“L’uomo nell’ombra” di Daniel Cole edito da Longanesi (estratto)

«Mi chiamo Emily Baxter e quello che mi aspetta è un compito impossibile, un enigma che sfida qualsiasi comprensione. Sono una detective di New Scotland Yard, sono fatta per questo lavoro. O così ho sempre creduto. Ma fermare questi omicidi sembra qualcosa al di là delle mie forze, e perfino di quelle dell’FBI e della CIA. Tutto per un semplice fatto: non muoiono solo le vittime, muoiono ogni volta anche gli assassini. Sempre in coppia, omicidio e suicidio. Qui a Londra, ma anche oltre oceano, a New York. C’è soltanto un aspetto che può aiutarmi a trovare chi tira i fili nell’ombra. Ma è anche ciò che più mi terrorizza. Perché, per quanto possano sembrare distanti, questi omicidi hanno una cosa in comune. Quella cosa ha un nome: il mio. Quella cosa sono io.»

 

Estratto

«E se Dio esistesse?

E se esistesse anche il paradiso?

E se esistesse anche l’inferno?

E se… e sottolineo se… ci fossimo tutti già dentro?»

Prologo

Mercoledì 6 gennaio 2016

Ore 9.52

«Dio non esiste. Punto.»

L’ispettore capo Emily Baxter osservò la propria immagine nel vetro riflettente della stanza degli interrogatori, in attesa che l’ingrata verità appena enunciata suscitasse qualche reazione nei suoi interlocutori in trepida attesa.

Nulla.

Baxter era molto provata. Dimostrava cinquant’anni, altro che trentacinque. Aveva il labbro superiore cucito con spessi punti di sutura neri che le facevano male ogni volta che parlava, ricordandole cose che avrebbe preferito dimenticare, sia vecchie sia più recenti. I graffi sulla fronte non si decidevano a guarire, aveva stecche sulle dita fratturate, e sotto i suoi vestiti fradici si celava un’altra decina di lesioni.

Ostentando un’aria annoiata, Baxter si girò verso i due uomini seduti al tavolo davanti a lei. Entrambi rimasero zitti. Lei sbadigliò e cominciò a giocherellare con i suoi lunghi capelli castani, passando le poche dita sane in un groviglio creato da tre giorni di shampoo secco. Non le poteva importare di meno che la sua ultima affermazione avesse evidentemente urtato l’agente speciale Sinclair, l’americano calvo e imponente che ora scribacchiava qualcosa su un foglio con un’intestazione elaborata.

Atkins, l’intermediario della Metropolitan Police, non faceva una bella figura accanto a quello straniero così elegante. Baxter aveva passato buona parte dei cinquanta minuti precedenti a cercare di capire di che colore fosse in origine la sua camicia marroncina. La cravatta gli penzolava dal collo come se fosse stata annodata da un boia in vena di filantropia; e l’estremità ciondolante non riusciva a coprire una recente macchia di ketchup.

Alla fine Atkins decise di approfittare del silenzio per dire la sua: «Immagino le interessanti discussioni che avrà intavolato con l’agente speciale Rouche, a questo proposito».

Il sudore gli colava sui lati del cranio rasato: merito delle lampade sopra le loro teste e del termosifone nell’angolo, che sparava aria calda e aveva trasformato in una pozzanghera sporca la neve delle loro quattro paia di impronte sul pavimento di linoleum.

«Cioè?» chiese Baxter.

«Secondo il suo dossier…»

«Fanculo il suo dossier», lo interruppe Sinclair. «Ho lavorato con Rouche, e so per certo che era un bravo cristiano.»

L’americano sfogliò la cartelletta ben ordinata alla sua sinistra, estraendone un foglio scritto da Baxter di proprio pugno. «Parrebbe esserlo anche lei, almeno stando alla domanda che ha inoltrato per la posizione che ricopre al momento.»

Guardò Baxter negli occhi, godendo del fatto che quella piantagrane si fosse contraddetta: quasi avesse ristabilito l’ordine dell’universo dimostrando che lei in realtà non era affatto una miscredente ma aveva solo cercato di provocarlo.

Baxter, per conto suo, sembrava sempre più annoiata. «Sono arrivata alla conclusione che, in generale, la gente è stupida», iniziò. «E molti sono convinti, a torto, che esista un legame tra credulità e rigore morale. Quanto alla domanda, volevo solo un aumento di stipendio.»

Sinclair scosse la testa disgustato, come se non credesse alle sue orecchie.

«Quindi ha mentito? Bell’esempio di rigore morale, il suo.» Abbozzò un sorrisetto mentre prendeva altri appunti.

Baxter fece spallucce. «Mi sembra un ottimo esempio di quanto sia ormai dilagante la credulità altrui.»

Il sorrisetto di Sinclair si spense.

«C’è un motivo per cui vuole convertirmi?» chiese Baxter, ormai decisa a esasperare il suo interlocutore. Che si alzò e si allungò verso di lei.

«È morto un uomo, ispettore capo!»

Baxter non fece una piega.

«Non è l’unico… dopo tutto quello che è successo», mormorò, prima di ribattere con tono caustico: «E non capisco perché voi abbiate intenzione di sprecare il nostro tempo preoccupandovi dell’unica persona che se lo meritava».

«Se insistiamo tanto», intervenne Atkins cercando di calmare le acque, «è perché accanto al cadavere sono stati trovati elementi di prova di natura… religiosa.»

«Potrebbe averli lasciati chiunque», disse Baxter.

Dallo sguardo che si scambiarono i due uomini, lei capì che le stavano nascondendo qualcosa.

«Ha informazioni riguardo l’ubicazione attuale dell’agente speciale Rouche?» le chiese Sinclair.

Baxter sbuffò. «Per quanto ne so, l’agente speciale Rouche è morto.»

«Vuole continuare a sostenere questa tesi?»

«Per quanto ne so, l’agente speciale Rouche è morto», ripeté Baxter.

«Quindi lei ha visto il suo cada…»

La dottoressa Preston-Hall, consulente psichiatrico della Metropolitan Police, si schiarì ostentatamente la voce. Sinclair capì il messaggio e troncò la frase a metà. Tornò a sedersi e fece un cenno verso il vetro riflettente. Atkins scrisse qualcosa sul suo taccuino malconcio e lo passò alla dottoressa.

Preston-Hall era un’elegante sessantenne il cui costoso profumo non riusciva a coprire il tanfo di scarpe fradice in quella stanza. Sfoggiava autorevolezza e aveva precisato che avrebbe interrotto le domande in qualunque momento, qualora le avesse ritenute dannose per il percorso di recupero della sua paziente. Prese il taccuino macchiato di caffè e lesse quello che aveva scritto Atkins, con l’aria di una professoressa che abbia appena intercettato il bigliettino di uno studente.

Era rimasta in silenzio quasi un’ora, e a quanto pareva non aveva nessuna voglia di parlare, per cui si limitò a scuotere la testa verso Atkins.

«Che c’è scritto?» chiese Baxter.

La dottoressa la ignorò.

«Che c’è scritto?» ripeté Baxter. E poi, rivolta a Sinclair: «Faccia la sua domanda».

Sinclair sembrava combattuto.

«Su, parli», insistette Baxter.

«Emily!» scattò la dottoressa. «Non dica nulla, signor Sinclair.»

«Tanto vale che me lo chieda», lo sfidò Baxter. «Riguarda la stazione? Vuole farmi domande su ciò che è successo alla stazione?»

«Il colloquio è finito», annunciò la dottoressa Preston-Hall, alzandosi.

«Me lo chieda!» gridò Baxter, coprendo la sua voce.

Aggrappandosi all’ultima possibilità di ottenere una risposta, Sinclair decise di andare avanti. Delle conseguenze si sarebbe preoccupato dopo. «Secondo la sua deposizione, lei crede che l’agente speciale Rouche fosse tra le vittime.»

La dottoressa Preston-Hall alzò le mani, esasperata.

«Non era una domanda», disse Baxter.

«Ha visto il suo cadavere?»

Per la prima volta Sinclair vide Baxter vacillare, ma invece di rallegrarsene si sentì in colpa. Gli occhi le divennero lucidi, mentre la domanda la faceva tornare laggiù, intrappolandola per un attimo nel passato.

Aveva la voce rotta quando alla fine sussurrò la risposta: «Anche se l’avessi visto, non avrei potuto riconoscerlo».

Nel silenzio teso che seguì, tutti pensarono a quanto fossero sconvolgenti quelle poche parole.

«Come le è sembrato?» finì per farfugliare Atkins, quando il silenzio divenne insopportabile.

«Chi?»

«Rouche.»

«In che senso?» chiese Baxter.

«Dal punto di vista emotivo.»

«Quando?»

«L’ultima volta che l’ha visto.»

Baxter ci pensò un momento e poi le venne spontaneo sorridere. «Sollevato.»

«Sollevato?»

Baxter annuì.

«Sembra che gli fosse affezionata», continuò Atkins.

«Non particolarmente. Era un collega intelligente e preparato… malgrado i suoi evidenti difetti», rispose Baxter.

I suoi grandi occhi marroni, sottolineati dal trucco scuro, erano puntati su Sinclair, in attesa di una reazione. Questi si morse il labbro e guardò un’altra volta il vetro riflettente, come per mandare a quel paese chi gli aveva rifilato una rogna così brutta.

Atkins si prese la responsabilità di terminare il colloquio. Adesso aveva chiazze scure sotto le ascelle, e non si era accorto che le due donne avevano tirato un po’ indietro le proprie sedie, per non sentire l’odore.

«Leggo che ha fatto perquisire l’appartamento dell’agente Rouche.»

«Infatti.»

«Vuol dire che non si fidava di lui?»

«No.»

«E ora, prova un senso di lealtà nei suoi confronti?»

«Nessuno.»

«Ricorda qual è l’ultima cosa che le ha detto?»

Baxter sembrava non poterne più. «Per quanto ne abbiamo ancora?»

«Abbiamo quasi finito. Risponda alla domanda, per favore.» Atkins aveva posato la penna sul taccuino.

«Vorrei andare», disse Baxter alla dottoressa.

«Certo», rispose seccamente Preston-Hall.

«C’è un motivo per cui non può rispondere a questa semplice domanda?» chiese Sinclair in tono accusatorio.

«Vuole che risponda?» Baxter era furibonda. «Ecco.» Rifletté un attimo, e poi si sporse sul tavolo per guardare negli occhi l’americano.

«Dio… non… esiste.» E fece un sorrisetto.

Atkins riprese la penna e la sbatté sul tavolo mentre Sinclair si alzava, facendo cadere la sedia metallica sul pavimento prima di uscire di filato dalla stanza.

«Contenta?» sospirò stancamente Atkins. «Grazie per la collaborazione, ispettore capo. Abbiamo finito.»

CINQUE SETTIMANE PRIMA

Capitolo 1

Mercoledì 2 dicembre 2015

Ore 6.56

Il fiume gelato scricchiolava e strideva come se si stesse girando nel sonno sotto le luci della metropoli. Numerose imbarcazioni intrappolate nel ghiaccio e lì dimenticate affondavano pian piano nella neve, mentre l’isola su cui sorgeva la città era temporaneamente unita al continente.

Il lento sorgere del sole su un incerto orizzonte bagnò il ponte con una luce arancione, gettando un’ombra netta sul ghiaccio sottostante: tra gli archi maestosi un reticolo di cavi si intrecciava nella neve fresca. Una ragnatela che durante la notte aveva catturato una preda.

Come una mosca che si fosse spezzata nel tentativo disperato di liberarsi, contorto in una posizione innaturale, il cadavere di William Fawkes nascondeva la vista del sole.

Capitolo 2

Martedì 8 dicembre 2015

Ore 18.39

La notte premeva alle finestre di New Scotland Yard, e la condensa rendeva indistinte le luci della città.

Tranne due brevi pause per andare in bagno e fare rifornimento di cancelleria, da quando era arrivata quella mattina Baxter non era uscita dal suo minuscolo ufficio al comando della Omicidi. Rimase a guardare la pila di scartoffie in precario equilibrio sul bordo della scrivania, proprio sopra il cestino dei rifiuti, e dovette resistere alla tentazione di non dare un colpetto nella direzione giusta.

A trentaquattro anni, era diventata uno degli ispettori capo donna più giovani nella storia della Metropolitan Police, anche se questa rapida ascesa di grado era stata sia imprevista sia accolta con scarso entusiasmo. Se si era liberato un posto e lei aveva bruciato le tappe, si doveva essenzialmente al caso Ragdoll e al fatto che l’estate dell’anno prima lei avesse catturato il famigerato serial killer.

L’ultimo ispettore capo, Terrence Simmons, era stato costretto alle dimissioni dalle cattive condizioni di salute, aggravate a detta di tutti dal fatto che il commissario avesse minacciato di espellerlo nel caso non se ne fosse andato spontaneamente. Si trattava del consueto rituale a uso di un’opinione pubblica disillusa, analogo al sacrificio di un innocente per placare divinità costantemente irascibili.

Baxter condivideva lo stato d’animo degli altri colleghi: indignata che il suo predecessore fosse stato usato come capo espriatorio, ma sollevata che non fosse toccata a lei. Non aveva nemmeno preso in 

considerazione di fare domanda per il posto che si era liberato finché il commissario non le aveva detto che era suo, nel caso fosse interessata.

Baxter fece scorrere gli occhi sulla cella dalle pareti di truciolato, con la moquette sporca e lo schedario ammaccato (chissà quali preziosi documenti erano sepolti nell’ultimo cassetto che non era mai riuscita ad aprire), e si chiese chi gliel’avesse fatto fare.

Dall’ufficio principale arrivarono degli urrà, ma Baxter non se ne accorse neanche. Era concentrata su una lettera di protesta a proposito dell’agente Saunders. Lo si accusava di avere usato un termine ingiurioso nel riferirsi al figlio del querelante. L’unico dubbio di Baxter riguardava la relativa moderazione dell’insulto in questione. Cominciò a scrivere una risposta ufficiale, ma arrivata a metà le passò la voglia, appallottolò la lettera e la buttò verso il cestino.

Qualcuno bussò timidamente alla porta e un’agente intimorita sgattaiolò dentro. Raccolse le palline di carta sul pavimento e le depositò nel cestino prima di sfoggiare la sua abilità del gioco del Jenga depositando un’ulteriore cartelletta sull’instabile pila delle scartoffie.

«Scusi se la disturbo», disse, «ma il sergente Shaw sta per fare il discorso. Ho pensato che magari…»

Baxter disse una parolaccia e appoggiò la testa sulla scrivania. «Presente!» gemette, ricordandosi solo allora che razza di giorno era quello.

L’agente rimase nervosamente in attesa di istruzioni. Dopo un po’, non sapendo se Baxter si fosse addormentata, uscì.

Baxter finì per alzarsi e si trascinò fino all’ufficio principale, dove una folla circondava la scrivania del sergente Finlay Shaw. Alla parete era appeso uno striscione comprato dallo stesso Shaw vent’anni prima per un suo collega:

CI MANCHERAI!

Sulla scrivania accanto erano in bella mostra alcune ciambelle prese al supermercato; l’entità dello sconto evidenziato sull’etichetta non indicava se fossero solo rafferme o anche immangiabili.

Risate di cortesia accolsero le stridule parole con cui l’agente scozzese minacciò Saunders di dargli un ultimo pugno sul muso prima di andare in pensione. Adesso ci potevano ridere sopra, ma l’ultimo incidente di questo tipo aveva avuto come risultato una rinoplastica, due audizioni disciplinari e, per quanto riguardava Baxter, ore e ore di documenti da compilare.

Baxter odiava quelle goffe cerimonie, così aliene dalle innumerevoli occasioni in cui l’interessato se l’era vista brutta sul campo e dai tanti ricordi poco piacevoli che si sarebbe portato a casa dopo decenni di servizio. Così rimase in fondo alla stanza, anche se sorrideva con affetto al vecchio amico. Era il suo ultimo alleato in quel posto, l’unica faccia amichevole rimasta, e adesso anche lui se ne sarebbe andato. Non gli aveva comprato neanche un biglietto.

Il telefono del suo ufficio cominciò a suonare.

Baxter lo ignorò, mentre Finlay era poco convincente nel fare finta che il whisky che gli avevano comprato fosse il suo preferito. Che invece era il Jameson. Come per Wolf.

Baxter si immerse nei ricordi. L’ultima volta che aveva visto Finlay in una situazione informale gli aveva offerto da bere. Era successo quasi un anno prima. Lui le aveva confessato che non si era mai pentito della propria mancanza di ambizioni. E l’aveva avvertita che fare l’ispettore capo non era un lavoro adatto a lei, che si sarebbe annoiata e mangiata il fegato. E lei non gli aveva dato retta, perché ciò che cercava non era tanto la promozione quanto un diversivo, un cambiamento, una fuga.

Il telefono nel suo ufficio riprese a squillare, e Baxter lanciò un’occhiataccia alla sua scrivania. Finlay stava leggendo l’ennesima variazione sul tema Ci manchi già scritta su un biglietto d’auguri dei minions, di cui qualcuno aveva ritenuto a torto che lui fosse un fan.

Baxter controllò l’ora. Per una volta intendeva uscire presto dall’ufficio. Ne aveva bisogno.

Intanto Finlay, messo da parte il biglietto con una risatina, cominciò commosso il discorso d’addio. Si era ripromesso di evitare sbrodolature, anche perché non gli era mai piaciuto parlare in pubblico.

«… Sul serio, vi ringrazio. Gironzolo da queste parti sin da quando New Scotland Yard era davvero nuova…» Fece una pausa sperando che almeno qualcuno ridesse. Ma le sue capacità oratorie erano pessime, e aveva bruciato la sua battuta migliore. Comunque continuò, sapendo che da lì in poi sarebbe stata tutta discesa.

«Questo posto e la gente che ci lavora per me sono diventati qualcosa di più di un ufficio con dei colleghi. Per me voi siete una seconda famiglia.»

Una donna in prima fila si asciugò le lacrime. Finlay cercò di sorriderle per farle capire che anche lui provava la stessa emozione e che l’aveva riconosciuta, per quanto vagamente. E poi fece scorrere lo sguardo sui presenti, cercando l’unica persona a cui era effettivamente indirizzato il suo messaggio d’addio.

«Ho avuto il piacere di veder crescere alcuni di voi. Ho visto reclute giovani e arroganti diventare» – a questo punto sentì inumidirsi gli occhi – «donne forti, indipendenti, belle e coraggiose… e lo stesso vale per gli uomini», aggiunse, nel timore di essersi scoperto troppo. «Voglio che sappiate che è stato un vero piacere lavorare insieme e che sono sinceramente orgoglioso di voi. Grazie.»

Si schiarì la voce e sorrise ai colleghi che lo applaudivano, scorgendo finalmente Baxter. Era alla sua scrivania, con la porta chiusa, gesticolando concitata mentre parlava al telefono. Finlay sorrise di nuovo, anche se mestamente, mentre i colleghi si disperdevano, lasciandolo solo a raccogliere le sue cose e sgombrare per l’ultima volta la postazione.

I ricordi lo facevano indugiare mentre staccava le fotografie che per anni erano state appese alle sue spalle. Una in particolare, raggrinzita e sbiadita dal tempo, catturò i suoi pensieri: era quella di una festa di Natale alla stazione di polizia. Una ghirlanda di fiori di carta copriva l’incipiente calvizie di Finlay, con gran divertimento del suo amico Benjamin Chambers, che teneva Baxter sottobraccio. Doveva essere l’unica foto in cui la si vedeva sorridere. E di lato spuntava Will… Will Wolf, che perdeva ingloriosamente la scommessa di sollevare Finlay da terra. Prima di mettere in uno scatolone ciò che rimaneva ripose con cautela la foto nella tasca del giubbotto.

Uscendo dall’ufficio, esitò. Aveva la sensazione che la lettera dimenticata che aveva scoperto in fondo al cassetto della scrivania non gli appartenesse. Rifletté se lasciarla lì o farla a pezzetti, ma alla fine la infilò nello scatolone sotto le cianfrusaglie e si diresse verso l’ascensore.

L’ennesimo segreto che non avrebbe condiviso con nessuno, immaginò.

Alle 19.49 Baxter era ancora alla sua scrivania. Ogni venti minuti aveva mandato un sms per scusarsi del ritardo e promettere di staccare appena possibile. Il suo capo non solo le aveva fatto perdere il discorso di addio di Finlay, ma stava sabotando il suo primo appuntamento dopo mesi e mesi. E le aveva chiesto di rimanere finché non fosse arrivata.

Non c’era amore tra le due donne. Vanita ci sapeva fare con i media, e non aveva fatto mistero di essere contraria alla promozione di Baxter. Dopo avere lavorato con lei al caso Ragdoll, aveva riferito al commissario che Baxter era polemica, presuntuosa e priva di qualunque forma di rispetto per l’autorità, per tacere del fatto che continuava a considerarla responsabile della morte di una delle vittime. Agli occhi di Baxter, Vanita era una serpe che pensava solo alle pubbliche relazioni e non aveva esitato a lasciare Simmons nella merda appena si erano profilati guai all’orizzonte.

A peggiorare le cose, Baxter aveva appena aperto un’email, spedita in automatico dall’archivio, che le ricordava per l’ennesima volta che Wolf doveva ancora restituire svariati dossier. Scorse il lungo elenco, riconoscendo alcuni dei casi.

Bennett, Sarah: la donna che aveva annegato il marito nella piscina di casa. Baxter era abbastanza sicura che il fascicolo le fosse scivolato dietro il termosifone della sala riunioni.

Dubois, Léo: un caso di accoltellamento apparentemente semplice che pian piano era diventato uno dei più intricati degli ultimi anni, tra traffico di droga, di armi e di esseri umani.

Quanto si erano divertiti lei e Wolf, quella volta.

In quell’attimo Baxter scorse Vanita che varcava la soglia dell’ufficio seguita da altre due persone, e così perse ogni residua speranza di essere fuori per le otto di sera. Non si scomodò per alzarsi quando Vanita aprì la porta e la salutò con una consumata cordialità che sembrava quasi autentica.

«Ispettore capo Emily Baxter, le presento l’agente speciale Elliot Curtis dell’FBI», annunciò, sistemandosi i capelli neri.

«È un onore», disse l’alta donna nera in questione, porgendo la mano a Baxter. Indossava un vestito di taglio maschile, sfoggiava un trucco impercettibile e capelli tirati così tanto all’indietro da sembrare che se li fosse rasati. Dimostrava poco più di trent’anni, ma Baxter avrebbe scommesso che fosse più giovane.

«E lui è l’agente speciale…»

«Non dev’essere un’impresa diventare agenti speciali», la interruppe Baxter, «visto che ne contiamo già due in questo striminzito e modesto ufficio o presunto tale.»

Vanita la ignorò.

«Stavo dicendo che lui è l’agente speciale Damien Rouche della CIA.»

«Rooze?» chiese Baxter.

«Rouch?» fece Vanita, non più certa della pronuncia.

«Penso si dica Rouche, come ’woosh’», intervenne Curtis, lanciando un’occhiata all’interessato, in cerca di conferma.

Rouche, che sembrava avere la testa altrove, fece un sorriso di cortesia, salutò la perplessa Baxter pugno contro pugno e si piazzò su una sedia senza dire una parola. Doveva essere prossimo alla quarantina, aveva i capelli rasati sui lati e un ciuffo sale e pepe leggermente fuori misura. Osservò la pila pericolante di scartoffie e il cestino sottostante, poi sogghignò. Indossava una camicia bianca con il colletto sbottonato e un vestito blu che non era nuovo ma gli stava a pennello.

Baxter si rivolse a Vanita, in attesa.

«Gli agenti Curtis e Rouche sono appena arrivati dagli Stati Uniti», disse Vanita.

«Posso capire», disse Baxter in tono più cortese di quanto avrebbe voluto. «Ma stasera sono un po’ di fretta, quindi…»

«Permette, comandante?» chiese Curtis educatamente a Vanita, prima di rivolgersi a Baxter. «Ispettore capo, di certo avrà saputo del cadavere rinvenuto quasi una settimana fa. Bene…»

Baxter la guardò senza alcuna espressione, bloccandola.

«New York? Il ponte di Brooklyn?» le chiese Curtis incredula. «Il cadavere appeso? Se n’è parlato in tutto in mondo.»

Baxter soffocò uno sbadiglio.

Rouche frugò nella tasca del soprabito. Curtis pensò che stesse cercando qualcosa di utile, ma lui estrasse un pacchetto gigante di gelatine alla frutta e lo aprì. Accorgendosi dell’espressione contrariata della collega, gliene offrì una.

Curtis lo ignorò, aprì la sua borsa e tirò fuori un fascicolo. Dentro c’erano una serie di fotografie, che dispose sulla scrivania.

D’un tratto Baxter capì perché quella gente era venuta fin lì. La prima foto era stata scattata dalla strada, dal basso verso l’alto. Contro le luci dei grattacieli si stagliava un corpo, appeso tra i cavi decine di metri più su. Gli arti erano contorti in una posizione innaturale.

«Non lo abbiamo ancora comunicato ufficialmente, ma il nome della vittima è William Fawkes.»

Per un attimo Baxter smise di respirare. Già si sentiva debole per il calo degli zuccheri, ma adesso temette di svenire. Con le dita che tremavano, percorse la sagoma disarticolata che si stagliava sul celebre ponte. Sentiva pesare su di sé lo sguardo degli altri tre; magari stavano riesumando i loro dubbi sull’insoddisfacente rapporto che lei aveva fatto dei drammatici eventi con cui si era chiuso il caso Ragdoll.

Curtis le rivolse un’occhiata incuriosita e continuò.

«Non quel William Fawkes», disse lentamente, allungando la mano per sollevare la foto e mostrare un primo piano della vittima: nuda, sovrappeso e sconosciuta.

Baxter si mise una mano davanti alla bocca, ancora troppo scossa per rispondere.

«Lavorava per la P.J. Handerson, una banca di investimenti. Aveva moglie e due figli… È evidente che qualcuno ha voluto mandarci un messaggio.»

Baxter si era ripresa abbastanza da passare in rassegna le altre fotografie, che ritraevano il cadavere da vari punti. Questa volta era intero, senza cuciture. Un uomo sulla cinquantina, nudo come un verme.

Il braccio sinistro era disarticolato e sul petto gli era stata incisa la parola bait, «esca». Finito che ebbe di vedere le foto, le ridiede a Curtis.

«Esca?» chiese, senza rivolgersi a nessuno in particolare.

«Forse adesso capisce perché abbiamo pensato dovesse esserne informata», spiegò Curtis.

«A dire il vero no», replicò Baxter, che stava rapidamente riprendendo possesso di sé.

Curtis, interdetta, si rivolse a Vanita: «Mi aspettavo che soprattutto il suo dipartimento…»

«Ha idea di quanti siano stati l’anno scorso, in Inghilterra, i delitti commessi sulla falsariga del caso Ragdoll?» la interruppe Baxter. «Sette, per quanto ne so. E tenga conto che cerco di saperne il meno possibile.»

«Quindi ciò che le ho mostrato non le interessa.»

Baxter non vedeva motivo perché quell’ultimo orrore meritasse più tempo degli altri cinque, contenuti nei fascicoli che quella mattina erano arrivati sulla sua scrivania. «Di pazzi ce n’è ovunque», disse facendo spallucce.

Rouche quasi si strozzò con una gelatina.

«Datemi retta, Lethaniel Masse era un serial killer intelligente, pieno di risorse e molto attivo. Questi altri sono solo sballati che si divertono a infierire sui cadaveri prima che li arresti qualche sbirro del posto.»

A quel punto Baxter chiuse il computer e prese la borsa, pronta ad andarsene.

<<Un mese e mezzo fa ho dato un pacchetto di Smarties a un imitatore del nostro serial killer. Non arrivava al metro di statura e quando gli ho aperto la porta ha esclamato: ’Dolcetto o scherzetto?’ O vogliamo parlare del sedicente artista che ha cucito insieme un mucchio di pezzi di animali morti e li ha esposti alla Tate Modern, dove adesso sono ammirati da masse di sedicenti intellettuali?»

Rouche scoppiò a ridere.

«C’è pure qualche bastardo pervertito che ci sta facendo sopra uno show televisivo. La Ragdoll ormai è dappertutto, e il nostro obiettivo è riuscire a sbarazzarcene», concluse Baxter.

Non le sfuggì che Rouche stava osservando l’interno del suo pacchetto di gelatine.

«Il suo collega è muto?» chiese Baxter a Curtis.

«Preferisce ascoltare», rispose quest’ultima risentita, come se fosse già stanca delle eccentricità di Rouche dopo appena una settimana di lavoro condiviso.

Baxter fissò l’agente speciale della CIA.

«Sono cambiate», finì per biascicare Rouche mentre si metteva in bocca una manciata di gelatine multicolori, accorgendosi che le tre donne erano in attesa di un suo contributo.

Con sorpresa di Baxter, il suo accento era impeccabilmente britannico.

«Cambiate cosa?» gli chiese, sospettando che volesse prenderla in giro.

«Le gelatine», rispose Rouche, pulendosi un dente con un’unghia. «Non hanno più il sapore di una volta.»

Curtis si sfregò la fronte, imbarazzata ed esasperata. Baxter alzò le mani, fissando Vanita con impazienza.

«Adesso devo proprio andare», annunciò in tono deciso.

«Abbiamo motivo di credere che non si tratti di un ennesimo emulatore, ispettore capo», insistette Curtis indicando le fotografie, nel tentativo di ristabilire un clima di ufficialità.

«Ha ragione», disse Baxter. «Infatti qui non abbiamo nemmeno un emulatore. Non vedo tracce di cuciture.»

«C’è stato un secondo omicidio.» Curtis aveva improvvisamente alzato la voce, ma tornò subito al tono professionale. «Due giorni fa. Per fortuna la particolare ubicazione della scena del crimine ci ha permesso di evitare che i media fossero informati dell’accaduto, almeno per il momento. Anche se, realisticamente parlando, è difficile tenere nascosto un fatto di tale…» Lanciò invano un’occhiata a Rouche perché le venisse in aiuto. «… un fatto di tale natura per più di un altro giorno.»

«E cosa sarà mai?» chiese Baxter, scettica.

«Abbiamo da chiederle un piccolo favore», disse Curtis.

«E uno grande», aggiunse Rouche. L’accento britannico era ancora migliore adesso che non aveva la bocca piena.

Baxter lo guardò storto, cosa che fece anche Curtis. Ma poi Vanita gelò con lo sguardo Baxter prima che potesse muovere obiezioni. Tanto per ristabilire l’equilibrio, Rouche lanciò un’occhiataccia a 

Vanita, mentre Curtis esponeva la sua richiesta a Baxter: «Vorremmo fare delle domande a Lethaniel Masse».

«È per questo che ci sono di mezzo sia la CIA sia l’FBI», commentò Baxter. «Omicidio in territorio statunitense e sospetto inglese. Be’, fate pure», aggiunse con un’altra alzata di spalle.

«Ovviamente vorremmo che lei fosse presente.»

«Non se ne parla neanche. Non c’è un solo motivo per cui potrebbe essere utile la mia presenza. A leggere quattro domande, immagino che siate capaci anche voi.»

Rouche sorrise come se avesse apprezzato il sarcasmo.

«Naturalmente saremo più che lieti di aiutarvi in ogni modo possibile, vero, ispettore capo?» intervenne Vanita sgranando gli occhi dalla rabbia. «Il rapporto di amicizia e collaborazione che ci lega a CIA e FBI richiede che…»

«Cristo!» scattò Baxter. «Bene. Verrò e vi terrò per mano. Mentre quale sarebbe il piccolo favore?»

Rouche e Curtis si scambiarono un’altra occhiata, e anche Vanita sembrò a disagio in attesa che qualcuno si decidesse a parlare.

«Era questo il piccolo favore», disse Curtis a bassa voce.
Baxter sembrò sul punto di esplodere.

«Quello che vorremmo è che lei esaminasse la scena del crimine», continuò Curtis.

«Non ci sono delle foto?» chiese Baxter, sforzandosi di non urlare.

Rouche protese il labbro inferiore e scosse la testa.

«Il commissario ha già autorizzato la sua trasferta a New York e nel frattempo la sostituirò io», la informò Vanita.

«Tanti auguri», ribatté Baxter seccamente.

«Vedrà che nessuno sentirà la sua mancanza», disse Vanita, facendo cadere per un attimo la sua maschera di ufficialità.

«È ridicolo! Come potete pensare che possa esservi d’aiuto in un caso completamente diverso dall’altro lato dell’oceano?»

«Infatti», rispose Rouche, con una franchezza che spiazzò Baxter. «Per quanto ci riguarda, è un’assoluta perdita di tempo.»

«Quello che sta cercando di dire il mio collega», intervenne Curtis, «è che l’opinione pubblica americana non vedrà questo caso con i nostri occhi. Vedranno omicidi Ragdoll dappertutto, e saranno felici nel sapere che la persona che ha catturato il serial killer sta dando la caccia a questi nuovi mostri.»

«Mostri?» chiese Baxter.

Adesso fu Rouche a lanciare uno sguardo di rimprovero alla collega. A quanto pareva si era lasciata sfuggire qualcosa che non avrebbe dovuto ancora rivelare. In ogni caso, il silenzio che seguì fece capire a Baxter che l’agente dell’FBI aveva rialzato la guardia.

«Quindi si tratta solo di pubbliche relazioni?» chiese Baxter.

«Non mi risulta che di solito facciamo molto di più, ispettore capo», ribatté Rouche con un sorriso.

Capitolo 3

Martedì 8 dicembre 2015

Ore 20.53

«Ciao. Scusate per il mostruoso ritardo», disse Baxter aprendo la porta e togliendosi le scarpe prima di entrare in soggiorno. La zaffata di aria fredda non coprì gli odori deliziosi che provenivano dalla cucina. La musica che usciva dalle casse dell’iPod era quella di un’innocua compilation di Starbucks.

La tavola era stata preparata per quattro, e la luce arancione delle candele metteva in risalto i capelli rossi e spettinati di Alex Edmunds. Il suo ex collega allampanato ciondolò goffamente, con una bottiglia di birra vuota in mano.

Anche se era alta, Baxter dovette alzarsi in punta di piedi per dargli un bacio.

«E Tia dov’è?» chiese all’amico.

«Sta telefonando alla babysitter… per l’ennesima volta», rispose lui.

«Sei tu?» la chiamò una voce baritonale dalla cucina.

Baxter non rispose. Era troppo stanca e non aveva voglia di essere coinvolta nei preparativi della cena.

«Guarda che qui c’è del vino!» aggiunse scherzosa la voce di prima.

Ciò convinse Baxter a entrare in una cucina che sembrava uscita da una rivista d’arredamento e dove, sotto le luci basse, un’intera batteria di costose pentole era sui fornelli. Un uomo che indossava una camicia sotto un grembiule sovraintendeva il tutto, dando ogni tanto una mescolata o rialzando la fiamma. Andò incontro a Baxter e le diede un rapido bacio sulle labbra.

«Mi sei mancata», disse Thomas.

«E il vino di cui parlavi?» gli ricordò lei.

Thomas rise e le riempì un bicchiere.

«Grazie. Ne avevo bisogno», disse Baxter.

«Sono Tia e Alex che devi ringraziare.»

Entrambi alzarono i bicchieri verso Edmunds, che si era affacciato sulla soglia, dopodiché Baxter si sedette sul piano di lavoro per osservare Thomas ai fornelli.

Si erano conosciuti otto mesi prima mentre tornavano a casa dal lavoro, durante uno dei ricorrenti e rovinosi scioperi della metropolitana. Thomas era intervenuto mentre Baxter, fuori di sé, stava cercando di arrestare uno degli scioperanti che bloccava l’ingresso chiedendo aumenti salariali e migliori condizioni di sicurezza sul lavoro. Le aveva fatto notare che ammanettare il signore col giubbotto arancione e costringerlo a fare con lei i dieci chilometri di strada fino a Wimbledon era non solo assurdo, ma anche legalmente equiparabile a un sequestro di persona. Al che Baxter aveva ammanettato Thomas.

Thomas era una persona gentile e affidabile. Di oltre dieci anni più vecchio di lei, era di una bellezza indefinibile, come i suoi gusti in fatto di musica. Non riservava brutte sorprese. Sapeva chi era e che cosa voleva: una vita ordinata, sicura e confortevole. Tra le altre cose, era un avvocato. Baxter sorrideva pensando a quanto Wolf lo avrebbe odiato. Spesso si chiedeva che cosa avesse fatto scattare la sua attrazione.

L’elegante casa che ospitava la cena apparteneva a Thomas. Da due mesi le chiedeva con insistenza di trasferirsi da lui. Ma anche se lei aveva cominciato a lasciare lì un po’ di cose sue, e avevano persino risistemato insieme la camera da letto, Baxter si era recisamente rifiutata di lasciare il suo appartamento in High Street, a Wimbledon, e aveva tenuto lì il suo gatto Echo, per avere ogni volta una scusa per tornarci.

I quattro si sedettero a tavola, raccontandosi storie che col tempo erano diventate sempre meno realistiche ma anche più divertenti, ed esprimendo vivo interesse per questioni come il lavoro, il modo giusto di cucinare il salmone e le gioie della genitorialità. Tenendo la mano di Tia nella sua, Edmunds aveva parlato della sua promozione al Dipartimento frodi, sottolineando più volte come ciò gli lasciasse più tempo da dedicare alla famiglia. Quando toccò a Baxter parlare di lavoro, però, non fece cenno alla visita dei colleghi d’oltreoceano e alla poco invidiabile incombenza che l’aspettava la mattina dopo.

Erano le 22.17 quando Tia si accasciò sul divano e Thomas lasciò Baxter a chiacchierare con Edmunds mentre metteva in ordine la cucina. Edmunds era passato al vino e riempì i bicchieri mentre le fiammelle delle candele stavano ormai per spegnersi.

«Allora come va alla Frodi?» gli chiese Baxter a bassa voce, dando un’occhiata a Tia per essere sicura che si fosse davvero addormentata.

«Te l’ho detto… alla grande», disse Edmunds.

Baxter rimase pazientemente in attesa.

«Non ci credi? Si sta bene», aggiunse, incrociando le braccia come per difendersi.

Baxter non commentò.

«È gente a posto. Che cosa vuoi che ti dica?»

Dato che Baxter continuava a manifestare scetticismo, lui finì per sorridere.

«D’accordo, mi annoio da morire. Ma non vuol dire che rimpianga di essermene andato dalla Omicidi.»

«Si direbbe il contrario», insinuò Baxter. Ogni volta che lo vedeva, cercava di convincerlo a tornare.

«Devo vivere la mia vita. Soprattutto adesso che ho una figlia.»

«Mi sembri sprecato, ecco tutto», ribatté Baxter. Era sincera. Ufficialmente, era stata lei ad assicurare alla giustizia il killer della Ragdoll. In realtà era stato Edmunds a risolvere il caso. Lui solo era riuscito a vedere oltre la cortina di menzogne e inganni che avevano nascosto la verità a lei e al resto della loro squadra.

«Ti dirò una cosa. Se alla Omicidi riesci a trovarmi un lavoro dalle nove alle cinque, ti firmo le carte anche subito.» Edmunds sorrise, sapendo che l’argomento era chiuso.

Baxter si appoggiò allo schienale e bevve un sorso di vino, mentre Thomas faceva rumore in cucina.

«Domani devo vedere Masse», disse d’un tratto, come se andare a trovare un serial killer fosse la cosa più normale di questo mondo.

«Cosa?» fece Edmunds, spruzzando fuori dalla bocca metà sorso del Sauvignon Blanc che aveva comprato in offerta. «E perché?»

Edmunds era stato l’unico cui lei aveva raccontato ciò che era successo veramente il giorno in cui aveva catturato Lethaniel. Nessuno di loro poteva sapere cosa e quanto ricordasse il serial killer dell’accaduto. Quel giorno era stato picchiato selvaggiamente, aveva rischiato persino di morire, e che cosa potesse essere rimasto nella sua testa era un mistero. Baxter però sapeva per certo che Lethaniel Masse avrebbe potuto rovinarla, se il suo cervello psicopatico avesse deciso di farlo.

Raccontò a Edmunds dell’incontro con Vanita e con i due agenti «speciali», spiegandogli che era stato deciso di mandarla a New York a ispezionare la scena di un crimine.

Edmunds ascoltò in silenzio, con un’espressione man mano più preoccupata.

«Pensavo che ormai ci avessimo messo una pietra sopra», commentò quando lei ebbe finito.

«Infatti. Si tratta del solito emulatore.»

Edmunds non sembrava convinto.

«Perché fai quella faccia?» gli chiese.

«Hai detto che la vittima aveva la parola ’esca’ incisa sul petto.»

«Già.»

«Mi chiedo chi è quello che dovrebbe abboccare.»

«Pensi che sia io?» sbuffò Baxter, capendo dove voleva andare a parare.

«La vittima si chiamava come Wolf. E guarda caso, tu ti ci ritrovi subito in mezzo.»

Baxter rivolse un sorriso affettuoso all’amico.

«È solo un emulatore. Non ti devi preoccupare per me.»

«È quello che faccio sempre.»

«Caffè?» chiese Thomas, facendoli sobbalzare. Era sulla soglia e si stava asciugando le mani con un tovagliolo.

«Senza latte, per favore», disse Edmunds.

Baxter declinò l’offerta e Thomas tornò in cucina.

«Mi devi dare qualcosa?» domandò Baxter a bassa voce.

Edmunds sembrava a disagio. Controllando che Thomas non tornasse, estrasse di malavoglia una busta bianca da una tasca della sua giacca, appesa a una sedia alle sue spalle, e la posò sul tavolo accanto a lui.

«Dammi retta, è meglio che non la leggi.»

Baxter allungò una mano per prenderla e Edmunds la spostò.

Baxter sbuffò.

«Thomas è una brava persona», sussurrò Edmunds. «Puoi fidarti di lui.»

«Sei tu l’unico di cui mi fido.»

«Non costruirai mai nulla con lui se continui a comportarti in questo modo.»

Entrambi guardarono verso la cucina quando sentirono acciottolare le tazze. Baxter si alzò, strappò la lettera dalle mani di Edmunds e si rimise seduta proprio mentre Thomas arrivava con i caffè.

Tia si profuse in scuse quando Edmunds la svegliò. Erano passate da poco le undici. 

Sulla soglia, mentre Thomas salutava Tia, Edmunds abbracciò Baxter.

«Fatti un favore. Non aprirla», le disse in un orecchio.

Baxter lo strinse forte ma non disse nulla.

Quando i due amici se ne furono andati, Baxter finì il suo vino e si infilò il soprabito.

«Non dirmi che te ne vai», disse Thomas. «Quasi non ci siamo visti.»

«Echo sarà affamato», ribatté Baxter, infilandosi le scarpe.

«Non posso accompagnarti. Ho bevuto troppo.»

«Chiamerò un taxi.»

«Resta qui.»

Baxter si allungò verso di lui, senza spostare però le scarpe umide dallo zerbino. Thomas sorrise mestamente e le diede un bacio.

«Buona notte.»

Mezzanotte era passata da poco, quando Baxter aprì la porta di casa. Non si sentiva minimamente stanca e si piazzò sul divano con una bottiglia di rosso. Accese il televisore e dopo avere fatto zapping senza trovare nulla di interessante passò in rassegna la pila di film natalizi in dvd che aveva accumulato.

Alla fine scelse Mamma ho riperso l’aereo: mi sono smarrito a New York, così avrebbe potuto addormentarsi tranquillamente durante la visione. Anche se non l’aveva mai detto a nessuno, il primo della serie era uno dei suoi film preferiti in assoluto, mentre trovava il secondo un’imitazione poco riuscita: si erano illusi che ambientando la stessa storia nella Grande Mela il sequel sarebbe stato più spettacolare.

Versò nel bicchiere il vino rimasto mentre guardava distrattamente Macaulay Culkin che allestiva trappole di elaborato sadismo ai danni dei due ladri. D’un tratto ricordò la lettera che si era messa nella tasca del soprabito e andò a prenderla, mentre le risuonavano in testa le parole con cui Edmunds la scongiurava di non leggerne il contenuto.

Da otto mesi Edmunds rischiava grosso abusando dei suoi poteri alla Frodi. Con cadenza settimanale, o quasi, procurava a Baxter un rapporto dettagliato della situazione finanziaria di Thomas, controllando i suoi vari conti correnti alla ricerca di movimenti sospetti.

Baxter sapeva che stava chiedendo troppo a Edmunds. Era consapevole che lui considerava Thomas un amico e gli sembrava di tradirne la fiducia. Ma sapeva anche perché Edmunds lo faceva e non avrebbe smesso: voleva che lei fosse felice. Baxter si era sentita così ferita e tradita quando Wolf era uscito dalla sua vita che non avrebbe preso in considerazione un futuro con Thomas in mancanza di prove della sua affidabilità.

Posò la lettera ancora chiusa sul tavolino, accanto ai piedi, e cercò di concentrarsi mentre uno dei ladri del film aveva la testa in fiamme. Le sembrava di sentire odore di carne bruciata. Ricordò la rapidità con cui i tessuti si carbonizzavano, le urla di dolore quando la fiamma attaccava le terminazioni nervose…

 

foto presa dal web

Daniel Cole (Inghilterra, 1983) ha lavorato in passato come paramedico. Vive a Bournemouth. Ragdoll, il suo primo romanzo e il primo capitolo della trilogia legata al detective Wolf, è uscito in Italia nel 2017 presso Longanesi, che se l’è aggiudicato in seguito a un’asta agguerrita alla London Book Fair.

 

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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