Vi presento il romanzo di Marcela Serrano “Arrivederci piccole donne” edito Feltrinelli

Sinossi

“Ma che cos’è la vita, alla fine? Ti giuro che non lo so”

Sono cugine ma si sentono sorelle, sono uguali e diverse come le “piccole donne” della Alcott. Nieves, Ada, Luz e Lola da bambine trascorrono le vacanze nella proprietà di famiglia, sotto lo sguardo burbero di una zia eccentrica e generosa. Sono anni di giochi spensierati e innocenti bisticci, al riparo dagli sconvolgimenti sociali. Poi la tragedia cilena dell’11 settembre 1973, il colpo di stato di Pinochet, la povertà improvvisa, l’arresto di un familiare, la paura, l’esilio a Londra. Da quel giorno nessuno ha più fatto ritorno alla casa dell’infanzia, a quel piccolo paradiso perduto. Passano gli anni, le quattro cugine oramai sono divenute donne. La scomparsa di una vecchia domestica le porta di nuovo a riunirsi. Il tempo trascorso ha scolpito i caratteri, ma ha anche custodito le antiche affinità. Ancora una volta Marcela Serrano ci sorprende e ci emoziona con le sue indimenticabili figure femminili. Le sue “piccole donne” sono protagoniste di una saga ricca di accenti epocali: il mondo degli anni settanta, gli yuppie americani degli anni ottanta e novanta, fino al grande sgomento dopo l’attentato alle Torri gemelle.

 

Estratto

Ad Ana María Gómez e Lotty Rosenfeld, per l’amicizia.
E a mia sorella Margarita, per i ricordi

“Natale non sarà Natale, senza neanche un regalo” brontolò Jo, distesa sul tappeto.

“Che brutto essere poveri!” sospirò Meg dandosi un’occhiata al vestito vecchio.

“Non mi sembra bello che certe ragazze abbiano un sacco di cose carine, e altre niente di niente” aggiunse la piccola Amy, tirando su col naso, offesa.

“Abbiamo papà, mamma e noi stesse” dichiarò soddisfatta Beth dal suo angolo.

LOUISA MAY ALCOTTPiccole donne, capitolo 1

 

VERSO UN CIELO AZZURRO

Arequipa, Perú, 1723

Come ogni signora aristocratica che si rispetti, Suor María Trinidad poteva contare in seno alla famiglia su una cugina caduta in disgrazia, la cui esistenza scialba e modesta avrebbe potuto governare e tenere sotto controllo in caso di necessità. Così, quando fece il suo ingresso nel convento di Santa Catalina e prese possesso dei vasti appartamenti, fece sistemare, come laica, anche Verónica de las Mercedes insieme alle domestiche; e il giorno del parto le mise fra le braccia il neonato come fosse stato partorito dal suo corpo arido; negletto e di dubbia fertilità, un corpo ermetico, senza ricordi e senza tracce di piaceri o concepimenti. Si limitò a comunicarlo alle madri superiori nel tono sicuro di chi sa di essere una persona insigne e stimata, e mise a tacere la loro irritata sorpresa raccontando la triste storia della cugina: costei si era innamorata di un commerciante forestiero (cileno, nel suo caso, la prima idea che le era venuta in mente forse per la vicinanza di quella terra), si era unita a lui nel sacro vincolo del matrimonio, aveva concepito un figlio e subito dopo era stata abbandonata. Da tale diserzione era sorta la necessità di entrare in convento, cosa che Suor María Trinidad, nella sua comprensiva protezione, aveva reso possibile offrendole un ambiente caldo all’interno del proprio seguito, una vera e propria corte che si era portata dietro in quel convento dove tutti erano lieti per quella sua fervida e pia vocazione.

Martínez, José Joaquín Martínez, così si chiamava il padre, era il primo nome che le era venuto in mente quando glielo avevano chiesto, senza sospettare che in quel momento stava dando origine a una lunga dinastia. Il piccolo José Joaquín – gli avevano dato il nome del padre anche se questi era sparito – crebbe e si formò nel candore vellutato del convento di Santa Catalina nella città di Arequipa, gattonando in mezzo a lunghe vesti grevi e maleodoranti, imparando a leggere il latino prima dello spagnolo e mangiando biscotti e frutti di mare a qualunque ora perché nessuno lo controllava.

Alla prematura morte di Suor María Trinidad, il giovane José Joaquín a soli sedici anni di età abbandonò il convento e la presunta madre Verónica de las Mercedes per andare, a quanto disse, alla ricerca del padre; il che significava tenere strette le briglie del cavallo e puntare diritto verso sud, sempre diritto, a sud del sud, con le bisacce piene della cospicua eredità che gli aveva lasciato colei che credeva essere sua zia.

Il Cile fu un caso, una parola pronunciata nella fretta, ma era il luogo dove José Joaquín aveva deciso di stabilirsi. Non trovò il padre, ma un bellissimo appezzamento di terra a sud della capitale che acquistò e fece proprio con lucenti monete d’oro.

Capitolo Uno

MEG O UNA LEZIONE SULL’OMBRA (SECONDO J. DONNE)

Santiago del Cile, settembre 2002

“Vorrei non avere il cuore, mi fa tanto male”.

Piccole donne, capitolo 18. MEG.

Se la gente del Pueblo aveva nutrito dubbi sulle intenzioni di Ada scoprendo che avrebbe attraversato l’oceano per accompagnare il feretro della vecchia Pancha che non vedeva da più di vent’anni, anche per Nieves era difficile considerarla un’idea sensata. Quella mattina, come la prua di una nave impazzita, la rosea aurora si schiantò sulle sue palpebre all’insinuarsi delle prime pulsazioni di quel giorno di settembre. Insonnolita si aggrappò all’ultima carezza del lenzuolo; è ancora presto, ancora un’ora di sonno. Dio che stanchezza, ancora un sonnellino… finché un sussulto le attraversò la mente: Ada! Alleluia, alleluia, l’aeroporto, il campanello che suona puntuale tra un’ora, Lola, la sua jeep enorme, e i preparativi, cugina prima lima limón, quando vieni Ada andremo al campo, campo, santo, pianto.

Aggirandosi per casa in silenzio per non svegliarne gli occupanti – movimenti perfezionati nel corso di precedenti reincarnazioni – uscì di corsa dalla doccia per precipitarsi nella minuscola cucina, ancora buia, mettere l’acqua sul fuoco e tagliare un paio di fette di pane del giorno prima; l’ennesima colazione, una delle mille colazioni preparate nel corso degli anni, ma oggi prende soltanto una tazza dallo scaffale e mette sulla piastra soltanto due fette di pane, non di più, oggi non si occuperà della famiglia, oggi lei è di partenza, oggi Ada torna al paese, oggi lei e Lola andranno a prenderla a Pudahuel e tutte e tre insieme imboccheranno la Norte Sur, lasciandosi alle spalle Santiago del Cile, e quando la città inizierà a diradarsi e si vedranno i primi, autentici paesaggi campestri, Lola riterrà che è tempo di mettere un CD e all’altezza di Paine ordinerà un caffè e un uovo sodo a San Fernando, quasi che il viaggio fosse ancora lungo come quando erano piccole.

Nieves si portò i vestiti in bagno per indossarli alla luce, li aveva già preparati la sera prima per non dover accendere la lampada in camera da letto all’indomani; in settembre le prime ore del mattino sono ancora buie, Raúl ha diritto di dormire come Dio comanda, il fatto che lei debba alzarsi presto non deve creargli problemi. Ha scelto la maglia rossa, le bionde stanno bene con il rosso, e Ada si veste sempre di nero, come tutte le francesi, il rosso eviterà a Nieves di sentirsi scialba, magari l’aiuta a perdere un po’ di timidezza, quel groppo – allo stomaco o in gola, dove sta il groppo? –, quel groppo che le impedisce di esprimersi liberamente, forse a frenarla è la sensazione che qualsiasi altra esistenza sia più pregevole e valida della sua, tutte hanno lottato per combinare qualcosa d’importante nella vita, tutte tranne lei, e allora forse l’invidia non farà la sua inesorabile e spietata apparizione. Ma no che non era invidiosa; la zia Casilda non diceva sempre che lei era la più affascinante? Quando ha iniziato a scombinarsi la domestica e adorabile Nieves, quando ha perduto ogni stimolo? Dovrà compiere uno sforzo titanico, le sue cugine non dovranno mai chiedersi che cosa le sia accaduto, in quale momento sia avvenuta la trasformazione.

Mentre usciva dalla doccia e si spalmava con cura la crema idratante su tutto il corpo, i polpastrelli disciplinati a evitare qualsiasi ruvidità, si ricordò che a venticinque anni era convinta che la giovinezza fosse gratuita ed eterna, pazza Nieves, come ti sarà venuto in mente, non lo sai che tutto ha un prezzo, anche ciò che pare insignificante? Aveva sempre trovato consolatorio il gesto di spazzolarsi i capelli, Nieves e Lola, le bionde di famiglia, le belle bambine, Lola sarà già uscita di casa? Abita così lontano, ai piedi della cordigliera, e come tutti quelli che abitano laggiù insiste nel dire che ci mette venti minuti ad arrivare in centro, ma sì con la Kennedy, e il traffico scorrevole, soltanto bugie, il suo quartiere è lontanissimo oltre a essere così algido nella sua eleganza, come è ricca Lola, già a dieci anni giurava che non sarebbe mai stata povera, a dieci anni, quando il denaro era per Nieves un concetto distante e astratto cui non aveva mai riservato un briciolo di considerazione, perché avrebbe dovuto farlo se al Pueblo tutto veniva regalato, le case immense, il calore dei caminetti e dei bracieri, la frutta, il miele e i dolciumi, il controllo perfetto di zia Casilda su coloro che vivevano e lavoravano lì, perché pensare ai soldi? La vita stessa era un regalo, i giochi, la complicità e la protezione, ed era stata lei a goderseli più a lungo, la cugina maggiore, una vita perennemente protetta la sua, nemmeno la morte del nonno l’aveva incrinata, non per niente c’erano la zia Casilda e anche gli zii, a modo loro… paura della miseria? Era matta Lola con i suoi presentimenti?

Entrò in punta di piedi nella camera da letto per prendere il portafoglio, guardò Raúl e senza aver bisogno di sfiorarlo ne constatò il sonno profondo, dormo con lui come con un fratello, aveva detto a Lola una volta, ma che cosa dici, Nieves, non si dorme mica con i fratelli (con i cugini invece sì), ma lei alludeva allo spirito fraterno, un fratello che ti scalda i piedi la notte, certo, non era stata quella la sua idea quando Oliverio glielo aveva presentato, quando lo aveva portato al Pueblo quell’estate, nonostante le obiezioni della zia Casilda, niente ospiti, non le piaceva la gente, in famiglia erano già abbastanza numerosi, non abbiamo bisogno di nessuno, eppure Oliverio l’aveva portato lì, perché Oliverio ha sempre fatto quello che voleva, per questo veniva rispettato dalla gente del Pueblo. Che faccia tosta, aveva detto Lola vedendolo arrivare con Raúl, Ada l’aveva zittita, e quando Nieves lo guardò la prima sera seduto al suo fianco in sala da pranzo, gli rivolse un sorriso seducente, era un amico di Oliverio dopotutto, il che spezzava qualunque barriera di diffidenza, studente di legge come il cugino: si vedeva già moglie di un avvocato di prestigio, si vedeva sempre moglie degli uomini che conosceva. Conquistarlo non fu un’impresa difficile, alla fine dell’estate i giochi erano fatti. L’eventualità che non sarebbe mai diventato né avvocato né prestigioso sfuggiva alle previsioni di Nieves a quel tempo, sebbene la zia Casilda l’avesse avvertita, non sposare il primo che ti fa la corte, agisci con calma. Ma a lei non interessava la calma, perché farlo se la sua vera vocazione era il matrimonio, perché agitarsi per fare la difficile, era così bello l’amico di Oliverio, così carino con quei riccioli crespi, castani, che gli ricadevano sulla fronte e quegli occhi verdi come gli occhi di lei, ma te lo immagini, le diceva Lola, te lo immagini come saranno verdi gli occhi dei tuoi figli, verde que te quiero verde, tanti figli con gli occhi verdi. Certo, non era stata un’estate tranquilla, non come lei avrebbe voluto, la storia di Ada aveva trafitto la solita allegria estiva, la sua fuga al campo nomadi, Oliverio che l’aveva riportata a casa, non stare a menarla, Nieves, gli zingari erano il minore dei problemi. Eppure Raúl era riuscito a sopravvivere a quell’increscioso episodio e la zia Casilda era corsa ai ripari e non fu necessario ritornare in città. Raúl all’inizio ammirava le sue belle mani, mani di latte come quella regina, non era Maria Antonietta che faceva il bagno nel latte d’asina per preservare il candore della pelle? Le sue mani candide come le mani della regina: quando ha smesso di usare i guanti di gomma per lavare i piatti? E quelle entrate in cucina stile medico chirurgo, abbigliata come gli angeli del focolare nei telefilm degli anni cinquanta, gloriose casalinghe con le gonne a campana, rigide per le sottogonne inamidate, e le magliette aderenti che sottolineavano seni ancora prorompenti come voleva la moda, e quel vezzoso grembiulino, donne che aspettavano il marito con la tavola imbandita e la cena nel forno. Lei era ancora piccola negli anni cinquanta; eppure le sue fantasie si arenavano in quel periodo, il più vanesio, quello che meglio di altri celebrava le giovani spose nelle case di periferia, e anche se il suo era un minuscolo appartamento nel quartiere di Providencia, senza fiori da raccogliere e nessun giardino da curare e correvano i tumultuosi anni settanta, lei si vedeva come le mogliettine della televisione: il primo giorno in cui Raúl ritornò a casa a cena dopo una giornata di lavoro, lei voleva aspettarlo con l’arrosto che aveva cucinato seguendo alla lettera le istruzioni di La cocina popular, un libro che le aveva regalato la piccola Luz, regalo di nozze bello e modesto, dove si insegnava tutto, da come accendere il forno a come preparare una torta Saint-Honoré, c’era tutto in quel libro che col passare del tempo avrebbe letto dall’inizio alla fine, ma quella prima sera l’arrosto non le venne bene, il calore del forno era troppo elevato e mentre obbligava Raúl ad aspettarla in sala da pranzo, alla tavola apparecchiata con la tovaglia e le candele come voleva il cerimoniale, lei se ne stava in cucina a piangere sul vassoio con la carne carbonizzata, carne bruciata, latte versato, non piangerci sopra.

 Poco dopo Raúl, affamato e perplesso, aveva fatto capolino in cucina per vedere che cosa stesse succedendo, perché mai Nieves ci mettesse tanto, e la scena di disperazione che gli si presentò davanti agli occhi lo commosse a tal punto che abbracciò alla vita la sposa novella e la portò al Kika, dove cenarono con panini al prosciutto e avocado, annegando la frustrazione nella birra. Con il passare del tempo Raúl sarebbe diventato un cuoco migliore di lei, ancora oggi, ogni tanto, si ritrova con Oliverio a mangiare prelibatezze; a mano a mano che gli uomini accumulano anni, Nieves ne è convinta, sostituiscono l’istinto sessuale con l’amore per la gastronomia, quale uomo sulla cinquantina non si dà da fare davanti ai fornelli come prima faceva a letto? E ogni sera ringraziano il cielo che la fame si riproduca così puntualmente, la certezza della sua comparsa li consola ogni volta che, saziata, svanisce: una promessa di vita a portata di mano. Più avanti, dopo la nascita dei gemelli, Nieves avrebbe ricordato quella scena da sposini con un’ondata di nostalgia, niente più soldi per il Kika, ogni centesimo con una destinazione ben stabilita, e anche se avesse avuto i soldi che ne avrebbe fatto dei figli mentre era al ristorante? Nelle mani di chi lasciarli, che cosa dar loro da mangiare? Prima che la cugina Luz partisse per l’estero, Luz, la più dolce e la più amata, poteva correre lei in caso di emergenza, era una bambinaia fantastica Luz, i gemelli l’adoravano, aveva tutte le ragioni di protestare per la sua partenza, se proprio vuole fare la carità cominci da casa sua, no, le aveva risposto Lola, noi non abbiamo bisogno di lei, e come no? Io sì che ho bisogno di lei, aveva pensato Nieves, ho davvero bisogno di lei, ma non aveva avuto il coraggio di manifestarlo, Luz era alla ricerca di cause collettive, dedizione totale, i piccoli guai della cugina poveraccia le andavano stretti. (Non manca mai una cugina poveraccia, vero Suor María Trinidad?) Nieves aveva imparato dalla zia Casilda che lamentarsi era peccato, e si sforzava di comportarsi stoicamente di fronte ai problemi economici che l’angustiavano; se lo avesse saputo, Ada le avrebbe suggerito di trovarsi un lavoro, Ada non avrebbe mai capito che la casa e i bambini erano una priorità per lei e abbandonarli era fuori discussione. (E poi quale mestiere sapeva fare? Quale capacità avrebbe potuto offrire sul mercato, chi avrebbe pagato per disporne?) Quando la 

segheria fallì e la casa del Pueblo andò in rovina e da un giorno all’altro si ritrovarono tutti nell’indigenza, Lola e Luz avevano dovuto combinare la loro vita di studentesse con una parallela vita di lavoro. Se fosse accaduto oggi, era solita dire Lola, non avrei potuto studiare, allora l’università era gratuita, grazie a questo oggi sono una libera professionista.

Con il portafoglio e la giacca in mano, Nieves andò in salotto ad aspettare l’arrivo di Lola, lo squillo del campanello. Un brivido la percorse tutta, faceva così freddo, le mattine a Santiago sono gelide fino a ottobre inoltrato, pensò se valesse la pena accendere la stufetta catalitica per così poco tempo; come ogni donna normale, Nieves detestava il freddo e la sua massima aspirazione prima di morire era di abitare in un posto con il riscaldamento centralizzato, chissà perché a Santiago sono tutti convinti che l’inverno sia mite, perché quando hanno iniziato a costruire non hanno tenuto conto di questo piccolo particolare? Ada dice che in Europa il problema non si pone, il riscaldamento ce l’hanno tutti, qui invece soltanto gli edifici più recenti e la gente ricca. Si 

guardò intorno e all’improvviso sentì che la casa le stava parlando. Non era la prima volta che le succedeva, lei e le pareti che si amalgamavano divenendo una cosa sola. Per istinto si portò le mani alle orecchie, invocando il silenzio.

Essere la più grande le aveva conferito un certo garbo, era indubbio, un misto di grazia e potere che, in teoria, nessuno le avrebbe mai portato via. Il nonno José Joaquín la coccolò come nessun’altra, la prima nipotina, la figlia del suo primogenito. Nieves fece il suo ingresso trionfale nella casa del Pueblo all’età di sei mesi con le sue alucce: l’angioletto della segheria. Se il nonno avesse sofferto perché non era nata maschio, non lo diede mai a vedere, come se l’eccessiva quantità di uomini in famiglia lo avesse lasciato esausto. E che con Nieves si interrompesse la linea del cognome non era poi così grave. Doveva essere capitato qualcosa di strano tra i nonni, chissà quale confusione genetica, visto che i loro figli avevano avuto soltanto figlie uniche. Nieves, Ada, Luz e Lola, ciascuna concepita per essere ed esistere in solitudine. Nieves non nutriva dubbi: il destino le aveva trasformate da cugine in quasi sorelle, perché nessuna di loro sapeva che cosa volesse dire avere fratelli consanguinei al cento per cento. Luz era stata l’unica ad avvicinarsi all’idea, perché suo padre, il più piccolo dei quattro Martínez, aveva sposato una vedova che aveva partorito un figlio parecchi anni prima, e al momento del matrimonio aveva adottato il bambino. Si chiamava Oliverio e per i casi della vita finì anche lui per chiamarsi Martínez, anche se non era nato con quel cognome. Per questo motivo l’unico nipote maschio del nonno non venne chiamato José Joaquín. Al momento dell’adozione, qualcuno suggerì che mentre gli cambiavano il cognome, potevano anche cambiargli il nome dandogli quello del nonno, ma la vedova si era opposta, il bambino ormai sapeva leggere, era un ometto, e non era giusto privarlo della sua identità.

Fin da tempi immemorabili tutti i suoi antenati si erano chiamati José Joaquín. (La zia Casilda era la depositaria della storia di famiglia: discendevano tutti da una monaca, lo sapevano? Una monaca peruviana e peccatrice! Le piaceva tanto quella storia, la raccontava sempre.) Nieves riordina in questo modo il suo albero genealogico: José Joaquín Martínez I, bisnonno, José Joaquín Martínez II, nonno, José Joaquín Martínez III, padre. Uno, due, tre, finito lì, i precedenti li ignora, sono troppo lontani dalla sua storia presente. José Joaquín I, il bisnonno, ebbe dieci figli e una figlia, Casilda. José Joaquín II, il nonno, essendo il primogenito aveva ereditato la segheria, e a sua volta aveva avuto soltanto quattro figli, tutti maschi, genitori delle quattro cugine. José Joaquín II, il nonno, alla sua morte aveva lasciato la segheria alla sorella Casilda, non al padre di Nieves che era il figlio maggiore. I nipoti della zia Casilda, pur non divenendo mai i legittimi proprietari della segheria, camparono a lungo del legname dei boschi circostanti.

Essere la più grande aveva comportato soltanto privilegi per Nieves, senza che dovesse fare nessuno sforzo per meritarseli, come succede sempre. Le altre cugine le obbedivano, la seguivano in tutto e per tutto e la ammiravano. Nei giochi, Nieves le nominava sue cameriere e le obbligava a servirla, una le metteva lo smalto sulle unghie, un’altra la pettinava, un’altra le cuciva i bottoni e le portava il tè.

(Lola: sei così bella Nieves, così elegante, voglio diventare come te.

Luz: tu sei il nostro puntello.

Ada: non credi che questa stoffa che hanno regalato a me starebbe meglio a te? Sei la più carina a indossare i vestiti.

Lola: insegnami a dire la frase giusta quando l’uomo che amo si fermerà davanti a me, spiegami che cosa devo fare, spiegami tutto!

Ada: quando sarò grande, chiamerò te per arredare la mia casa, così potrai insegnarmi tutte le cose difficili che devo saper fare: apparecchiare la tavola, allevare i figli, fare la moglie.

Luz, Luz e Luz: tu sei il nostro puntello.)

Tanti, tantissimi anni dopo, in quell’alba settembrina Nieves si chiede il significato del verbo puntellareIn punta di piedi entra nella camera da letto delle figlie e senza far rumore sfila dallo scaffale l’unico dizionario che c’è in casa, lei non ha mai posseduto un dizionario, non ne aveva bisogno. Passa in rassegna uno per uno tutti i sinonimi e si chiede se sia ancora in grado di effettuare l’azione descritta sulla pagina che sta leggendo. I caratteri stampati gliela fanno sembrare così severa, quasi inaccessibile: affermare, assicurare, appoggiare, consolidare, sostenere.

A mano a mano che crescevano e i loro diversi caratteri si andavano forgiando, comparvero similitudini che le accomunavano, Nieves e Lola da una parte, Ada e Luz dall’altra. Le prime due erano le più carine, le più affascinanti, le più fatue e sebbene Nieves non avesse l’intelligenza e l’ambizione di Lola, riconosceva in lei una sua pari, una legittima concorrente. La frivolezza salverà quelle due ragazzine, era solita dire la zia Casilda. Ma la differenza di età originava anche un’altra alleanza, le grandi e le piccole, e per questa ragione Ada sarebbe sempre stata la sua più intima amica. Ancora oggi Nieves si sente spezzare il cuore al ricordo dell’angoscia di Ada quando lei aveva deciso di sposarsi, non sopportava l’idea che la sua compagna di giochi avesse scelto di diventare adulta tranciando a tradimento quella rete d’acciaio che avevano costruito fin dalla più tenera infanzia. È troppo presto, Nieves, hai tutta la vita per farlo, si lamentava, ma che cosa dici, Ada, non è mai troppo presto per sposarsi, e se poi nessuno me lo propone più e rimango zitella? Ma abbiamo ancora tante cose da fare, Nieves, tante cose da fare… 

 

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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