Vi presento “La ragazza del faro” di Alessia Coppola, edito Newton Compton. Estratto

 

C’è una canzone che dal mare porta al cuore.

Parla di baci di sale, di carezze di spuma.

C’è una canzone che dal cuore porta al mare.

Parla di distanze come abissi, 
di segreti mormorati dalle onde.

E la dedico all’estate.

Alla mia terra, ai miei lettori.

Agli amori incompiuti, a quelli impossibili.

A quelli finiti, a quelli non ancora sbocciati.

A quelli eterni, a quelli ideali.

A chi amerò.

A chi mi amerà.

 

Prologo

Era arrivato dal mare.

Negli occhi aveva lo stupore dell’alba e nella testa la luce di tutte le stelle.

Non si sapeva da dove venisse, quale terra avesse calpestato o quali venti avesse assecondato.

Lei sapeva solo che era giunto dal mare. E ne portava addosso il profumo, come un vestito.

Luna e Mercurio.

Era quella la congiunzione astrale durante la quale Luna era venuta alla luce. E, per un curioso scherzo del destino, la ragazza sembrava quasi essere destinata ad avere il naso tra le stelle. Ne cercava una in particolare, una cometa, che al culmine del suo perigeo avrebbe attraversato l’isola. In realtà non c’era libro o astrologo che ne attestasse l’esistenza, eppure lei ne era convinta e trascorreva le notti ad attenderla, scrutando il cielo come l’occhio tagliente di un faro sul mare.

Si volse indietro, scoccando uno sguardo alla falce lunare che occhieggiava tra le nuvole gonfie di pioggia. Sapeva di non dover salire sulla vecchia torre in una sera come quella, ma nel suo cuore albergava l’incoscienza di un fanciullo. Era forgiata con la forza delle onde e la pazienza del tempo, e quando camminava aveva la grazia di un cigno che solca il pelo dell’acqua: sembrava galleggiare come se la terra non le appartenesse del tutto. Apparteneva infatti al mare, come le stelle alla notte. Ed era bella da incutere quasi paura, quel timore che coglieva gli uomini quando la guardavano negli occhi e credevano di cadere ai suoi piedi, come tessere di un domino.

Salì sul primo gradino ormai eroso dal vento e dalle onde; poi mise un piede sul secondo, tenendo stretto sotto il braccio il cannocchiale di fortuna che aveva costruito da sé, imitando il primo modello rudimentale di Galileo Galilei. Ne aveva trovato le istruzioni su un libro, tra gli scaffali pieni dei tanti saggi di astronomia di suo zio. Si intitolava Astronomia Praticae l’autore era un tedesco, un certo Wolfgang Schroeder. Era stato anche lui a infondere nella nipote l’amore per gli astri e per l’ignoto, forse perché entrambi vi cercavano isole immaginarie in cui fuggire. Luna amava definirsi una piccola ladra di stelle, ogni volta che il suo sguardo ne carpiva una, che come la scia di un’elica scivolava silenziosa nella notte.

Il vento iniziò ad alzarsi, spingendosi tra le cime degli alberi e i fili d’erba. Sferzava sulla sua pelle e tra i capelli neri, che si sciolsero liberati dal nastro che li teneva legati. In quell’istante ebbe l’impressione che preannunciasse qualcosa, una specie di messaggio sconosciuto che solo lei avrebbe saputo interpretare.

Si fermò qualche secondo, sospirando davanti alla luce abbagliante di un fulmine che sembrò lacerarle il cuore. Riprese poi il percorso, stando attenta a dove metteva i piedi. Sollevò lo sguardo verso gli ultimi gradini che emergevano dal buio. Un secondo fulmine rischiarò il cielo e l’isola, che tacque inglobata da un bagliore azzurrognolo.

 

Prese un profondo respiro e posizionò il cannocchiale tra le pietre sconnesse del parapetto. Non era certo la serata ideale per osservare gli astri, lo sapeva bene, ma confidava in un aiuto del fato. In realtà era lì per un motivo preciso: aveva bisogno di percepire la sua presenza.

Spostò su un lato i capelli, intrisi di umidità e salsedine, mentre accostava lo sguardo alla lente. Batté le palpebre e aguzzò la vista.

Un tuono interruppe il silenzio e accartocciò il cielo come un foglio di carta nero. La ragazza trasalì, avrebbe dovuto imbracciare lo strumento e correre via. Tuttavia sentiva una forza magnetica trattenerla lì.

Una goccia di pioggia cadde sonora sulla ghiera di rame del cannocchiale, seguita da altre.

Il vento soffiò ancora più forte, turbinando per le scale della torre, che in quell’istante sembrò viva, come uno spettro tetro dalla voce malinconica.

A un tratto una lama di luce si irradiò alle sue spalle. Si voltò e si rese conto che la lanterna del faro era stata accesa, forse per guidare le ultime barche rimaste al largo e colte di sorpresa dal temporale.

Una sventagliata di gocce le piovve sulla testa, bagnandole il vestito che le aderì addosso come una seconda pelle.

Il mare iniziò a ingrossarsi, sbattendo furiosamente contro gli scogli, tra le cui insenature si potevano vedere i piccoli granchi della costa quando era bel tempo e bassa marea.

Una voce arrochita si insinuò tra le pietre vischiose della torre: «Benedetta ragazza, non è serata per guardare le stelle!».

Una mano nodosa emerse, aggrappandosi al parapetto mangiucchiato dal vento. Il viso del custode del faro era disfatto dalla preoccupazione mentre i suoi occhi neri la guardavano.

«Ancora un momento, zio», ribatté la ragazza, mentre tornava a scrutare dalla lente.

«Mi ricordi tua madre», mormorò l’uomo, scuotendo la testa.

«Già, mia madre non temeva le tempeste».

«Tua madre era la tempesta».

Luna tacque, ripensando alla sua risolutezza, alla sua forza. Gli occhi le si inumidirono e per un istante la vista le si appannò.

Un altro tuono si scagliò furioso contro uno scoglio. La ragazza si lasciò sfuggire un urlo e l’uomo le avvolse un braccio attorno alla vita.

«Prendi il tuo cannocchiale e lascia la torre!».

«Dannazione», imprecò lei, che smontò lo strumento dalla posizione e si lasciò condurre da Ammone verso le scale.

«Fila a casa, tuo padre starà rientrando insieme agli altri», disse lui, mentre le voltava le spalle ricurve e si allontanava, diretto al faro.

Ammone viveva lì, con i suoi libri di astronomia, i ricordi e una solitudine grande come il mare e spietata come la tempesta. L’uomo del faro, lo chiamavano in paese. Non aveva altri al mondo che lei, la sua sola famiglia, la luce di quello stesso faro che lui custodiva e proteggeva.

Luna iniziò a correre verso casa. Si inzuppò da capo a piedi mentre costeggiava la scogliera, stando attenta a non cadere. Le suole delle scarpe divennero presto scivolose, rendendo incerti i suoi passi, nonostante conoscesse ogni anfratto come sé stessa. A fatica, risalì poi sulla falesia, percorrendo i gradini scavati nella roccia dagli isolani, ma la pioggia battente la rallentava. Da lì scorgeva la cima su cui era abbarbicato il piccolo villaggio dei pescatori, un gruppo di casette a schiera dai tetti in tegole di ardesia. Una sola le aveva azzurre, ed era la sua. Era visibile persino da lontano, a chi si recava in visita su quell’isolotto avvolto da un’aura di mistero: l’Isola dei Gigli di mare, una mezzaluna di sabbia ghiaiosa e scogli nel Sud del Salento. Era chiamata così perché ricoperta dal manto lattescente di quei fiori, che da lontano la facevano apparire velata dalla neve persino in estate.

La ragazza allungò lo sguardo all’orizzonte, verso le luci fioche di Sant’Andrea, il paesino vicino raggiungibile in barca attraverso uno stretto dominato da due faraglioni di roccia calcarea.

Si era lasciata alle spalle la Torre degli Amanti e il faro, ma c’era qualcosa che le suggeriva di restare lì dov’era, nonostante il temporale.
Strizzò i capelli tra le mani. Mentre si apprestava ad aprire la porta di casa, notò che era socchiusa e lasciava trapelare un ritaglio di luce che bagnava l’oscurità. Si accostò allo stipite, inclinando la testa.

«Non stare lì dietro, vieni a darmi una mano», disse una voce impastata che proveniva dall’interno.

«Arrivo, papà», rispose lei, entrando.

Si sentì subito confortata dal tepore della cucina, dal cui soffitto pendeva una lampara di latta.

Luna posò il cannocchiale su una sedia di paglia e si avvicinò all’uomo, che gocciolava come una vecchia grondaia. Indossava un paio di stivali di gomma e dei calzoni retti da due bretelle. Sfilò il giubbotto antivento e il cappello di lana ispida. Li indossava anche in estate, poiché la notte in mare aperto era fredda e pungeva sul viso. La ragazza si fermò a guardare il padre. In un istante vide un volto sfinito dai troppi affanni, dagli anni trascorsi a calare e tirare reti. E sotto quelle palpebre pesanti, due occhi consumati da tutto ciò che aveva visto sopra e sotto la superficie del mare. Aveva poco più di cinquant’anni, ma sulla pelle e nell’anima portava i segni di tante vite. Era un pescatore. Il primo odore che Luna aveva assorbito da bambina era proprio quello del mare, che l’uomo aveva portato in casa come un ospite che dalla sua infanzia non se ne era mai andato.

«Pesca buona?», chiese lei, aiutandolo a disfarsi degli indumenti zuppi, che strizzò bagnando il pavimento.

Arturo scosse la testa e sprofondò su una delle sedie attorno al tavolo di legno.

«La tempesta è prossima e non potevamo rischiare».

«Gli altri sono rientrati tutti?»

«Sì, a un certo punto non abbiamo più visto l’orizzonte. Erano quasi le dieci, quando cielo e mare sono diventati un unico velo nero che stava per soffocarci. Per fortuna Ammone ci ha mostrato la via».

«Come sempre».

«Tu, piuttosto, sei di nuovo salita su quella torre?».

Lei indietreggiò di un passo.

L’uomo sbuffò, sfiorandosi la fronte. «Continui a salirci nonostante quello che è successo. Io davvero non capisco…».

La ragazza rimase in silenzio.

«Vorrei ti liberassi della tua ossessione», proseguì lui.

«Io devo trovarla».

«Avanti, cosa farai quando troverai quella stella?».

Luna scosse la testa. «Avrò assolto a un compito».

Lui agitò la mano come se scacciasse un insetto fastidioso. «Pescare, lavorare, vivere. Questi sono compiti da assolvere, ragazza mia».

«E se invece quello fosse il mio scopo?»

«Il tuo scopo è fare in modo che non ti accada nulla».

«Non mi accadrà mai nulla», ribatté, posando un bacio sulla fronte stempiata del padre, che le trattenne una mano e se la posò sulla spalla.

«Manca anche a me», mormorò.

«Sai cosa faccio io quando mi manca?».

Lui la guardò.

«Cerco quella stella. La cerco nel cielo. E nel mare».

«Il mare è una tomba d’acqua…».

Arturo si alzò dalla sedia su cui si era seduto e, drizzando la schiena, si diresse verso la sua camera.

«Vai già a dormire?», chiese lei.

«Sì, e dovresti farlo anche tu. Le stelle non possono darti risposte, figlia mia. Né loro, né il mare».

Un nodo serrò la gola della ragazza, che credette di piangere. Trattenne le lacrime mentre vedeva la figura del padre svanire. Si avvicinò alla finestra, dalla quale si scorgeva la scogliera preda della furia delle onde. Il vento ululava e la pioggia aveva creato una fitta ragnatela d’acqua sui vetri. Una parte di lei riconosceva che suo padre aveva ragione: era proprio a causa dell’imprudenza che sua madre non c’era più. Era accaduto tutto in una sera come quella. Era salita sulla Torre degli Amanti per scrutare le stelle, incurante della tempesta. E poi… Un bagliore, una pietra sconnessa, un urlo.

Un salto nel vuoto.

Amelia era una donna bella come l’aurora e misteriosa come la notte, conosceva tante cose e amava le stelle. In paese la chiamavano “la strega del mare”, perché dispensava risposte e consigli, sapeva leggere le mappe e interpretare il linguaggio del mare. Per i suoi doni, in molti cercavano i suoi favori. Era una donna che amava leggere, capire prima di formulare giudizi. Lei e Ammone erano fratelli, gemelli. Avevano dedicato la propria vita alle stelle: l’uno aveva scelto la via più razionale, studiando l’astronomia; l’altra aveva preferito l’astrologia. Che fosse per scienza o per magia, si erano sempre reputati figli delle stelle.

Credevano che la fortuna di ogni uomo fosse scritta negli astri, ma quelle stelle non erano state benevole con loro: entrambi avevano perso qualcuno, entrambi erano prigionieri di qualcosa.

Erano rispettati, ma anche temuti per le loro conoscenze, ed erano circondati da un alone di mistero e superstizione. E quando quella notte il crollo aveva portato via Amelia trascinandola sulla scogliera, in paese c’era stato qualcuno che aveva visto in quella fine una punizione divina per la sua stranezza.

Nel preciso istante in cui le era stato detto che Amelia era morta, si era sentita sbriciolare e preda della rabbia, la stessa che aveva divorato Arturo. Quella notte lui era in paese per vendere i frutti della pesca e, quando era tornato, chiamato a gran voce dagli altri pescatori dell’isola, si era maledetto per essere stato assente. Non c’era giorno in cui non lo avesse fatto.

Luna, da allora, era sempre tornata su quella torre, come se volesse cercare risposte per ciò che era accaduto. Non ne aveva trovate e aveva imparato che non c’è mai una vera spiegazione al dolore: arriva, dilania e spezza. Ammone cercava di consolarla, ripetendole che il male è talvolta quasi necessario per comprendere il bene e che l’ombra è la strada che precede la luce.

Quella luce che la ragazza non si aspettava più, se non da quella stella che sua madre cercava e che da allora inseguiva anche lei.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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