uno scontro con Tony Sartori sul tema dell’arte.

«È soltanto la mia opinione.» Mr Sartori fa roteare sull’indice il rotolo di nastro isolante e raggiunge la porta. «Può non usare il lavandino per un po’?»

«Un po’ quanto? Lei sa che ogni sera pratico un complesso rituale di bellezza, e l’acqua mi serve per mescolare la pasta densa che mi spalmo addosso per prevenire le rughe.»

«Dev’essere un bello spettacolo. Usi il lavandino della cucina, per ora.»

«Sissignore.» Kit sorride. «Mr Sartori?»

«Sì?»

«Lei trova mai divertente qualcosa che le dico? Almeno un pochino?»

«Non direi.»

Tony Sartori si richiude la porta alle spalle e Kit lo sente ridacchiare dall’altro lato.

Al Pink Teacup di Grove Street si mangia la torta al cocco più buona della città. La fanno da zero, ed è una torta gialla così umida che sulle prime si ha l’impressione che non sia del tutto cotta. L’impasto è pieno di scagliette di ananas e la glassa è crema al burro montata a neve, così leggera che i riccioli di cocco ci affondano dentro. Juanita, la cuoca, trova simpatica Kit perché ha elogiato la sua torta su una rivista online. Ogni volta che Kit passa di lì, Juanita le regala una fetta. Oggi Kit ne prende due fette, una per sé e una per zia Lulu. Mentre torna a piedi verso casa, si ripromette di aggiungere alcuni piatti all’articolo che sta scrivendo per Time Out, «I migliori ristoranti del Village». Gli articoli non fruttano molto, ma i bonus sono favolosi: pranzi gratis nei suoi locali preferiti. Finora la sua lista comprende:

Miglior colazione: quella del weekend da Pastis, sulla 9th Avenue, composta da un 

cestino di sticky buns, pain au chocolat e pane al cocco e alle noci, seguiti da uova strapazzate e patatine croccanti con cipolle e burro.

Miglior pranzo: l’hamburger di Grange Hall, all’angolo tra la Commerce e la Barrow, con un bicchiere di corposo vino rosso.

Miglior sandwich: quello al tonno, con una pasta delicata di avocado e fettine di pomodoro, all’Elephant and Castle di Greenwich Avenue.

Miglior cena: gli spaghetti al pomodoro di Stefano al Valdino West di Hudson Street.

Miglior coccola: il purè all’aglio di Nadine in Bank Street.

Il quartiere di Kit ospita spesso piccoli tour guidati a tema letterario: gruppi di curiosi che si aggirano consultando le guide e indicando le case in cui hanno abitato Bret Harte ed E. E. Cummings, e il bar in cui Dylan Thomas alzò il gomito per l’ultima volta prima di perdere i sensi in un separé e rendere l’anima al creatore. Kit immagina di progettare un tour gastronomico del Village. Di qua la letteratura, di là un buon panino. Ha idea che il suo tour attirerebbe più gente dell’altro.

Tornata a casa, ripone le fette di torta in un contenitore e si mette al lavoro. Ci vuole tutta la sua forza di volontà per non mangiare la torta al cocco prima del tè delle quattro con zia Lu. Sa che passerà il pomeriggio a ronzare intorno alla torta come un falco solitario intorno a un piatto di tartare di vitello nel deserto. Ovviamente è questo che fanno gli scrittori quando non scrivono: girano intorno al cibo per decidere se mangiarlo o no, come se un morso potesse magicamente far funzionare un dialogo o far spuntare fuori una scena mancante (non succede mai). Ecco perché le riunioni dei Weight Watchers all’incrocio tra la 14th e la 9th Street sono piene di scrittori, tra cui Kit, che ha raggiunto il suo peso ideale due volte nell’ultimo anno. Mangiare e scrivere sono il marito e la moglie della creatività.

Puntuale, alle quattro, Kit sale le scale fino all’appartamento di zia Lu, portando trionfante le due splendide fette di torta al cocco che è riuscita a non mangiare. Spera che il tè caldo e qualcosa di dolce bastino per l’intera visita, perché non riesce a immaginare di cosa potrebbero mai parlare lei e zia Lu.

Come tanti newyorkesi che vivono in palazzi senza ascensore, Kit non era mai salita più su del suo piano. Il pianerottolo di Lu, al quarto, ha molto fascino: è sormontato da un piccolo lucernario con una scala di metallo che porta al tetto e somiglia al periscopio di un sottomarino. Kit ha sempre voluto guardare il panorama, ma il contratto d’affitto vieta agli inquilini di andare sul tetto. Più ci pensa, più si rende conto che i suoi genitori non sono mai stati severi quanto lo è Tony Sartori. Ma vale la pena di soffrire un po’ per vivere in Commerce Street.

«Zia Lu?» chiama Kit. La porta è tenuta accostata da un gattino di ferro nero.

«Entra, tesoro.»

Kit apre lentamente la porta. «Ho portato…» Si guarda intorno meravigliata: è il paradiso del chintz. Ogni angolino, ogni nicchia e ogni parete sono strapieni di roba.

«Che cosa, cara?» domanda Lu dalla cucina.

«Della torta», Kit si riprende. «Dal Pink Teacup. È molto buona. Ne ho scritto. La preparano fresca tutti i giorni. Spero che ti piaccia.»

«Ci sono stata molte volte. Si mangia benissimo.»

Zia Lu risponde al fischio del bollitore nella sua minuscola cucina mentre Kit gira su se stessa e ammira il panorama. Le pareti sono alte e gran parte del soffitto è occupata da un grande lucernario che si inclina fino alla portafinestra che dà su un balcone. Ha iniziato a piovere, le gocce tintinnano come musica sul vetro. Il letto a baldacchino di zia Lu è coperto da una trapunta di ciniglia bianca bordata da una passamaneria di violette. I mobili sono preziosi ed elaborati: un divanetto di velluto celeste e due poltroncine basse di chintz con un motivo di iris. Il tavolino ospita una collezione di bicchieri da Mint Julep pieni di fiorellini di seta.

«Ho un sacco di roba, vero?» dice zia Lu dalla cucina, ridacchiando.

«Sì, ma è tutta…» Kit fatica a descrivere ciò che vede. «Interessante. Si direbbe che tu abbia avuto – cioè, stia avendo – una vita interessante.»

«Guardati intorno. Divertiti.»

Kit si aggira cauta tra i mobili. Ogni superficie piatta è ingombra di chincaglierie: due barboncini di ceramica rosa uniti da una catenella d’oro, piccoli vasi di vetro veneziano, un aprilettere tempestato di gemme, anni di disordine, regali sbagliati, cianfrusaglie ereditate e svendite con sconti irresistibili. Anche la carta da parati dice «Qui abita una vecchietta», con le sue grasse rose centifolie su un graticcio a rombi. Kit si sente sopraffatta, come se fosse caduta in un cassone da corredo, fra strati e strati di roba che ha un significato ma non uno scopo.

Kit si gira verso la parete più lunga dell’appartamento. È coperta da pacchi dono dei grandi magazzini, scatole bianche e rosse con il nome «B. Altman & Co.» scritto in corsivo. Le scatole più in alto, sbiadite dal sole, sono di un rosso più brunito rispetto a quelle più in basso.

Nell’angolo accanto alla parete di scatole c’è un tavolino con un centrino di pizzo su cui sono disposti vari portaritratti in elaborate cornici d’argento. Al centro c’è una fotografia a colori che ritrae una bella ragazza in un abito di lamé dorato senza spalline. I colori della foto sono intensi e saturi, come un fotogramma di un vecchio film. La donna nell’immagine ha sui venticinque anni, un viso a forma di cuore, carnagione chiara e guance rosa, labbra carnose atteggiate in un broncio. Gli occhi di forma allungata sono incorniciati da lunghe ciglia nere e sopracciglia perfettamente scolpite, che le danno un’aria egiziana o italiana. Una bellezza esotica. «Chi è questo schianto?» chiede Kit.

«Sono io», risponde zia Lu. «Quando avevo più o meno la tua età.»

«Davvero?» esclama Kit, e si scusa subito per il tono. «Non volevo dirlo così. Certo che sei tu. È la tua faccia, la riconosco.»

«No, no, ormai sono vecchia, è tutto finito. Ci ho messo un po’ ad accettarlo. Non è facile lasciar andare la giovinezza, credimi.»

«Con questa faccia oggi saresti da copertina. E quel corpo! Scrivo per le riviste, ogni tanto, e so che cercano modelle così.»

«Così come, tesoro?»

«Con quel… qualcosa. Quella bellezza aurea in cui ciascun elemento è perfetto di per sé e la loro somma crea qualcosa di originale. I tuoi occhi sono di un azzurro che non avevo mai visto. E le tue labbra, con quell’arco di Cupido. E, dico sul serio, hai il naso più bello che io abbia mai visto: è diritto e con la punta un po’ all’insù. Non è poco, per noi italiane. A volte ci capitano delle vere proboscidi.»

Zia Lu ride. «Be’, grazie.»

«No, no, è la verità.»

Lu prende la foto dalle mani di Kit e la guarda. «Che serata, quella lì. Capodanno al Waldorf. Le McGuire Sisters hanno salutato il 1951 con me, il mio capo Delmarr e i miei genitori, a un tavolo in prima fila sotto il palco. È stata una delle serate più belle della mia vita.»

«Sei mozzafiato», dice Kit.

«Ho soltanto avuto fortuna. Anche tu sei una bella ragazza.»

«Grazie. Ma mia nonna dice sempre che non importa quanto ci impegniamo per sembrare giovani, a settant’anni finiamo tutte per somigliare alla moglie di Babbo Natale.»

Zia Lu ride. «Penso che andrei molto d’accordo con tua nonna. Vieni, siediti.» Posa su un tavolino un vassoio d’argento con la torta, le tazze da tè, una piccola teiera, zucchero e latte.

Kit si appoggia allo schienale della poltrona, così morbida che i cuscini devono essere imbottiti di piuma. Versa il latte nel tè e cerca di farsi venire in mente un argomento di conversazione. «Il tuo nome per esteso è Lucy?»

«No, Lucia.» Zia Lu pronuncia il suo nome a voce bassa, con un perfetto accento italiano.

«Lu-ci-a», ripete Kit. «Come l’opera?»

Zia Lu sorride, e le appare una fossetta profonda sulla guancia destra. «Papà mi chiamava Lucia di Lammermoor.»

«Che lavoro faceva?»

«Era il proprietario della Groceria.»

«Quella sulla 6th Avenue?» Kit si sporge in avanti, meravigliata. La Groceria è un autentico e rinomato negozio di alimentari italiano, ed è quindi una delle più insidiose trappole per turisti dell’intera metropoli. Propone tutte le migliori specialità importate, come l’olio d’oliva toscano, la pasta fresca e salumi da ogni regione. Formaggi di tutto il mondo e mozzarelle fresche ogni giorno, che galleggiano come palline da golf in vasche d’acqua limpida. Il negozio è celebre per le scenografiche vetrine ricolme di pagnotte, carne e pesce.

«È ancora tuo?»

Zia Lu si rabbuia. «No, tesoro. È stato venduto una ventina d’anni fa. Ora il business di famiglia è incentrato sulla gestione di condomini.»

«Tony Sartori possiede altri palazzi?» Kit non riesce a credere che il re del nastro isolante possieda svariati immobili.

«Lui e i suoi fratelli. Tony è un tipo difficile. Così irrequieto. Un caratteraccio, davvero. I ragazzi non somigliano per niente a mio padre. A volte mi ricordano i miei fratelli, ma i miei fratelli avevano rispetto per la famiglia. Oggi si ricordano a malapena che ci vivo anch’io, quassù. So che i vecchi non sono molto interessanti per i giovani, ma dopotutto sono la loro zia, e sono l’unico legame che hanno con il popolo del loro padre.»

Kit annuisce, sentendosi un po’ in colpa. Neanche lei moriva dalla voglia di passare del tempo lassù.

Zia Lu continua: «Tony è il primogenito di mio fratello maggiore, Roberto. Ovviamente mio fratello è morto da molti anni».

«Allora, quanti eravate in famiglia?»

«Avevo quattro fratelli maggiori. Ero la piccola di casa.»

«Cosa ne è stato di loro?»

«Tutti morti. Sono l’ultima superstite dei Sartori originali. E sento molto la loro mancanza. Roberto, Angelo, Orlando ed Exodus.»

«Splendidi nomi. Exodus… Avevate tutti il nome di un personaggio della lirica?»

«Soltanto noi due.» Zia Lu sorride. «Ti piace l’opera?»

«Piace a mia nonna, che mi ha trasmesso questa passione. Mi sono offerta di riversare i suoi vinili su CD, ma non vuole. Preferisce infilzarli sul giradischi e lasciarli suonare così come sono, con graffi e tutto quanto. Pensa che i graffi migliorino la musica.»

Zia Lu riempie la tazza di Kit. «Lo sai, Kit, quando invecchi tendi ad aggrapparti a tutte le piccole cose che significano qualcosa per te. Ti fanno sentire a tuo agio, ti confermano che è tutto a posto. Lascia che la nonna faccia le cose a modo suo. È il suo modo, capisci?»

«Sì, capisco. È per questo che abiti nel condominio di tuo nipote? Oppure la famiglia Sartori aspetta di vendere tutto il palazzo, così potrete trasferirvi nell’Upper East Side con vista su Central Park?»

«Certo, come no. Aspetto il mio attico panoramico.» Zia Lu sorride.

«Non ti biasimo. Meriti una ricompensa per il fatto di vivere qui. La manutenzione di questo posto non è granché, ma non mi piace lamentarmi. Ho paura che Mr Sartori mi cacci via.»

«Conosco la sensazione», dice zia Lu a bassa voce.

«Ovviamente il mio appartamento è in condizioni peggiori del tuo. Sta per crollarmi la parete del bagno.»

«Come fanno a prendersi cura di queste case, quando tutto ciò che possiedono l’hanno ricevuto già bell’e pronto? Io ho lavorato per tutta la vita, quindi conosco il valore delle cose.»

«Quando hai smesso di lavorare?»

«Sono andata in pensione nel 1989, quando ha chiuso B. Altman. Tra tutti i dipendenti ero la più longeva: ero lì dal 1945. Mi hanno dato persino un premio.» Lucia solleva dal tavolino un fermacarte di cristallo intagliato e lo porge a Kit.

«È un po’ come un certificato di condotta impeccabile a scuola.»

«Esattamente.»

Kit rimette il premio sul tavolino. «Sei rimasta lì per tanto tempo. Doveva piacerti davvero quel lavoro.»

«Oh, lo adoravo.» I ricordi operano una metamorfosi sul viso di zia Lu. Sotto la distinta anziana signora che è adesso, Kit riesce a vedere una giovane donna bella e coraggiosa. Si vergogna di aver cercato scuse per evitare di salire a bere quel tè. Dopotutto, Lucia Sartori non è un’eccentrica vecchietta del Greenwich Village, come quel tizio sulla 14th che si veste da Shakespeare e attraversa il Washington Square Park declamando sonetti. Kit gira lo sguardo sulla nicchia in cui il visone di Lucia è appeso su un manichino da sarta. La lucida pelliccia nera sembra quasi nuova nella scarsa luce che entra dalle finestre. Ha smesso di piovere e nel tardo pomeriggio il cielo ha il colore di una perla grigia.

«Zia Lu? Posso chiamarti Lucia?»

«Certamente.»

«Mi sono sempre chiesta quale sia la storia del visone, dato che lo indossi spesso.»

Lucia si gira a guardare nella nicchia. «Il visone è la storia della mia vita.»

«Be’, Lucia, se non è troppo disturbo, puoi raccontarmi questa storia?» Kit prende la tazza di tè e si accomoda in poltrona mentre Lucia inizia.

 

foto presa dal web 

Adriana Trigiani è autrice, sceneggiatrice, regista e produttrice. Nata in Virginia da una famiglia di origini italiane, ha studiato Teatro al Saint Mary’s College di Notre Dame, in Indiana. Ha scritto opere teatrali e sceneggiature per il cinema. Ha anche diretto il film I segreti di Big Stone Gap, tratto da un suo romanzo, con Whoopi Goldberg e Ashley Judd. Ma sono stati i suoi romanzi, tradotti in tutto il mondo, a darle un’enorme popolarità: Tre60 ha già pubblicato La sposa italiana, che, proprio come Lucia, Lucia, è stato un best seller del New York Times.

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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