Vi presento “Io sono Iqbal” di Andrew Crofts edito da Piemme (Estratto)

 

Il libro

Nel piccolo villaggio pakistano, frotte di bambini giocano a rincorrersi, ridono felici. Iqbal li vede dal finestrino del furgone che lo sta riportando a casa, al tramonto. Quei giochi erano anche i suoi, un tempo. Prima che ogni mattina all’alba venissero a prelevarlo per portarlo alla fabbrica di tappeti. Prima che fosse costretto a trascorrere le giornate attaccato a un telaio, in una stanza afosa, senza staccare gli occhi dal lavoro, altrimenti volano le botte. Prima.

Non se li ricorda nemmeno più i giochi da bambini, Iqbal. Eppure non ha ancora dieci anni. Sei anni prima è stato ceduto dalla famiglia per coprire un debito di dodici dollari, contratto dal fratello maggiore per sposarsi.

Un debito che non si estingue mai. Da allora è stato uno schiavo, sottomesso a padroni senza scrupoli, a sorveglianti crudeli, abbrutiti dalla miseria e dalla paura. Ha vissuto incatenato al telaio, inginocchiato per quindici ore al giorno, a tessere con le sue piccole mani quei bellissimi tappeti apprezzati in tutto il mondo. Insieme ad altri bambini come lui.

Ma Iqbal è diverso, in lui c’è una scintilla che niente riesce a spegnere, la sua mente è attenta e vigile, il suo senso di giustizia innato. Non tutti i bambini sono costretti a lavorare, pensa guardando il mondo dal finestrino di un furgone, quindi ci deve essere un modo.

Così, dopo un tentativo fallito e pagato a caro prezzo, Iqbal riesce finalmente a fuggire. Ha un solo obiettivo in testa, un sogno: far sapere al mondo cosa succede in Pakistan, liberare tutti i bambini dalla schiavitù. E ridare loro quell’infanzia che hanno provato a rubargli.

Una storia vera, intensa e commovente, impossibile da dimenticare.

IO SONO IQBAL

Il volume è già stato pubblicato nel 2008 con il titolo Il fabbricante di sogni

A Riff, un uomo che fa succedere le cose

 

«Nel momento in cui uno schiavo decide

di non esserlo più, i ceppi si sciolgono.

Egli libera se stesso e mostra agli altri il cammino.

Libertà e schiavitù sono stati mentali.»

GANDHI, Non violenza in pace e in guerra, 1949

«Nel concedere la libertà allo schiavo,

garantiamo la libertà al libero.»

ABRAMO LINCOLNMessaggio annuale al Congresso, 1862

 

Capitolo 1

OSPITE D’ONORE

«Non andartene subito, resta ancora un giorno!» Sua madre era al settimo cielo, non riusciva a nascondere l’orgoglio.

Iqbal era contento di essere tornato al villaggio. Era soltanto la seconda volta che veniva a trovarla, e la gente non diminuiva. Fitti assembramenti di persone affollavano lo spazio davanti alla casa, e tutti portavano qualcosa da bere o da mangiare.

Nonostante la donna non avesse ben chiaro che cosa avesse fatto suo figlio a Lahore, era compiaciuta di tutta quell’attenzione e quel rispetto. Sapeva il cielo quanto lo meritasse, dopo quello che aveva passato. Il lavoro e gli stenti continui, e per di più un marito inutile, che quasi sarebbe stato meglio non avere.

Certo, Iqbal sapeva che non si era mai preoccupata di lui durante tutti quegli anni passati a lavorare alla fabbrica di tappeti. Perché mai avrebbe dovuto? Aveva già abbastanza grattacapi. Il padrone della fabbrica le aveva assicurato che si sarebbe preso cura del figlio, che l’avrebbe trattato come un nipote. Perché avrebbe dovuto dubitare della parola di un uomo che si era sempre mostrato cordiale e premuroso?

«Devo tornare in città, mamma» le disse Iqbal, mentre si divincolava e scivolava verso il bordo del letto dal quale aveva tenuto salotto. I suoi piedi penzolavano nel vuoto e ricordavano alla madre che era ancora un bambino, per quanto importante fosse diventato. «Ho lasciato là le mie medicine. Devo prenderle tutti i giorni.»

I parenti seduti sul letto accanto a lui si scostarono con riluttanza per farlo passare, e subito si ridistribuirono occupando il posto lasciato libero sotto il pigro ventilatore del soffitto. Era stato un pomeriggio piacevole per tutti, vicini e parenti, sottratti ai problemi quotidiani dalla visita di Iqbal e viziati dall’ospitalità di Inayat con innumerevoli tazze di tè.

Il ragazzo gettò uno sguardo alla casa di famiglia. Ora che aveva girato un po’ il mondo, gli appariva ancora più modesta. Due stanze anguste, neppure una finestra. Si affacciavano su un cortile interno, dove c’era la cucina e, nell’angolo opposto, il bagno spartano, i cui liquami si riversavano nella fogna a cielo aperto che correva lungo il vicolo.

Le case del villaggio erano tutte uguali: un interminabile succedersi di muri di pietra nuda tappezzati di cancelli e porte arrangiate alla bell’e meglio.

Tazze, bicchieri e stoviglie di latta facevano bella mostra di sé dalle mensole appese alle pareti. A Muridke tutto ciò che una famiglia possedeva veniva subito esibito a chiunque venisse in visita.

In ogni caso, difficilmente se ne sarebbe potuto fare a meno. Lo spazio a disposizione era quello che era, in parte già sacrificato ai grossi bauli di latta che proteggevano i vestiti dalla polvere, dall’umidità e soprattutto dagli insetti, che li avrebbero distrutti ben prima che chiunque potesse permettersi di comprarne di nuovi.

Iqbal constatò, con leggero imbarazzo, che le foto appese agli scaffali per lo più erano sue. La maggior parte erano ritagli di giornale, probabilmente portati alla famiglia da gente che era venuta da fuori con il preciso scopo di visitare il suo villaggio, per conoscere i luoghi in cui lui era nato.

Il ritaglio più grande si stava già ingiallendo per il caldo. Iqbal ricordava benissimo quel momento. L’immagine lo ritraeva in piedi, su un palco, a Stoccolma, le braccia tese ad accogliere un applauso e sulle labbra uno di quei rari sorrisi di gioia autentica, i soli in grado di cancellare le rughe d’espressione che normalmente gli segnavano il viso.

Fuori la luce era implacabile e accecante, un nemico cui sfuggire. Le finestre non servivano, a Muridke.

Di fianco alla cucina una rampa di scalini si inerpicava verso il tetto, dove non si poteva sfuggire al calore torrido del sole. Visti dall’alto, i tetti del villaggio parevano un’unica sconfinata distesa di pietra piatta, intersecata dalla rete di vicoli che divideva appena le case e popolata qua e là da pile di gabbie affollate di piccioni.

Per i bambini del paese i tetti non erano che ulteriori spazi di svago. Li preferivano a stradine e canali di scolo quando volevano giocare con gli aquiloni: solo da lì qualche corrente d’aria riusciva a farli volare. Di tanto in tanto, nella foga del gioco, qualcuno correva troppo vicino a un bordo non protetto, oppure inciampava in un muricciolo a secco eretto frettolosamente e cadeva di sotto, ferendosi, a volte addirittura morendo. La famiglia piangeva la perdita e poi proseguiva con la propria esistenza. Per una bocca in meno, ce n’erano sempre molte da sfamare. Quando la vita di una famiglia è costellata di pericoli diventa impossibile difendersi dalla sventura. Il volere di Dio non poteva essere contrastato adottando semplici precauzioni, lo sapevano tutti. Quel che sarà, sarà: sia fatta la sua volontà!

Saltato giù dal letto, Iqbal fece il giro della stanza per stringere solennemente la mano a tutti gli uomini e ai ragazzi presenti. Si allungò per arrivare a quelli che erano distesi più lontano e stavano appoggiati alla parete, assumendo, nel non dimenticare nessuno, un’espressione seria e compunta. Era sempre stato un ragazzo estremamente rispettoso.

Non essendoci più posto in casa, altri parenti stavano seduti nel cortile. Sobya, la sorellina minore, sorrise intimidita nel vederlo uscire. A Iqbal spiaceva che non corresse più ad abbracciarlo come faceva quando era più piccola. Le prese la mano stringendola forte e la salutò, ricevendo in cambio il sorriso radioso che conosceva.

I suoi vecchi compagni di giochi lo aspettavano fuori, dov’erano stati costretti a ripiegare dalle donne più anziane per far posto ad altri ospiti. Due ragazzini si fecero largo tra la folla e lo raggiunsero. Erano suo cugino Liaqat e un altro suo amico, Faryad.

Il padre di Liaqat si chiamava Amanat. Era fratello di Inayat Bibi, la madre di Iqbal. Faceva il bracciante e lavorava nei campi tra Muridke e Lahore.

Iqbal stava pensando di passare a fargli visita insieme ai due amici, facendo tappa durante il viaggio di rientro in città. Non lo aveva previsto, non avrebbe voluto ritardare ancora il ritorno, ma si era lasciato convincere.

«Così il viaggio diventerà ancora più lungo!» protestò.

«E va bene, che ti cambia? Sarai comunque a Lahore in tempo per prendere le medicine» ribatté Liaqat. «Mio padre sarebbe così contento! Ha sempre avuto un debole, per te…»

Iqbal sorrise. Certo che Liaqat sapeva proprio come convincerlo.

Non andava matto per i giochi che normalmente appassionano i ragazzi, non era abituato all’attenzione che ora riceveva dai coetanei. Ma con Liaqat e Faryad era diverso, gli piaceva la loro compagnia. Da lui non si aspettavano niente, non erano interessati a sapere cosa avesse fatto in città o dove avesse viaggiato in aeroplano. Non si preoccupavano di chiedersi come mai così tante persone volessero vederlo e stringergli la mano, o perché gli fosse concesso di sedere con gli adulti. Si accontentavano semplicemente di aspettarlo finché non fosse stato di nuovo libero per giocare. Non provavano risentimento nei suoi confronti: lui era Iqbal, era sempre stato diverso da tutti gli altri.

Mentre s’incamminavano lungo il vicolo, tra i rivoli maleodoranti, un gruppo di ragazzini più piccoli si fece loro intorno, convinti che la presenza di Iqbal in qualche modo avrebbe reso speciale la loro giornata, anche se non sapevano bene il perché.

Tutti raccontavano storie su di lui, dicendo che aveva fatto molte cose, senza minimamente preoccuparsi se fosse vero oppure no: l’importante era godersi lo stupore di chi ascoltava. Potersi vantare del fatto che un compaesano, uno che si conosceva così bene, fosse diventato un personaggio famoso, conosciuto in tutto il mondo. E poi, chissà, forse a furia di sentir parlare di Iqbal e del villaggio si sarebbe mosso qualcuno d’importante, forse le autorità si sarebbero decise a far qualcosa per le fogne.

Iqbal era rimasto quello di sempre. La notorietà non aveva tolto né aggiunto nulla al suo comportamento dignitoso. Rispondeva a ogni commento che gli veniva rivolto e stringeva ogni mano che gli veniva tesa.

Ma ora per quelle strade si sentiva strano. Una volta gli parevano un labirinto di muri imponenti, ma adesso, dopo che aveva visitato le grandi città d’Europa e d’America, avvertiva un senso di oppressione.

I tre emersero dall’ombra del vicolo e si inoltrarono nel solleone del pomeriggio. Quando giunsero in prossimità del canale, senza far caso ai bufali che spuntavano dal liquido rugginoso e rinfrescante, alcuni dei ragazzini che si erano accodati non resistettero alla tentazione e si tuffarono, completamente vestiti, in quelle acque color mattone. Scomparvero alla vista per qualche secondo, poi affiorarono con le camicie e i pantaloni appiccicati alla pelle lucida e, esalando un vapore leggero, andarono a ricongiungersi al gruppo.

Qualche metro più in là il prete della chiesetta cristiana stava armeggiando per chiudere i battenti, attardandosi con l’ultimo dei fedeli che si erano riuniti per la Pasqua. Iqbal lo vide e gli corse incontro per salutarlo. Lui gli scompigliò i capelli e sorrise.

Qualcosa in quel ragazzino metteva sempre gli adulti un po’ a disagio. Forse la pacatezza. Veniva istintivo sorridergli, come se i suoi occhi scuri guardassero dritto nell’anima.

«Ehi, torna presto a trovarci!» disse il prete.

«Ci proverò,» promise Iqbal «ma a Lahore ho tantissime cose da fare. Devo mettercela tutta, così passerò gli esami al college per andare in America.»

«Dev’essere difficile per te, affrontare tanti impegni. Ma non devi trascurare la scuola, dev’essere sempre in cima ai tuoi pensieri!»

Iqbal abbassò la testa sorridendo.

L’uomo gli scompigliò di nuovo i capelli e poi lo salutò con un cenno.

Iqbal e i due amici corsero via, nel tentativo di raggiungere un ragazzo più grande che conduceva un carretto trainato da un asino, per risparmiarsi la lunga camminata fino alla strada principale. Non appena i tre furono a bordo, il ragazzo frustò il povero somaro per farlo accelerare. La brezza leggera gli gonfiava la lunga camicia, mentre reggeva le briglie allentate, reggendosi in piedi sulle assi, perfettamente in equilibrio. I tre passeggeri si sedettero sul pianale, sobbalzando agli scossoni delle ruote.

Più si avvicinavano alla strada maestra, più il traffico cresceva, e la gente s’infoltiva intorno alle bancarelle che vendevano cibo.

A mano a mano che la calura allentava,chi aveva trascorso il pomeriggio dormendo nelle baracche alle spalle delle bancarelle, o semplicemente vi aveva cercato riparo, cominciava a uscire allo scoperto, ma solo per tornare a sedersi sulla prima superficie disponibile. Ovunque gli uomini bighellonavano, sorseggiavano tè e chiacchieravano. Dal carro i ragazzi lanciavano grida di saluto ai volti conosciuti, e alcuni ricambiavano allo stesso modo.

«È Iqbal, il mio cugino famoso!» esclamava di tanto in tanto Liaqat, e Iqbal sorrideva, agitando la mano educatamente.

Il carretto serpeggiava tra i camion, le motociclette e i risciò, e l’asino, affidandosi alla buona sorte, sembrava indifferente al caos come tutti gli altri. A Dio piacendo, ne sarebbero usciti vivi.

Senza preavviso, il ragazzo si fermò davanti a una bancarella di tè dov’erano riuniti i suoi fratelli. Fine della corsa.

Iqbal e i due compagni saltarono giù dal carretto in mezzo alla fanghiglia delle acque di scolo e proseguirono a piedi.

La strada principale per Lahore si aprì finalmente ai loro occhi. Il traffico era più fitto e veloce che in quella secondaria per Muridke, e i clacson più rumorosi e insistenti. Il caos, invece, era identico.

I tre amici videro un autobus avvicinarsi dall’altro lato della carreggiata. Li avrebbe portati all’imbocco del sentiero che s’inoltrava nelle campagne, e da lì avrebbero proseguito a piedi fino alla casa di Amanat.

«Presto, altrimenti lo perdiamo!» gridò Iqbal gettandosi nel traffico con i due amici alle calcagna. Lo strombazzare dei clacson aumentò mentre le auto sterzavano bruscamente per evitare di investirli.

I ragazzi raggiunsero lo spartitraffico centrale, dove era stata eretta una barriera nel vano tentativo di persuadere i veicoli a rispettare il giusto senso di marcia e dissuadere i pedoni dall’attraversare. Affrontarono di nuovo lo slalom con la morte e approdarono all’altro lato, unendosi alla ressa che dava l’assalto all’autobus già pieno. Sembrava impossibile che anche una sola persona potesse riuscire a infilarsi in quella massa compatta di corpi caldi e sudati, ma alla fine salirono tutti. Intrufolandosi fra le gambe degli adulti, Iqbal riuscì a raggiungere uno dei finestrini aperti, ci appoggiò il mento e inspirò lunghe boccate d’aria quasi fresca.

Il vecchio motore borbottò rumorosamente e una nuvola nera di fumo si riversò sulle motorette che sciamavano dietro l’autobus, la maggior parte delle quali trasportava il triplo del carico previsto.

Via via che il torpedone si allontanava dall’abitato il traffico andava diradandosi, e di tanto in tanto qualche fabbrica o fornace di mattoni si ergeva da un lato o dall’altro della strada rompendo la monotonia della campagna.

Quando finalmente la corriera si arrestò con un grugnito e un sibilo alla loro fermata, i ragazzi raggiunsero l’uscita sgomitando e ridendo per i commenti indignati delle donne che avevano dovuto spintonare.

Una volta che il mezzo si fu allontanato e i passeggeri ebbero preso ognuno la propria direzione, il traffico si ridusse a un esile flusso discontinuo.

Più si inoltravano lungo quel cammino, oltrepassando una scuola e alcuni magazzini diroccati, più si affievolivano i rumori.

La fila di fabbricati che costeggiava i lati della strada non brulicava di gente come lungo la carrozzabile per Muridke. Case e botteghe divennero sempre più rade finché i tre, superata anche l’ultima costruzione, si ritrovarono in aperta campagna.

Finalmente l’aria era tornata respirabile. Campi sconfinati si aprivano in ogni direzione, fin dove riuscivano a guardare, e il mondo sembrava essere nelle loro mani. L’unico suono udibile, a parte le loro voci, era il verso delle cornacchie che svolazzavano in ampi cerchi concentrici sopra le cime di un boschetto.

Camminavano e correvano. Si spingevano e si inseguivano. Ridevano della semplice gioia di essere vivi. Alla fine anche Iqbal si era lasciato andare.

Vivere in città significava stare costantemente all’erta, eludere il traffico, sfuggire ladruncoli sempre in cerca di occasioni per racimolare qualche rupia. Lì invece non esistevano pericoli, una volta tanto potevano essere semplicemente dei ragazzi.

Quando finalmente raggiunsero la casa di Amanat era quasi ora di cena. La piccola corte era affollata di bambini. Il fuoco scoppiettava già sotto la pentola nera, e la nonna mescolava il riso badando che qualche ragazzino affamato non vi tuffasse la mano rischiando di ustionarsi. Amanat e sua moglie avevano nove figli, compreso Liaqat.

«Sei arrivato, finalmente!» disse la donna, correndogli incontro con una scodella fumante di riso e carne al curry. «Tuo padre è ancora in campagna, sarà affamato, pover’uomo. Bada di non rovesciare niente!»

«Andiamo» disse a malincuore Liaqat, che già pregustava il banchetto. «Prendiamo la bici, altrimenti prima che torniamo queste cavallette si mangiano tutto.»

Passata la ciotola di riso a Iqbal, Liaqat tirò fuori la bici dal ricovero di fortuna in cui l’aveva nascosta e ci montò sopra. Una volta che si fu aggiustato sui pedali, Iqbal si sistemò sul manubrio, reggendo la scodella come fosse una reliquia e inspirandone l’aroma, giusto per non sprecare niente. Quando anche Faryad montò in sella aggrappandosi a Liaqat con tutt’e due le braccia la bici vacillò.

«Misericordia, attento!» gridò la madre di Liaqat.

Iqbal trattenne il fiato, fissando le proprie mani come per ordinare loro di star ferme. Via via che prendevano velocità recuperarono equilibrio e, mentre il cugino spingeva a fondo sui pedali, Iqbal ricominciò a respirare regolarmente, strizzando gli occhi per il vento e il sole. «Eccolo là!» esclamò dopo alcuni minuti, indicando una figura minuscola all’orizzonte che si stagliava nella luce del tramonto. «Laggiù in fondo!»

Il terreno era così piatto e le gambe di Liaqat talmente irrobustite da una vita passata a correre, a camminare e a pedalare, che i puntini all’orizzonte crescevano a vista d’occhio.

Amanat non era l’unico a lavorare fino a tardi. In tutto disponeva di otto acri di terra, che affittava da un proprietario locale. La pigione era alta e il profitto modesto, ma era comunque qualcosa più di niente. Sempre meglio che passare le giornate seduto sul bordo di una strada a cercar di vendere tazze di tè. Se non sai né leggere né scrivere, non c’è molto che tu possa fare per cautelarti, quando stringi accordi con chi è istruito. Se non l’avesse presa lui quella terra, ce ne sarebbero stati altri cento pronti a farlo, qualsiasi condizione il padrone avesse imposto.

I tre compagni stavano ridendo di gusto e chiamando a gran voce Amanat per annunciargli l’arrivo del pasto tanto che non si avvidero subito dell’uomo sbucato dalla macchia. Appena si parò davanti a loro, ammutolirono per la sorpresa, un po’ a disagio di trovarsi così all’improvviso in presenza di un estraneo.

Amanat era ancora troppo lontano per capire le parole che gli erano state gridate, ma le aveva intuite e aveva smesso di lavorare per attenderli. Da dove si trovava lui, l’uomo con il fucile non si vedeva, e non riusciva a capire perché mai i ragazzi si fossero fermati.

Quando lo sconosciuto portò l’arma alla spalla e la puntò contro di loro i tre pensarono che volesse solo spaventarli. Forse era arrabbiato perché stavano facendo troppo chiasso. Forse era il padrone del campo contiguo e temeva che stessero per sconfinare. Ma non diceva niente, e il suo silenzio metteva ansia. Quando l’uomo premette il grilletto avevano appena cominciato ad aver paura.

L’esplosione risuonò più come una bomba che come un colpo di fucile. Dilagò attraverso il campo aperto e fece alzare in volo un nugolo di cornacchie spaventate. Il loro gracchiare rabbioso andò a mescolarsi agli echi moribondi dello sparo.

Capitolo 2

UN RAGAZZO PREZIOSO

Tre anni prima che quel colpo di fucile cambiasse ogni cosa, Iqbal era uno schiavo. Lo era da parecchi anni, sin da quando il suo fratellastro, Aslam, aveva deciso che fosse giunto il momento di sposarsi.

Aslam si era stancato di dover sempre pensare a procacciarsi i pasti, per lo più scroccandoli alla madre o alla matrigna, Inayat. Voleva poter rincasare da una giornata di lavoro e trovare il paiolo già sul fuoco e il pane in forno. Voleva essere consolato la notte nel modo in cui aveva sentito che altri uomini venivano consolati.

Per sposarsi, però, occorreva denaro. Quale padre che si rispetti avrebbe concesso la propria figlia a un uomo che non le avesse portato in dono nemmeno un gioiello? Senza soldi non poteva combinare niente.

Se non fosse stato in grado di permettersi dei regali non avrebbe mai potuto sperare in una donna attraente, una abbastanza giovane da dargli i figli che l’avrebbero assistito nella vecchiaia.

Di donne in cerca di marito ce n’erano sempre, vuoi perché il loro era morto o se n’era andato, vuoi perché non erano state capaci di catturare il cuore di nessuno. Ma se insistevano troppo, o erano disposte a certi compromessi, allora non valeva la pena di prendersele in moglie. Voleva dire che erano troppo vecchie, o troppo pigre. O troppo petulanti. O troppo brutte.

Da un po’ di tempo quello di prender moglie era l’assillo che assorbiva tutti i suoi pensieri.

Aslam pensava di aver trovato la ragazza giusta, ma il padre di lei voleva garanzie circa la bontà delle sue intenzioni. Nessuno sarebbe stato disposto a concedere in sposa la propria figlia a un uomo che l’avrebbe fatta lavorare come una schiava senza offrir nulla in cambio. Un matrimonio del genere non avrebbe comportato nessun onore per la famiglia, solo critiche dai parenti e sguardi d’intesa fra i vicini.

Aslam allora era andato a trovare suo padre, Saif, anche se era praticamente certo che non sarebbe servito a niente. Fosse stato un padre come gli altri, avrebbe fatto di tutto per aiutare il figlio a far buona impressione sui futuri suoceri, l’avrebbe considerata una questione d’onore. Ma Saif… figurarsi!

Aveva subito dato in escandescenze, e all’inizio perfino finto di non capire per quale motivo Aslam fosse venuto a bussare alla sua porta. E poi l’aveva ammonito che il matrimonio gli avrebbe procurato solo il crepacuore. «Credi che ti racconti frottole? Lo saprò bene, io, che sono stato sposato ben due volte, e tutt’e due le volte mi hanno sbattuto fuori di casa, quelle cagne!»

La ragazza con cui viveva ora, che era anche la figliastra, aveva la testa coperta e lo sguardo fisso alla pentola sul fuoco, mentre Saif impartiva lezioni sulle iniquità di un destino che l’aveva affardellato di così tanti figli da costringerlo a vivere di stenti fino alla fine dei suoi giorni.

In realtà tutti sapevano che a ridurlo in miseria era stato il vizio della droga, ma Aslam si guardò bene dal tirare in ballo la questione.

Uscendo a mani vuote dalla casa del padre, il giovane ebbe la conferma che avrebbe dovuto trovare da sé un modo per mettere insieme i soldi. Aveva bisogno di qualcosa da vendere, qualcosa di valore. Fu allora che gli vennero in mente i due fratellastri, i figli di Inayat, Patras e Iqbal. Come aveva fatto a non pensarci?

All’epoca Iqbal era un bambinetto di quattro anni con una salute malferma e Patras aveva un paio d’anni in più. Aslam aveva più o meno la loro stessa età quando il padre l’aveva mandato a lavorare alla fornace di mattoni, dunque non vedeva perché mai i fratelli non dovessero fare lo stesso. Dopotutto era in gioco l’onore della famiglia.

Il pomeriggio successivo, dopo aver passato la giornata a parlare con alcuni datori di lavoro locali, andò a cercare i fratelli e li trovò che stavano giocando con un gruppo di amici sotto gli alberi, lungo il canale.

Un vecchio aveva montato una giostra lì vicino e i bambini gli si accalcavano intorno elemosinando dei giri, mentre lui la faceva ruotare a colpi di faticose pedalate. Aveva cominciato con il chiedere un prezzo decente per ogni giro, ma ora era arrivato al punto di accettare qualsiasi cosa fossero disposti a dargli.

«Voi due» gridò Aslam ai fratellastri. «Devo parlarvi. Ho un messaggio da parte di nostro padre.»

Patras e Iqbal gli andarono incontro trotterellando. Patras era diffidente: Aslam si faceva vedere solo quando aveva bisogno di qualcosa.

Iqbal invece era tutto contento: pensava che il padre doveva comunicare loro cose importanti e sagge, se aveva mandato apposta Aslam a riferirle. Il suo cuore di bambino aveva un tale bisogno di sentirne la presenza, che il solo fatto di essere considerato dal padre lo riempiva di ansia e di emozione.

«È ora che voi due andiate a lavorare per l’onore della famiglia» disse Aslam.

Patras si mostrò apertamente sospettoso. Iqbal invece annuì con foga. Gli piaceva l’idea, suonava importante, era una cosa da grandi.

«Perché mai dovremmo farlo? Solo perché lo dici tu?» chiese Patras, sapendo bene di rischiare un ceffone.

«Perché questo è il volere di nostro padre» rispose Aslam, torcendogli l’orecchio perché le sue parole fossero ben recepite. «Ho bisogno di prendere moglie e questo costa. Un giorno toccherà anche a voi e allora capirete.»

«Come farai a costringerci?» chiese Patras non appena riuscì a divincolarsi e ad arretrare di qualche passo.

«Non posso costringerti» fece Aslam, scrollando le spalle. «Ma se ti rifiuti di farlo, al tuo posto dovrà andarci Sobya. E sono sicuro che nemmeno tu vuoi che questo accada, sbaglio? Sarebbe davvero una vergogna.»

«Ma Sobya è piccolina!» protestò Patras, terrorizzato. Sobya aveva appena imparato a camminare, con che coraggio avrebbe osato mandarla a lavorare?

«Senti,» disse Aslam cercando di dominarsi «Iqbal non sta facendo tante storie. Ha solo quattro anni ed è più uomo di te.»

«Dovremmo andare a lavorare noi prima di Sobya» concordò Iqbal, ignorando l’occhiata minacciosa che Patras gli stava lanciando.

«Bravo!» esclamò Aslam, dandogli un buffetto sulla testa. «Siamo d’accordo, allora. Ho già parlato a un amico che è disposto ad assumervi.»

Da quel giorno, ogni volta che in famiglia si parlava della vendita dei bambini, tutti avevano da dire la loro, anche se alla fine ciascuno riconosceva che i soldi ricevuti fossero una somma ragionevole: Dio sa quanto tempo ci sarebbe voluto a restituirla, se la si fosse chiesta in prestito. In realtà la cifra era tutt’altro che cospicua ma si sa, quando qualcuno povero e analfabeta è costretto a fare un debito, alla fine deve sempre restituire più denaro di quanto ne aveva chiesto. E nel caso di Aslam, che sognava di conquistare una splendida moglie, qualunque strozzino avrebbe avuto buon gioco a imporre le proprie condizioni.

Iqbal non sapeva nemmeno quanti soldi avesse ricevuto la sua famiglia, ma la transazione in sé non gli era parsa molto strana. Le cose le decidevano i grandi e i bambini ubbidivano. Del resto, ogni volta che provava a fare qualche domanda la risposta non era mai uguale. Sua madre diceva che il denaro serviva per il matrimonio del fratello, mentre il padrone diceva che finiva tutto in tasca a quel «tossico perso» di Saif, per mantenersi il vizio. A Iqbal non piaceva affatto sentir parlare di suo padre in quel modo, ma gli toccava inghiottire il rospo.

Il padrone della fabbrica non si faceva alcuno scrupolo nei confronti dei genitori che gli fornivano la manodopera. Ciò che avrebbero potuto pensare di lui non gli faceva né caldo né freddo. Se solo osavano contrariarlo, o avanzare qualche timida lamentela sul trattamento che riservava ai loro figli, urlava loro che erano degli ingrati. Non fosse stato così generoso, come avrebbero fatto a tirare avanti? Nessuno di loro avrebbe avuto di che sfamarli. Non fosse stato per lui sarebbero crepati di fame per la strada.

Iqbal aveva sentito diverse volte l’uomo esprimersi in quel modo, e non aveva ragioni per dubitarne. Sapeva quanto fosse difficile guadagnare denaro ed era riconoscente per il fatto che gli venisse data quella possibilità.

Sin dal primo giorno divenne una consuetudine essere prelevato da casa il mattino presto e rincasare a tarda sera.

Il lavoro alla fabbrica consisteva nell’accucciarsi davanti a un telaio e farci passare i fili nel modo più veloce e accurato consentito dalle sue piccole dita. Avrebbe creato quei disegni complessi che rendevano i tappeti pakistani così desiderabili, tirando i nodi talmente forte che non si sarebbero mai sciolti, per quanti anni fossero rimasti stesi sui pavimenti dei clienti.

La sera del primo giorno, quando era rientrato, aveva notato la madre osservare mestamente i tagli e le vesciche che gli coprivano le mani, la pelle escoriata dai movimenti ripetuti, e gli era parso di vederle gli occhi lucidi.

«Oh, mamma, non è proprio niente» l’aveva rassicurata. «Anche il padrone me l’ha detto. Dice che serve a fare i calli, e appena si fanno poi non fa più male.»

«Vorrei tanto che non dovessi lavorare, piccino come sei, ma cos’altro posso fare? Se solo avessi un brav’uomo al mio fianco, invece che essere sola e con tante bocche da sfamare!»

«Va bene così, mamma. Ti prego, non piangere, non mi fa più male, nemmeno adesso!»

L’uomo che aveva acconsentito a comprare Patras e Iqbal non era poi così cattivo. Cercava di portarsi a casa il pane, esattamente come tutti gli altri. Non usava la frusta con i suoi operai. Se i bambini si mettevano a ridacchiare, ci passava sopra, non ne faceva un dramma. Lasciava che si prendessero una pausa per bere e per mangiare, l’importante era che a fine giornata avessero prodotto il numero di pezzi stabilito.

Altri proprietari riuscivano a ottenere più ore di lavoro dagli operai, e davano loro meno cibo, ma lui era certo che alla lunga non ne avrebbero tratto un gran vantaggio. La sera, quando si ritrovava con alcuni di loro a parlare di lavoro, spesso veniva preso in giro. Lo accusavano di non avere polso. Dicevano che era troppo buono e prima o poi qualcuno dei suoi operai se ne sarebbe approfittato. Ma lui continuava a sostenere che trattandoli con gentilezza si sarebbe garantito la loro lealtà.

Iqbal era uno dei suoi lavoratori più volenterosi, pur essendo il più piccolo, e non poté fare a meno di prenderlo in simpatia. C’era qualcosa di struggente in quei suoi occhioni seri che guardavano in alto, e sorrideva con più sollecitudine e più frequentemente dei suoi piccoli compagni di lavoro.

«L’errore è stato mio» avrebbe detto poi agli amici nelle settimane a seguire. «Non dovresti mai far vedere che hai delle simpatie per loro, altrimenti iniziano a prendersi delle libertà.»

Iqbal non aveva pensato di prendersi delle libertà, e non capiva come mai tutti gli altri bambini fossero così spaventati dal padrone solo perché a volte li sgridava e li minacciava. Lui a casa era talmente abituato a sentir gridare, che quando capitava fuori non ci faceva quasi caso, neanche se ad alzar la voce era il padrone.

Non gli sembrava giusto che dovessero lavorare fino a farsi sanguinare le dita e a sentire la nausea. Per cui, di tanto in tanto, decideva che quel giorno aveva fatto abbastanza e se ne andava dalla fabbrica, senza attendere di essere congedato. Gli altri bambini lo guardavano a bocca aperta, non credevano ai propri occhi. Come faceva ad avere tutto quel coraggio, così piccolo?

A Iqbal non sembrava una questione di coraggio: per lui era semplicemente la cosa più ovvia da fare.

«Dov’è andato?» chiedeva il padrone, incredulo nel constatare che il posto di Iqbal era di nuovo vuoto. «Dov’è tuo fratello, Patras?»

«Io non lo so, padrone!» rispondeva il ragazzo, prendendosela un po’ con Iqbal per aver attirato l’attenzione su di lui, e un po’ con se stesso per non aver avuto lo stesso coraggio.

Le prime volte che era successo l’uomo era andato a cercarlo, e gli aveva spiegato con pazienza che non poteva andarsene senza permesso. Iqbal aveva ascoltato educatamente, e diligentemente annuito come se avesse capito tutto quanto, ma poi aveva continuato a far di testa sua, suscitando i risolini nervosi dei compagni e lasciando il padrone esterrefatto.

Se gli avesse consentito di continuare ad andare e venire a proprio piacimento, …

 

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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