Vi presento “Tre sorelle,tre regine” di Philippa Gregory edito Sperling & Kupfer (Estratto)

Castello di Baynard

Londra, novembre 1501

INDOSSERÒ i colori bianco e verde, da principessa Tudor. Mi considero realmente la sola e unica principessa Tudor, dal momento che mia sorella Maria è troppo piccola per fare qualcosa di più che essere accompagnata in sala da pranzo dalla bambinaia ed essere riportata subito via. Mi assicuro che le istitutrici di Maria abbiano capito che devono presentarla alla nostra nuova cognata e andarsene. È inutile farla sedere a tavola a ingozzarsi di prugne candite. I cibi pesanti la fanno stare male e, dovesse stancarsi, strillerebbe. Ha solo cinque anni, è ancora troppo giovane per grandi eventi. Non io, io ne ho già dodici, devo ricoprire il mio ruolo nel matrimonio che sarebbe incompleto senza di me. Lo ha detto la mia signora nonna, la regina madre.

Ha anche detto qualcosa che non sono riuscita a sentire, ma so che i lord scozzesi mi osserveranno per valutare se sono abbastanza robusta e adulta per sposarmi immediatamente. 

Sono sicura di esserlo. Tutti dicono che sono graziosa, vigorosa come un pony gallese, sana come una mungitrice, bionda come il mio fratellino Enrico e con grandi occhi celesti.

«Sarai tu la prossima», mi mormora con un sorriso. «Si dice che un matrimonio ne generi un altro.»

«Non dovrò fare un viaggio lungo come quello della principessa Caterina. Tornerò a casa in visita.»

«Lo farai.» La promessa di mia nonna rende il mio matrimonio una certezza. «Sposerai il nostro vicino e lo renderai nostro buon amico e alleato.»

La principessa Caterina era dovuta venire fin qui dalla Spagna, a miglia e miglia di distanza. Dal momento che stiamo litigando con la Francia, era dovuta venire per mare e per poco non era naufragata a causa di una tremenda tempesta. Quando andrò in Scozia per sposare il re, ci sarà una grande processione da Westminster a Edimburgo lunga quasi quattrocento miglia. Non andrò via mare, non arriverò febbricitante e tutta bagnata, e potrò tornare a Londra ogni volta che ne avrò voglia. La principessa Caterina invece non rivedrà più la sua patria. Dicono abbia pianto quando ha incontrato mio fratello la prima volta. Che cosa ridicola. E infantile come Maria.

«Ballerò al matrimonio?» chiedo.

«Danzerai con tuo fratello Enrico», decreta la regina madre. «Dopo che la principessa spagnola e le sue dame ci avranno mostrato una loro danza. Tu le farai vedere cosa sa fare una principessa inglese.» Sorride furtiva. «Vedremo chi sarà la più brava.»

«Io», prego tra me e me e a voce alta domando: «Una bassadanza?» Si tratta di un ballo lento per adulti che eseguo benissimo, in realtà è più un lento scivolare che un ballare.

«Una gagliarda.»

Non discuto. Nessuno discute con mia nonna. Lei decide tutto ciò che succede in ogni dimora reale, in ogni palazzo e castello, e mia madre, la regina, semplicemente concorda.

«Ci eserciteremo», commento. Posso indurre Enrico ad allenarsi promettendogli che tutti ci guarderanno. Adora essere al centro dell’attenzione e vince di continuo gare e competizioni di tiro con l’arco ed esegue numeri sul suo pony. È alto quanto me, sebbene abbia solo dieci anni, per cui siamo una coppia perfetta, sempre che non faccia lo sciocco. Desidero mostrare alla principessa spagnola che sono brava quanto la figlia di Castiglia e Aragona. Mia madre è una Plantageneta e mio padre un Tudor, due nomi grandiosi per chiunque. Caterina non deve pensare che le siamo grati di essere venuta qui. Per quanto mi riguarda, non desidero un’altra principessa a corte.

 

La mia signora madre insiste perché Caterina venga al castello di Baynard prima delle nozze e lei arriva accompagnata dalla sua corte, venuta dalla Spagna, a nostre spese, come sottolinea mio padre. Fanno il loro ingresso dalle porte a doppie ante come un esercito invasore. Vestiti, parlata, copricapi, totalmente diversi dai nostri e, al centro, magnificamente abbigliata, entra la giovane che chiamano «Infanta». Anche questo è ridicolo, visto che ha quindici anni ed è una principessa, non un «bebè». Lancio un’occhiata a Enrico per vedere se ridacchierà a una mia smorfia e dico bee-bè, come canzoniamo Maria, ma lui non mi sta guardando. Sta fissando Caterina come se vedesse un nuovo cavallo o un elemento di armatura italiana o qualche altra cosa che desidera ardentemente. Vedo la sua espressione e mi rendo conto che vuole innamorarsi di lei, come un cavaliere con una damigella in una favola. Enrico ama le storie e le ballate sulle fanciulle irraggiungibili, rinchiuse nelle torri, legate alle rocce o smarrite nei boschi e in qualche modo Caterina l’ha colpito prima del suo ingresso a Londra. Forse per la sua portantina schermata o forse per la sua cultura, dal momento che parla tre lingue. Sono talmente infastidita che, se lui fosse abbastanza vicino, lo pizzicherei. Ecco perché nessuno più giovane di me dovrebbe partecipare a eventi regali.

Non è particolarmente bella. Ha tre anni più di me, ma io sono più alta. Ha capelli color castano chiaro con una sfumatura ramata, appena più scura della mia. Anche questo è irritante: chi desidera essere paragonata a una cognata? Porta un alto copricapo e uno spesso velo coprente che mi impedisce di osservare bene la capigliatura. Ha occhi celesti come i miei, ma sopracciglia e ciglia molto chiare; ovviamente non ha il permesso di colorarle come faccio io. La sua pelle è chiara, il che suppongo sia un particolare da ammirare. È minuscola: la vita sottile è talmente stretta da lacci che fatica a respirare, e i piccoli piedi calzano le scarpe più ridicole che abbia mai visto, con la punta ricamata in oro e le stringhe dorate. Non credo che mia nonna mi permetterebbe di indossare stringhe dorate. Sarebbe solo una frivola esibizione di vanità. Sono sicura che gli spagnoli sono molto frivoli, lei lo è di certo.

La esamino senza lasciar trasparire i miei pensieri. Penso che sia fortunata a essere venuta qui, fortunata a essere stata scelta da mio padre come moglie di mio fratello maggiore, Arturo. Fortunata ad avere una cognata come me, una suocera come mia madre e, soprattutto, una nonna acquisita come lady Margaret Beaufort, che farà sì che Caterina non superi la posizione che le è stata designata da Dio.

Lei s’inchina e bacia mia madre e, dopo di lei, la mia signora nonna. È così che dovrebbe essere, ma imparerà presto che sarebbe stato meglio per lei compiacere mia nonna prima di chiunque altro. Poi mia madre mi fa un cenno e io faccio un passo avanti e la principessa spagnola e io ci facciamo una riverenza nello stesso momento e alla stessa profondità, poi lei mi si avvicina e ci baciamo sulle guance. Ha le guance calde e noto che è arrossita, gli occhi le si riempiono di lacrime come se avesse nostalgia delle sue vere sorelle. La guardo con aria severa, come quella di mio padre quando qualcuno gli chiede del denaro. I suoi occhi celesti e i suoi modi gentili non mi faranno innamorare di lei. Che non pensi di entrare nella corte inglese e farci apparire grassi e stupidi.

Non si sente respinta, ma mi fissa direttamente negli occhi. Nata e cresciuta in una corte competitiva con tre sorelle, sa cosa è la rivalità. Peggio ancora, mi guarda come se trovasse la mia espressione severa più che raggelante, un po’ comica. In questo momento capisco che non è una giovane donna come le mie dame di compagnia, che devono essere gentili con me qualsiasi cosa io faccia, o come Maria, che deve fare ciò che dico. Questa giovane donna è mia pari, mi valuterà, potrebbe addirittura criticarmi. «Siete la benvenuta in Inghilterra», la saluto in francese. «Sono felice di salutare mia sorella», risponde in un inglese formale.

Mia madre si mostra gentile con questa sua prima nuora. Discorrono in latino e io non posso seguire ciò che stanno dicendo, così mi siedo accanto a mia madre e osservo le scarpe con le stringhe dorate di Caterina. La mamma chiede della musica ed Enrico e io iniziamo un girotondo, una canzone rurale inglese. Siamo ben intonati e la corte riprende il ritornello e giriamo e giriamo fin quando tutti cominciano a ridacchiare e ad abbandonare le loro posizioni. Caterina non ride, ma ci guarda come se non avesse mai visto nulla di più sciocco e allegro di me ed Enrico. È spagnola, quindi assai formale, ma io osservo come si siede, immobile, con le mani giunte in grembo come se posasse per un ritratto, molto regale. Voglio imparare a sedere in quel modo.

Portano Maria, affinché le faccia una riverenza, e Caterina si rende ridicola inginocchiandosi alla sua altezza per ascoltare il suo infantile mormorio. Naturalmente mia sorella non capisce una parola di latino o spagnolo, ma le cinge il collo con le braccia e la bacia e la chiama «folella».

«Sono io tua sorella», la correggo, strattonandola. «Questa lady è tua cognata, una sorella acquisita. Sai pronunciare la parola cognata?»

Naturalmente non ci riesce. Balbetta e tutti ridono. Ci rendiamo conto che è tardi e usciamo tutti con torce oscillanti per accompagnare Caterina, come se fosse una regina incoronata e non semplicemente la figlia minore del re e della regina di Spagna, che ha la fortuna di imparentarsi con la nostra famiglia: i Tudor.

Dà il bacio della buonanotte a tutti e, quando tocca a me, avvicina la sua calda guancia alla mia e dice: «Buonanotte, sorella», in quel suo stupido accento, in quel suo tono condiscendente. Si tira indietro e vede il mio viso adirato e scoppia in una risatina. «O-ho!» 

esclama e mi picchietta la guancia come se il mio cattivo umore non la preoccupasse. Lei è una vera principessa, regale di natura come mia madre; è una giovane che diverrà regina d’Inghilterra. E così il suo colpetto, quasi una carezza, non mi offende. Mi accorgo che lei mi piace e non mi piace, tutto insieme, nello stesso momento.

* * *

«Spero che sarai gentile con Caterina», mi dice mia madre mentre usciamo dalla sua cappella privata dopo la Prima, alle sei del mattino del giorno seguente.

«Non lo farò, se lei pensa di venire qui e di comandarci tutti», ribatto vivacemente. «Non se si comporterà come se ci facesse un favore. Avete visto le stringhe delle sue scarpe?»

Mia madre scoppia a ridere divertita. «Oh, Margherita, non ho visto le sue stringhe né ti ho chiesto cosa ne pensi di lei. Ti ho solo detto che spero che sarai gentile con lei.»

«Naturalmente», rispondo, fissando il mio messale con la copertina ornata di gioielli. «Mi auguro di essere cortese con tutti.»

«Lei è lontana da casa e abituata a una grande famiglia», insiste. «Avrà di certo bisogno di un’amica e tu potresti trarre piacere dalla compagnia di una ragazza più grande. Io sono cresciuta in una casa piena di sorelle e le apprezzo ogni anno di più. Forse anche tu scoprirai che le amicizie femminili sono le più vere, che le sorelle sono le custodi dei tuoi ricordi e delle tue speranze per il futuro.»

«Lei e Arturo resteranno qui?» le domando. «Vivranno con noi?»

«Lo vorrei tanto, ma tuo padre ritiene che debbano andare a vivere a Ludlow, nel principato di Arturo.»

«Che ne pensa la mia signora nonna?»

Mia madre alza le spalle, il che significa che tutto è già deciso. «Dice che il principe del Galles deve governare il Galles.»

«Continuerete ad avere me a casa. Io sarò ancora qui.»

«Conto su di te», dice in tono rassicurante.

Riesco a passare un momento da sola con Arturo prima del matrimonio. Camminiamo assieme nella lunga galleria. Sotto di noi sentiamo i musicisti attaccare un’altra danza e il brusio delle persone che bevono e chiacchierano e ridono. «Non devi inchinarti tanto davanti a lei», gli dico bruscamente. «I suoi genitori sono appena ascesi al trono come nostro padre. Lei non ha nulla di cui essere tanto orgogliosa. Non sono migliori di noi. Non appartengono a un’antica stirpe.»

Lui arrossisce. «La consideri superba?»

«Lo è e senza alcun motivo.» Avevo sentito mia nonna dire esattamente questo a mia madre, per cui so che è giusto.

«I suoi genitori hanno conquistato la Spagna ricacciando i Mori», ribatte. «Sono i più importanti crociati al mondo. Sua madre è una regina militante. Sono straordinariamente ricchi e possiedono metà del mondo sconosciuto. Buoni motivi per essere orgogliosi, non pensi?»

«Immagino di sì», rispondo a malincuore. «Ma noi siamo Tudor.»

«Lo siamo», concorda con una risatina. «Ma ciò non impressiona nessuno.»

«Certo che lo fa. Specialmente ora…»

Nessuno di noi due dice altro, siamo entrambi consapevoli che ci sono molti eredi al trono d’Inghilterra, decine di ragazzi Plantageneti, i parenti di nostra madre, che vivono ancora a corte o che sono fuggiti in esilio. Nostro padre ha ucciso i cugini di nostra madre in battaglia e più di un pretendente: due anni fa ha giustiziato nostro cugino Edoardo.

«La ritieni orgogliosa?» mi sfida. «È stata sgarbata con te?»

Allargo le mani nel segno di resa che fa mia madre quando le viene riferito che nostra signora nonna ha prevalso su di lei. «Oh, non si degna di rivolgermi la parola, non ha alcun interesse in una semplice sorella. È troppo impegnata a mostrarsi affascinante, specialmente con nostro padre. In ogni caso, parla a malapena l’inglese.»

«Non è che sia timida? Io lo sono.»

«Perché mai dovrebbe essere timida? Sta per maritarsi, o no? Diventerà regina d’Inghilterra, giusto? Sarà tua moglie. Perché mai non dovrebbe essere più che soddisfatta?»

Arturo ride e mi abbraccia. «Pensi che non ci sia niente di meglio al mondo dell’essere regina d’Inghilterra?»

«Niente. Lei dovrebbe rendersene conto ed esserne grata.»

«Ma tu sarai regina di Scozia», sottolinea Arturo. «Anche questo è grandioso. Questo devi pregustarlo.»

«Lo faccio e di certo non mi sentirò mai ansiosa o sola, né avrò nostalgia di casa.»

«Re Giacomo sarà felice di avere una sposa soddisfatta.»

Più di tanto non riesco a dirgli per fargli capire che Caterina d’Aragona ci guarda dall’alto in basso. La soprannomino Caterina d’Arroganza e Maria mi sente dirlo, dato che è sempre dappertutto ad ascoltare di nascosto i più grandi e superiori a lei, e mi fa scoppiare a ridere ogni volta che lo ripete, ma vedo mia madre accigliarsi e correggerla a bassa voce.

Il matrimonio si svolge in modo splendido, organizzato naturalmente dalla mia signora nonna, per mostrare al mondo quanto siamo ricchi e grandiosi. Nostro padre ha speso una fortuna per una settimana di giostre, festeggiamenti e banchetti, le fontane versano vino, arrostiscono buoi nel mercato di Smithfield e le persone fanno a brandelli il tappeto nuziale per poter avere un pezzettino della gloria dei Tudor sulle loro credenze. Questa è la mia prima occasione di vedere un matrimonio reale e studio la sposa dalla sommità del suo splendido copricapo in pizzo bianco, che chiamano mantiglia, ai tacchi delle sue scarpette ricamate.

È carina, non posso negarlo, ma perché tutti si comportano come se fosse un miracolo di bellezza? I lunghi capelli dai toni dorati e bronzei le scendono fin quasi alla vita. È delicata come un quadretto, il che mi fa sentire in imbarazzo, come se i miei piedi e le mie mani fossero troppo grandi. Sarebbe meschino e un peccato pensare male di lei per questo, ma tra me e me ammetto che per tutti sarebbe meglio se concepisse un figlio e un erede Tudor, svanisse per mesi in isolamento fino al giorno del parto e ne uscisse grassa.

Terminato il banchetto, le doppie porte all’estremità del salone si aprono per fare entrare un grande carro trainato da ballerini in verde Tudor. È un enorme castello, magnificamente decorato, con otto dame all’interno, la prima danzatrice abbigliata come una principessa spagnola, e su ogni torre c’è un giovane del coro della cappella che canta le sue lodi. È seguito da un carro addobbato come un veliero dalle svolazzanti vele in seta color pesca con otto cavalieri come equipaggio. Il veliero ormeggia accanto al castello, ma le dame si rifiutano di ballare, e così i cavalieri attaccano il castello fingendo di combattere, finché le dame gettano loro fiori di carta e infine scendono. Il castello e la nave vengono portati via e loro iniziano a danzare. Caterina d’Arroganza batte le mani e con un inchino ringrazia mio padre, il re, per l’elaborato omaggio. Io sono talmente infuriata per non avere avuto una parte in tutto questo che non riesco a sorridere. Colgo il suo sguardo su di me e sono certa che mi sta schernendo per l’onore ricevuto da mio padre.

Poi tocca ad Arturo. Lui balla con le dame di mia madre, e poi Enrico e io ci mettiamo a danzare la gagliarda, un rapido e allegro ballo simile a una giga paesana. Enrico e io siamo un’ottima coppia; nessuno di noi due perde un passo, nessuno potrebbe fare meglio di noi. A un certo punto, però, mentre volteggio, le braccia tese, ballando sul posto, e tutti gli occhi sono su di me, proprio in quel momento Enrico fa un passo di lato, si sbarazza della giacca, poi torna al mio fianco, la bianca camicia svolazzante. I nostri genitori applaudono e lui arrossisce ed è tanto bello in quel suo modo infantile che tutti lo acclamano. Io continuo a sorridere, ma sono furiosa e, quando ci teniamo le mani in una figura della danza, gli pizzico con forza il palmo.

Il fatto che mi abbia rubato la scena non mi sorprende affatto; mi aspettavo che facesse qualcosa per attirare tutti gli sguardi su di sé. Aver avuto un ruolo di secondo piano rispetto al fratello l’ha fatto impazzire per tutto il giorno. Ha scortato Caterina lungo la navata fino all’altare dove ha dovuto consegnarla, fare un passo indietro ed essere dimenticato. Ora, dopo il misurato ballo di Arturo, ha colto l’occasione per brillare. Se potessi pestargli un piede, lo farei, ma Arturo attira la mia attenzione facendomi l’occhiolino. Stiamo entrambi pensando la stessa cosa: Enrico viene sempre assecondato e tutti, tranne i nostri genitori, vedono ciò che vediamo noi, un ragazzo viziato in modo insopportabile.

Quando il ballo finisce ed Enrico e io ci inchiniamo, lancio un’occhiata ai lord scozzesi che mi stanno osservando con attenzione. Almeno loro non sono interessati a Enrico. Uno di loro, James Hamilton, è parente del re di Scozia. Sarà contento di vedere che sarò un’allegra regina; a suo cugino, re Giacomo, piace ballare e far festa e in me troverà una degna compagna. Noto che i lord si scambiano alcune parole e sono sicura che pattuiranno che il prossimo matrimonio, il mio, dovrà avvenire presto. Alle mie nozze Enrico non danzerà e Caterina dovrà nascondere i capelli sotto un cappuccio e sarò io quella che si alzerà e accoglierà la nave con le vele color pesca e tutti i ballerini.

Né a Enrico né a me è concesso di restare fino alla fine del banchetto, di scortare la principessa a letto e di recitare le preghiere sul letto nuziale. Ritengo sia sbagliato e scortese trattarci come bambini. Mia nonna ci manda nelle nostre stanze e, sebbene io lanci un’occhiata a mia madre, con la speranza che dica che Enrico deve andare a letto ma che io posso restare più a lungo, lei sta guardando da un’altra parte. Come sempre, la parola di mia nonna è legge: lei è giudice e mia madre è autorizzata soltanto ad accordare rari reali indulti.

«Avrò un matrimonio come questo», dichiara Enrico mentre saliamo le scale.

«Passeranno anni», ribatto per irritarlo. «Io invece mi sposerò molto presto.»

Entrata in camera mia mi inginocchio sul prie-dieu e, benché avessi deciso di pregare per una lunga vita e felicità di Arturo e di ricordare a Dio il suo speciale debito con i Tudor, mi rendo conto che sto pregando, affinché gli ambasciatori scozzesi suggeriscano al re di mandarmi a chiamare subito, perché desidero un banchetto di nozze grandioso come questo e un guardaroba come quello di Caterina di Arroganza e scarpe, centinaia e centinaia di paia di scarpe, lo giuro, e tutte avranno punte ricamate e stringhe dorate…

 

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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