Vi presento “La Villa delle Rose” di Teresa Simon edito Newton Compton. (Estratto)

Ad Anna ed Emma

 

 Il cioccolato è la materia di cui sono fatti i sogni.

Sogni ricchi, neri, setosi e dolci

che turbano i sensi e risvegliano le passioni.

Il cioccolato è follia, il cioccolato è estasi.

 

Judith Olney

 

Quando si annuncia l’estate

e il bocciolo di rosa si accende,

chi si potrà privare di una tale felicità?

 

Johann Wolfgang von Goethe

 

 

Prologo

Dresda, giugno 1913

Mia amata Emma, questa lettera è indirizzata a te, anche se non potrà mai raggiungerti, nemmeno quando i miei occhi si chiuderanno per sempre. Ma io devo scriverla, perché il senso di colpa mi toglie il fiato.

Mentre sono qui, seduta al grazioso secretaire in stile Biedermeier di Vienna, che risale alla nonna di Gustav, Hermine, tu dormi a poche porte di distanza nel tuo letto a baldacchino – tu che non sei più una bimba, e lo vedo chiaramente, senza bisogno di notare gli sguardi d’ammirazione degli uomini, che ora sono diretti sempre più spesso a te piuttosto che a me, quando passeggiamo insieme nel grande giardino. Ma, naturalmente, non sei ancora una donna adulta. Lo sarai tra non molto.

Lo so, avresti bisogno di una madre, che ti accompagni attraverso questo difficile cammino. Nessuno lo meriterebbe più di te, mia incantevole ragazza! Con la tua risata, la tua allegria, l’esuberante vivacità, ci hai contagiati tutti, dal primo giorno in cui ho guardato nei tuoi occhi scuri.

C’è chi sostiene che tutti i bambini vengano al mondo con gli occhi blu, ma i tuoi occhi erano grandi e rotondi come delle lucide castagne e così sono rimasti fino a oggi. Potrei perdermici dentro, tuo padre impazzisce a guardarli, e non sarà diverso per il fortunato che arderà d’amore per te. Quanto vorrei essere in grado di poter assaporare con tutta me stessa il suo corteggiamento per te, ma non mi sarà concesso, mia Emma. Sento come se le mie forze stessero diminuendo, giorno dopo giorno un po’ di più.

Mi sfuggono e non riesco a trovare nulla con cui poterle trattenere.

Che cosa ho fatto!

Ed è stato solo per amor tuo…

Finora nessuno è sulle mie tracce, ma ogni giorno mi aspetto di sentire bussare con autorità alla nostra porta. Non so se tuo padre riuscirà a sopravvivere. Gustav non è forte come sembra. Te ne accorgerai anche tu, in caso non lo sapessi già da un po’, come sospetto. Il suo senso dell’ordine, la sua aspirazione all’onestà e alla decenza non sono altro che una paura astutamente celata dei sentimenti forti e selvaggi che ribollono in lui. Sotto questo aspetto è davvero tuo padre, Emma.

A volte riesco a sopportare a malapena che forti alleati siate diventati, nonostante sarebbe potuto andare anche molto diversamente, visto come stanno le cose ora…

Ci sono giorni in cui mi sento quasi un’estranea, quando vedo voi due insieme. Me ne spavento, ma allo stesso tempo ne sono felice, perché renderà più lieve l’addio. È difficile per me mettere tutto questo per iscritto. Eppure devo farlo, almeno una volta, prima di lasciarvi.

Sì, hai capito bene, Emma: non potrò più restare a lungo, nonostante io non desideri altro. Essere felice con voi due era tutto ciò ho sempre voluto.

Per quello ho rischiato tutto – e tutto ho perso.

L’ineffabile non può più essere cancellato. Come un sottile strato rosso, si è posato sulla mia pelle, mi perseguita nella veglia e nei sogni.

Almeno quando riesco ancora a dormire…

Le notti, amiche di un tempo, che mi hanno regalato sogni colorati, sono da tempo diventate nemiche. Giaccio nel letto, accanto a tuo padre, completamente sveglia e con gli occhi arrossati in cui bruciano lacrime non piante. Tu ti saresti allontanata da me piena d’orrore se solo ne avessi avuto la minima idea, tu, che sei intenerita e commossa da ogni uccellino caduto dal nido, da ogni bimbo che piange, da ogni ingiustizia di questo mondo. Preferisco non pensare nemmeno alla reazione di Gustav…

Ho tagliato il filo che mi legava a voi due in modo indissolubile. E tuttavia non l’ho mai odiata – nemmeno quel terribile giorno in cui voleva prendermi tutto. Perché ciò che ho visto in lei mi ha ammorbidita, resa conciliante. Percepivo l’angoscia che aveva provato lei stessa per molti anni. Ma poi è arrivato quel freddo, orribile momento in cui mi ha minacciata e ho perso il controllo. Un muro nero. Un rumore sordo e vuoto. E poi più niente.

Tutto ciò che ricordo è che lei, improvvisamente, giaceva sul pavimento. Senza vita. Incredibilmente giovane, quasi come una ragazza addormentata, se non fosse stato per un rivolo rosso che le scorreva dalla testa. Sapevo che sarei dovuta fuggire, il più in fretta possibile. Nessuno era nei paraggi. Nessuno ci aveva viste, tranne quello strano bambino. Un ragazzino. Sei, al massimo sette anni. Magro, quasi pelle e ossa. Sulla testa un berretto a visiera scuro, sotto il quale quasi scompariva. Un viso pallido e triangolare con un mento volitivo. Mai dimenticherò il suo sguardo. Occhi grigio ghiaia, consapevoli e giudicanti, come se fossero appartenuti a un uomo adulto.

Un uomo che pianifica la sua vendetta…

Oh, mia Emma, mi sto perdendo nelle mie paure e non ho nemmeno messo per iscritto la cosa più importante:

Tu sei la luce della mia vita.

La bambina che ho sempre desiderato.

La ragazza intelligente che ho amato più della mia vita.

Perdonami, se puoi! E portami una rosa, quando mi avranno trovata, una rosa damascena color crema, con l’interno rosa tenue, che amiamo entrambe così tanto.

Temo di essere la peggior madre del mondo. Io che, per te, avrei voluto essere la migliore dal primo momento!

Ti bacio e ti mando un angelo che veglierà su di te.

Addio, mio amato cuore!

 

Tua madre

Dresda, aprile 2013

A
nna amava il venerdì da quando era una bambina.

Forse perché la settimana sembrava così essere in ordine? O perché era nata di venerdì poco prima della mezzanotte, e con la camicia, come aveva sempre raccontato così volentieri suo nonno?

Ad ogni modo, aveva voluto aprire la sua nuova cioccolateria assolutamente di venerdì, anche se numerose ristrutturazioni avevano fatto rimandare la data fino a dopo Pasqua. La Schokolust1, come l’aveva chiamata Anna, si trovava nella Città Nuova di Dresda e, tranne che per il nome, si distingueva in tutto dalla “casa madre” della Città Vecchia. Non c’erano decorazioni d’oro, né tavolini ovali di metallo o torniti schienali, nessun fronzolo per cui impazzivano i turisti di tutto il mondo.

Anna, invece, per le pareti aveva optato per un leggero color menta, che dava all’ambiente una piacevole freschezza, e predisposto tavoli e sedie in acero chiaro che nella loro semplicità visiva, ricordavano i mobili Bauhaus. C’era un raffinato bancone refrigerato in vetro, in cui i cioccolatini e i pasticcini artigianali erano valorizzati al meglio. Proprio quella mattina Anna li aveva amorevolmente sistemati lì in modo scenografico. E, dietro il bancone, c’era una delle migliori macchine da caffè che il mercato potesse offrire – la scintillante e cromata Vulcano, che non solo faceva comparire una crema seducente, ma rendeva anche il latte una schiuma così vaporosa da nobilitare di intenso piacere ognuna delle già pregiate cioccolate in tazza del suo assortimento.

Alle pareti c’erano stretti scaffali di legno, su cui erano esposte le prestigiose tavolette: classificate secondo il contenuto di cacao e il paese di origine oppure in base all’aggiunta di ingredienti raffinati come peperoncino, sale marino, prosciutto di cervo, noci o altre miscele insolite. Alcuni cartoncini color avorio, scritti a mano da Anna, non riportavano solo i prezzi, ma spiegavano per punti essenziali le peculiarità di ogni prodotto. Per i bambini c’erano due grandi cilindri di vetro, riempiti di cioccolatini avvolti da carta variopinta, finissimo cioccolato al latte di produzione propria, che aveva successo tra i più piccoli. Sì, i clienti potevano tranquillamente arrivare.

«Emozionata, ragazza mia?», sentì dire da una voce roca dietro di lei.

Anna si voltò di scatto. «Eccome! Devi sempre arrivare così di soppiatto?». Il suo rimprovero suonava affettuoso. «Un giorno morirò stecchita dallo spavento!».

«Di certo solo molto tempo dopo di me, mia piccola Anna. E ora, dimmi, cos’altro c’è da fare prima di aprire?».

Henny Kretschmar conosceva Anna da quando lei aveva appena imparato a camminare. Un’amica e intima confidente di suo nonno e, come Anna aveva realizzato solo più tardi, molto più di quello, anche se tra i due c’era una bella differenza d’età. Nessuno avrebbe mai dato a Henny i suoi, ormai, settant’anni. E tanto meno avendo a che fare con la sua natura esuberante e vedendone la figura snella fasciata nel twin-set color malva e nella gonna a tubino coordinata, e quei capelli biondi accuratamente acconciati, avrebbe potuto definirla, così come era solita fare invece lei, un “ferro vecchio”.

«Allora, già che lo chiedi, prepara per favore, per ogni tavolo, un piattino da degustazione. Sai, come lo facciamo sempre. Mentre io…».

«…sparisco in cucina a fare magie», concluse la frase Henny.

Anna annuì sorridendo.

«E come si chiamerà, questa volta, il cioccolatino del mese?», chiese Henny. «I tuoi Mandorlovetti al liquore di marzo erano davvero un sogno!».

«Bacini nocciolini al limone, se proprio vuoi saperlo. Il mio dolce saluto alla primavera».

Anna salì i tre gradini che portavano agli ambienti sul retro. A sinistra si andava nel suo piccolo ufficio, in cui regnava ancora abbastanza confusione, perché nello stress pre-apertura molte scartoffie erano state lasciate lì ancora in sospeso. Al centro c’era la cucina, di fronte alla quale, mossa da un’improvvisa bizzarria, aveva appeso un vecchio specchio a 
muro.

A dire il vero non incontrava proprio il suo solito gusto, e forse era proprio per questo che le piaceva così tanto: ovale, con una cornice larga, sulla cui tonalità crema sbiadita spiccavano numerose rose di ceramica, nei colori rosa e rosso. Per un momento si fermò e studiò la propria immagine riflessa. Naturalmente, per l’ennesima volta, era ancora troppo pallida. Se sua madre l’avesse vista in quel momento, avrebbe subito sfoderato le sue immancabili tisane e pasticche, per rendere l’incarnato della sua unica figlia roseo e in salute. Ma come poteva una rossa naturale avere anche una carnagione colorita all’inizio della primavera?

Il viso che aveva di fronte era triangolare e possedeva, nonostante tutte le caratteristiche che le venivano ripetutamente riconosciute, un qualcosa di scintillante e bambinesco, nonostante Anna avesse già trentadue anni. Aveva due grandi occhi castani e sopracciglia rossastre, che crescevano così regolari da sembrare tratteggiate. Il naso era corto e dritto, il mento volitivo. La sua grande bocca rossa, con denti brillanti e non proprio regolari, amava ridere, ma, altrettanto rapidamente, poteva piegarsi in una smorfia critica. E poi aveva miriadi di lentiggini che, anche se durante gli interminabili mesi invernali sbiadivano discretamente, ora, come Anna sapeva fin troppo bene, attendevano solo i primi insidiosi raggi di sole, per uscire di nuovo fuori in tutto il loro splendore.

A dire il vero non assomigliava a nessuno dei suoi parenti, con l’eccezione di suo nonno che, da giovane, doveva avere avuto anche lui i capelli rossicci, se si prestava fede alla storia della famiglia. Non c’era modo di verificarlo in base alle sbiadite fotografie in bianco e nero di quell’epoca. Anna lo aveva conosciuto solo con i capelli bianchi. Tuttavia, quando Kurt Kepler si esponeva al sole, la sua pelle sensibile poteva scottarsi in pochissimo tempo, se non stava attento, proprio come lei.

Saresti davvero parecchio fiero di me, nonno Kuku, pensò. La mia seconda cioccolateria sta per essere inaugurata e la prima sta andando meglio che mai. È l’unico modo in cui, per anni, sono riuscita a mettere ogni centesimo disponibile nella casa, che ti è stata restituita solo molto tempo dopo la riunificazione – e pure in condizioni piuttosto pietose. Faticheresti a riconoscere l’edificio malconcio dove mi portasti per la prima volta quando avevo sette anni, tanto meravigliosa è di nuovo ora Villa delle Rose, anche se dovrò ripagare i prestiti per la ristrutturazione per un’eternità.

Dal locale Anna sentì un festoso canterellare e lanciò un ultimo sguardo esaminatore verso il basso. Le mani di Henny, dalle curate unghie color madreperla, erano infilate in guanti igienici, come opportuno. Aveva coscienza e buon gusto! Per questo motivo i pezzi di cioccolato non erano assolutamente posati a casaccio sui piattini verde menta, ma i piccoli Dominostein2 erano stati disposti accuratamente in fila – eppure Anna, a quella vista, dovette guardare con più attenzione.

«Assolutamente mai offrire i Venti bianchi con mandorle e pistacchi dopo i salati all’80% di Carolla», esclamò. «Come potrebbero mai imparare ad assaporarli? Per il palato sarebbe come se le gambe, dopo un tango, dovessero passare senza preavviso a un rustico Ländler3!».

Gli occhi verdi di Henny si riempirono improvvisamente di lacrime.

«Sei proprio come lui», mormorò. «Lo sai? A volte credo di sentire Kurt, quando parli così! Ed è proprio questo il motivo per cui il tuo nuovo locale si trova qui – non è vero? Perché a sole poche case di distanza c’era la sua vecchia fabbrica!».

«Allora sai anche cosa c’è da fare», disse Anna. Sì, voleva essere vicina a suo nonno e le piaceva poterlo fare in quel modo. Sulla seconda parte della frase di Henny, tuttavia, decise di non entrare nei particolari. Cosa l’avesse spinta a scegliere quel luogo della città, voleva tenerlo per sé. «E ora devo davvero andare a “far magie”, altrimenti oggi non ci sarà alcun cioccolatino del mese».

Tornò di sopra al suo piccolo regno. A prima vista, non c’era nulla di speciale lì: pareti bianche, un mucchio di acciaio inossidabile, una cucina accuratamente progettata disposta su due file, che offriva tutto il necessario per cuocere e preparare cioccolatini: fornelli, dispensa, due unità di raffreddamento, lavandino, lavastoviglie, e tre grandi superfici di lavoro, molto facili da pulire.

La cosa più importante nel fare cioccolatini, Anna, è e rimarrà sempre la pulizia. Chi fa le cose in modo sciatto e sbrodola ovunque, non sarà mai tra i migliori.

Quel giorno suo nonno non voleva proprio uscirle dalla testa.

Ogni volta che iniziava a spignattare in quel luogo, si rendeva conto, orgogliosa, di quanto tutto fosse ben organizzato. Non doveva contorcersi né per arrivare a un mucchio di ciotole e recipienti accatastati su una mensola del muro, né per fare i numerosi risciacqui, che inevitabilmente si accumulavano. Pur dopo lunghe ore trascorse nella sua cucina, raramente Anna si sentiva esausta, anzi, spesso era ancora in grado di inventarsi altre eccitanti varianti di cioccolato, noci o frutti. Anche se fino a quel momento non era ancora riuscita in una grande e spettacolare trovata, quel desiderio non era mai uscito dalla sua testa…

Nel frattempo la glassa al cioccolato al latte intero a bagnomaria era diventata troppo calda. Delicatamente Anna vi versò dentro altre gocce di cioccolato e iniziò a mescolare per raffreddare il tutto. Un tempo erano state le labbra del pasticciere l’unico strumento per misurare la temperatura, ora, invece, Anna aveva a disposizione un pratico termometro. Ma una cosa non era cambiata da allora: mescolare, mescolare e ancora mescolare era il motto per ottenere una morbida e cremosa preparazione di base che poi poteva essere ulteriormente raffinata.

A questo scopo, Anna tirò fuori il vecchio stampo di metallo dal frigo, risalente addirittura al periodo precedente la prima guerra mondiale e, uno dei pochi pezzi delle vecchie proprietà di famiglia, sopravvissuto alla notte del bombardamento di Dresda del febbraio del 1945. Già da bambina Anna l’aveva ripetutamente ispezionato con curiosità e, non appena aveva imparato a leggere, aveva chiesto che cosa potessero significare le iniziali intrecciate “EB” sul retro.

“B” nessuno aveva un cognome che iniziava con quella lettera tra i suoi parenti e, per quanto ne sapesse, non c’era nemmeno qualcuno il cui nome di battesimo iniziasse con una “E”.

Quindi di chi erano quelle iniziali? Suo nonno, una specie di cornucopia di conoscenze e aneddoti quando si trattava di cioccolato, era diventato clamorosamente laconico, quando lei glielo aveva chiesto – lo ricordava ancora molto bene. Anna si era ripromessa di insistere ancora, ma nel corso degli anni se ne era dimenticata.

Pensierosa, fece scorrere le dita su quelle lettere incise. EB quale pasticciere poteva averle fissate lì, a suo tempo? O era stata una donna, come potevano suggerire la morbidezza e l’eleganza delle lettere?

Purtroppo non avrebbe mai più potuto saperlo. Il nonno non poteva più dirglielo, perché era morto ormai da dodici anni, e lei aveva già saputo tutto ciò che valeva la pena conoscere dai suoi genitori molto tempo prima. A differenza sua, né Greta né Fritz Kepler sembravano essere particolarmente interessati alla storia della famiglia. La madre si era realizzata nel suo lavoro di farmacista, in particolare da quando, dopo la riunificazione, si era specializzata sempre più in naturopatia e alla fine era diventata un’entusiasta seguace della medicina di santa Ildegarda. Il padre, un tempo insegnante e, dopo un infarto, precoce pensionato da un paio di anni, trascorreva la maggior parte del tempo con i suoi cactus.

Neanche Henny era stata in grado di aiutare Anna, anche se il suo sguardo si era leggermente rabbuiato. «Non ne ho idea», aveva borbottato per poi voltarsi bruscamente. «Pensi forse che mi mettesse al corrente di tutto? No, Kurt aveva sempre avuto i suoi segreti. Fino alla fine. Probabilmente è proprio per questo che mi ha affascinata».

Anna rovesciò lo stampo, prese un batuffolo di cotone e pulì accuratamente le scanalature. Dopodiché, ripeté la stessa procedura con la carta da cucina.

Intanto, sul fornello, la panna e il succo di limone erano diventati caldi, una miscela delicata da tenere d’occhio, e stare attenti a non far inacidire. Anna allontanò la pentola dalla piastra e ne mise il contenuto nella glassa. Aggiunse un po’ di scorza di limone grattugiata e ricominciò a mescolare finché la massa non raggiunse la temperatura ambiente.

Un profumo fresco e vellutato riempì la cucina, e Anna si sentì venire l’acquolina in bocca. Il miglior segno, perché un perfetto senso del gusto non si faceva mai ingannare. Per prima cosa Anna riempì lo stampo di metallo con la glassa temperata, in modo da formare un corpo cavo di cioccolato da riempire successivamente con la ganache e garantire un’esperienza croccante in bocca. Poi versò con attenzione la massa nei gusci di cioccolato precedentemente preparati. Alla fine, mise al centro di ciascuno mezzo gheriglio di noce pecan.

Il nuovo impasto doveva indurirsi almeno due ore in frigorifero prima di poter aggiungere quei cioccolatini agli altri nel bancone.

Anna si stava arrotolando le maniche del maglione verde abete quando il suo telefonino si mise a vibrare. «Jan?», chiese lei. «Che c’è?»

«Procediamo già oggi. Per te va bene?».

La voce del giovane orticoltore suonava leggermente distorta.

«Oggi?». Gli occhi di Anna volarono al vecchio orologio appeso accanto alla porta. «Come pensi di fare? Sto per aprire il mio nuovo negozio tra pochi minuti. Avevamo concordato apposta per domani…».

«…all’improvviso dobbiamo andare a Wittenberg. Casa di Lutero. Un grosso lavoro. Sfortunatamente non posso lasciarmelo sfuggire. Sono tempi duri, lo sai». Sentiva la sua 

esitazione più di quanto riuscisse a sentirne la voce. «Allora facciamo la prossima settimana. Martedì? Potrebbe andare?»

«No», ribatté Anna. «Non si può fare domani? Siamo comunque molto in ritardo con le rose, se devono attecchire davvero bene! Chi avrebbe mai pensato che ci volesse così tanto tempo perché arrivassero finalmente le consegne dalla Francia?»

«Be’, dovevano essere assolutamente le varietà più insolite…».

«Basta», lo interruppe lei. «Non ricominciare. Quindi, che si fa?».

Jan esitò.

«Eventualmente potrei mandare Hennig a Wittenberg», disse infine. «Insieme al nuovo apprendista, ma a dire il vero non è che ne sia particolarmente felice. Non riesci proprio a venire oggi?».

Anna ripensò agli impegni della giornata alla velocità della luce. I giornalisti sarebbero arrivati intorno a mezzogiorno, sempre se fossero mai arrivati, e i primi clienti probabilmente subito dopo l’apertura della Schokolust. In generale, sarebbe stato più tranquillo nel pomeriggio. Inoltre, poteva fidarsi ciecamente di Henny.

«Va bene, per quanto mi riguarda», sospirò. «Se è assolutamente necessario!».

«Fantastico. Mi fai davvero un piacere. Io odio deluderti». La sua voce suonò improvvisamente tesa.

Jan avrebbe voluto molto di più da lei. Lo sapevano entrambi, anche se nessuno faceva la prima mossa. Sì, c’era stata quella notte tre anni prima, ma dopo Anna aveva scelto Ralph. A Jan bruciava ancora, nonostante la relazione di Anna con Ralph fosse terminata già da tempo.

«E allora non farlo», disse lei, avvertendo di nuovo quel dolore familiare che il pensiero di Ralph ancora le scatenava. Tra l’altro era stata lei che aveva voluto la separazione, non lui. Perché Anna si era sentita improvvisamente come in trappola, terrorizzata di non aver fatto la scelta giusta. Perché veniva sopraffatta ogni volta da quel paralizzante sentimento di non avere via di fuga, non appena con un uomo la relazione si faceva più seria? Nonostante le infinite riflessioni non vi aveva trovato ancora nessuna risposta.

«Non ce la farò prima del pomeriggio. Ma potete cominciare pure senza di me. Hai ancora la chiave del cancello del giardino, no?»

«Ce l’ho. Bene allora a più tardi da te a Blasewitz». Di nuovo quella esitazione, che Anna, un tempo, trovava sempre così attraente perché le era sembrata insondabile e di un’inusuale serietà. «Sono contento per te – e le piantine sono fantastiche. Sarà tutto esattamente come lo immaginavi: la risurrezione del roseto!».

Anna tenne in mano il telefonino ancora per un momento, dopo che Jan aveva riattaccato, perché il suo cuore improvvisamente aveva cominciato a battere troppo forte. È fatta, pensò.

La lunga attesa è finalmente terminata!

Poi lo rimise sullo scaffale, si lavò le mani e scese giù al negozio con un sorriso.

 

Era in ritardo, anche se aveva pedalato così energicamente che sulla Lessingstraße un agente di polizia le aveva addirittura fischiato in segno d’ammonimento. Il nuovo negozio si era riempito rapidamente dopo l’apertura e, con grande gioia di Anna, non erano stati solo i curiosi a volerci ficcare subito dentro il naso, ma anche veri e propri clienti che avevano acquistato generosamente. Tuttavia, nonostante la sua ambiziosa mailing list, erano arrivati solo due giornalisti: una biondina tutta tirata di Radio Energy, che aveva svuotato all’istante il piattino di degustazione, ma che aveva posto domande così svogliatamente, che Anna non aveva grandi aspettative, e un signore più anziano del «Sächsischen Zeitung» che si guardava intorno con curiosità e annotava le sue impressioni su un quadernetto ad anelli nero.

In compenso, i clienti si erano affollati per un bel po’ dopo mezzogiorno alla Schokolust, e quando era diventato tutto più tranquillo e lei aveva finalmente avuto il tempo di guardare l’orologio, si era spaventata nel vedere che ore fossero.

Per fortuna anche quel giorno la vecchia bici del nonno Kurt non l’aveva piantata in asso. Anna aveva già accantonato una cifra davvero consistente, una somma con la quale avrebbe 

potuto permettersi un esemplare nuovo di zecca della classe superiore. Ma chi altro, oltre a lei, poteva andarsene in giro per Dresda con un’originale Brennabor Herrenrad del 1932?

Quando Anna smontò dalla bicicletta, s’impiastricciò d’olio i jeans chiari. Imprecando, si ripromise, forse per la centesima volta, di procurarsi un parafango adatto – cosa che comunque non avrebbe mai fatto, come sempre. Perché la bicicletta era stata il santuario di suo nonno e l’aveva sostenuto attraverso i momenti più bui della sua vita. Il fatto che l’avesse lasciata a lei in eredità, insieme alla villa, era stato sia un onore che uno stimolo per Anna. Ecco perché era rimasta esattamente come l’aveva lasciata lui, anche se la vecchia sella di cuoio era tutt’altro che comoda. Aveva sostituito da poco, dato che era costantemente rotto, solo il sistema di illuminazione, con uno più moderno a led.

Si passò una mano tra i capelli arruffati, poi Anna tirò fuori il pacchettino di dolci dal cestino ed entrò nel giardino attraverso il cancello posteriore.

La prima volta, quella vista l’aveva lasciata quasi senza fiato, ma anche ora che il giardino le era familiare e lo aveva tutto per sé, conoscendone a memoria praticamente ogni angolo, l’impatto su di lei era sempre enorme. Le vecchie querce sul lato est, gli alberi di ciliegio, di mele e di susine a ovest. A sud, di fronte al grande soggiorno, si estendeva la terrazza che, l’estate precedente, aveva fatto rivestire con lastre di ardesia grigie opache. Da lì, attraverso enormi giardini, uno stretto sentiero di ghiaia scendeva fino all’Elba. Si biforcava poi davanti al gazebo di legno con il tetto che dall’esterno sembrava essere leggermente danneggiato, dall’interno però dava l’idea di una fronda di palma aperta, e al centro era sostenuto da una sottile colonna. Da lì, a destra si raggiungeva un gruppo di pini e cedri, sotto i quali vi era un’antica panchina di marmo; a sinistra si trovava il laghetto delle ninfee, circondato da erba giapponese, decorato, nella parte anteriore, da un Buddha di pietra ricoperto di muschio, che riposava nell’erba.

«Eccomi!», gridò quando, avvicinandosi, scorse la testa biondo cenere di Jan tra le piantine già spacchettate. Accanto a lui era accovacciato Kito, il suo collaboratore sorabo con neri capelli a spazzola, che di solito non diceva una parola. «Mi dispiace, signori, anche con tutta la buona volontà non sarei potuta andare via prima! Posso portarvi qualcosina che vi renderà il lavoro ancora più piacevole?»

«Finalmente», borbottò Jan senza alzare lo sguardo, ma Anna sapeva per certo che non sarebbe durato a lungo. «Era proprio il caso che ti facessi vedere. Altrimenti il tuo giardino sarebbe diventato come voglio io!».

Anna rise per dissipare il cattivo umore – e perché sapeva che non avrebbe mai piantato le rose da nessuna parte contro la sua volontà. In fondo avevano pianificato e annotato tutto insieme, e avevano spulciato tra vecchi libri e cataloghi moderni per settimane, per riuscire a rendere il giardino il più tradizionale possibile. Sul “come” si erano comunque scontrati un paio di volte, perché Anna aveva sempre voluto avere l’ultima parola. Aveva cercato ostinata tra le pieghe della sua memoria in cerca delle poche frasi che il nonno aveva espresso sul giardino.

Un paradiso di fiori… Questo le era tornato in mente. Ovunque solo le rose più belle. In fondo la casa doveva a loro il suo nome: Villa delle Rose.

«Non riesco proprio a capire come una giovane donna come te possa rimanere così ostinatamente ancorata al passato», era stato il principale rimprovero di Jan. «Non riporterai certo in vita i vecchi tempi così – nemmeno procurandoti altre antiche varietà di rose!».

«Come se non lo sapessi», si era difesa Anna. «E pensa un po’, nemmeno io lo voglio! Vorrei solo che presente e passato si incontrassero, e vedere come va la convivenza».

Ma era davvero tutta la verità?

C’era qualcosa in lei che non riusciva a definire, che desiderava tradizione e continuità, e da quando Villa delle Rose stava gradualmente recuperando il suo vecchio volto, quel desiderio era cresciuto ulteriormente. Anna non ne faceva parola con nessuno, tantomeno con Jan, perché alla fine si era stufata di essere punzecchiata sul suo fare le cose “alla vecchia maniera”, come lo chiamava lui.

Ma lei aveva bisogno della sua esperienza e delle sue conoscenze, per dare a quel giardino incolto una forma modellata sulle sue idee. Per quanto riguardava le rose, alla fine avevano trovato un compromesso, e ora, in quel pomeriggio di sole d’aprile, in cui solo un rinfrescante venticello ricordava che il tenace inverno non era poi finito da molto, sembrava che forse sarebbe anche potuto accadere un piccolo miracolo.

Se solo avesse avuto più foto di com’era prima! Suo nonno era stato estremamente riservato al riguardo, quasi avaro, e Anna, al momento della sua morte, dodici anni prima, era troppo giovane per esigere abbastanza energicamente quei cimeli. Le aveva distrutte o depositate in un luogo segreto?

Ad ogni modo, nell’eredità di Kurt Kepler non era rimasta che una piccola pila di fotografie, cosa che la rammaricava profondamente. Comunque, non aveva mai abbandonato il sospetto che lui non fosse mai stato del tutto sincero quando sosteneva che la colpa era della guerra, dei bombardamenti e soprattutto degli “anni degli Unni” della prima Repubblica democratica tedesca, come soleva dire. Sempre più le si era insinuato il dubbio che lui volesse nasconderle qualcosa.

Il nonno non aveva voluto diversamente, nel frattempo se ne era convinta. Ma cosa c’era esattamente da nascondere che nessuno poteva vedere?

In quel momento scoprì con gioia che Jan e Kito avevano già piantato la Rosa gallica. Naturalmente avrebbe dovuto pazientare per qualche altra settimana per poterne vedere il rosso intenso e lasciarsi ammaliare dal profumo accattivante di quella vecchia varietà, che era stata usata come pianta medicinale già dai farmacisti del Medioevo, ma il primo passo era stato fatto.

«La centifoglia la metto sotto la terrazza», gridò Kito. «I cespugli devono essere distanti, quindi non sorprenderti! Altrimenti non germoglieranno correttamente. I tuoi fioriranno in rosa e fucsia. O hai altri desideri nel frattempo?»

«No», disse Anna, sentendo come dentro di lei la gioia stesse crescendo sempre di più. «Ètutto fantastico. Ora mi occupo di caffè e dolcetti. Torno subito da voi!».

Aprì la porta della terrazza, risparmiandosi così di dover girare tutto intorno alla villa per potervi entrare. Ma anche così aveva una discreta distanza da percorrere, prima di arrivare alla cucina, dalla quale era stata separata un’intera zona, che fungeva ora da nuova dispensa.

Le porte bianche a due ante permettevano anche da lì una bella vista sul verde. Dove una volta probabilmente c’era il salone Anna aveva allestito una biblioteca e la sala da pranzo, dato che fin da bambina aveva sognato di pranzare con amici e ospiti tra scaffali belli colmi di libri. Accanto c’era il salotto che, nonostante la sua ampiezza, Anna aveva deciso di arredare in modo minimale, così che non trasmettesse un senso di oppressione. Amava soprattutto il camino ad arco in marmo chiaro, di fronte al quale aveva messo uno spesso tappeto berbero e un comodo divano rosso.

Di cosa fare con l’atrio e con quella scala sottile a chiocciola che portava alle stanze superiori, Anna ancora non ne aveva idea. Ci si sarebbero potuti mettere senz’altro anche diversi tavoli da biliardo o trasformarlo in uno spazio espositivo con dipinti sempre diversi o sculture, tanto era spazioso.

Chiunque avesse progettato quella casa di certo aveva pensato soprattutto allo spreco di spazi e all’ariosità. Il semicerchio di vetro con i raggi smaltati, incastonato nella porta di quercia, attraverso la quale si entrava nella villa dal lato della strada, rendeva l’ingresso accogliente e gioioso.

Che follia che io viva qui da sola: questo pensiero passò, non per la prima volta, nella sua mente mentre preparava la macchina del caffè. Ma i suoi genitori non sarebbero mai usciti dal loro accogliente appartamento ad Albertstadt ed erano stati quasi sollevati del fatto che si fosse fatta carico lei dell’eredità di Kurt.

E i progetti di vita di Anna? Una casa come questa si addice a chiacchiere e risate, pensò, a un’atmosfera di cene e ricevimenti, e accoglienti tavolini da caffè. Ci vorrebbero impronte di bambini e regolari segnacci sugli infissi delle porte. Un cane maldestro che sfreccia attraverso le stanze e va a rotolarsi spavaldo nell’erba del giardino. Oppure dei gatti che si crogiolano davanti al camino

 

 

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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