Vi presento “La verità sul caso Harry Quebert”, autore Joel Dicker, edito Bompiani

 

La malattia degli scrittori
( Otto mesi prima dell’uscita del libro)

Negli abissi della memoria

“Il primo capitolo è fondamentale, Marcus. Se ai lettori non piace, non leggono il resto del libro. Tu come intendi cominciare il tuo?”
“Non lo so, Harry. Pensi che un giorno ci riuscirò?”
“A fare cosa?”
“A scrivere un libro.”
“Ne sono certo.”

All’inizio del 2008, all’incirca un anno e mezzo dopo essere diventato, grazie al mio primo romanzo, il nuovo beniamino delle lettere americane, fui colpito da un terribile blocco dello scrittore, una sindrome che sembra piuttosto diffusa tra gli autori baciati da un successo istantaneo e clamoroso. La malattia non era arrivata di colpo: si era insinuata dentro di me lentamente. Era come se il mio cervello, una volta infettato, si fosse bloccato un pò per volta. Difronte ai primi sintomi avevo fatto finta di niente: mi ero detto che l’ispirazione sarebbe tornata l’indomani, o il giorno dopo, o forse il successivo. Ma i giorni, le settimane e i mesi erano passati  e l’ispirazione non era mai tornata.
La mia discesa in quegli inferi si era sviluppata in tre fasi. La prima, indispensabile per una splendida caduta vertiginosa, era stata l’ascesa folgorante: il mio primo romanzo aveva venduto due milioni di copie, catapultandomi, a soli ventotto anni, nell’Olimpo degli scrittori di successo. Era l’autunno del 2006 e nel volgere di qualche settimana il mio nome diventò il nome : la mia immagine spuntava dappertutto, in televisione, sui giornali, sulle copertine delle riviste. Il mio viso compariva su enormi cartelloni pubblicitari nelle stazioni della metropolitana. I critici piu’ severi dei grandi quotidiani della East Coast erano tutti d’accordo: il giovane Marcus Goldman sarebbe diventato un grandissimo scrittore.
Un libro, uno solo, e già vedevo aprirsi davanti a me le porte di una nuova vita: quella delle giovani star milionarie. Lasciai la casa dei miei, a Montclair, nel New Jersey, per trasferirmi in un lussuoso appartamento del Village; abbandonai la mia ford di terza mano per una Range Rover nuova fiammante, nera e con vetri fumè; cominciai a frequentare i ristoranti piu’ ricercati, mi affidai ai servizi di un agente letterario che organizzava il mo tempo – e veniva a guardare le partite di baseball sullo schermo gigante del mio  nuovo appartamento. Affittai uno studio s due passi da Central Park, in cui una segretaria di nome Denise, che forse si era invaghita di me, sbrigava la mia corrispondenza, preparava il mio caffè e archiviava i miei documenti importanti.
Nei primi sei mesi dopo l’uscita del libro mi ero limitato  ad approfittare degli agi della mia nuova esistenza. Ogni mattina passavo in studio per leggere gli eventuali articoli che mi riguardassero e per dare un’occhiata alle decine di lettere di ammiratori che ricevevo quotidianamente e che Denise provvedeva ad archiviare in voluminosi schedari. Poi, soddisfatto di me stesso e giudicando di aver lavorato abbastanza, me ne andavo a zonzo per le strade di Manhattan, dove i passanti sussurravano tra di loro al mio passaggio. Dedicavo il resto delle mie giornate ad approfittare dei nuovi diritti che mi offriva la celebrità: il diritto di comprare qualunque cosa mi andasse; il diritto di ottenere posti Vip al Madison Square Garden per assistere alla partite dei Rangers; il diritto di sfilare sui red carpets insieme alle star della musica di cui, da ragazzo, avevo comprato tutti i dischi; e il diritto di uscire con Lydia Gloor, la protagonista della serie TV del momento, che tutti si contendevano. Ero uno scrittore famoso; avevo l’impressione di fare il mestiere piu’ bello del mondo. E, convinto che il mio successo sarebbe durato per sempre, avevo ignorato i  primi avvertimenti del mio agente e del mio editore, che mi sollecitavano a rimettermi a lavorare e a cominciare a scrivere il mio secondo romanzo.
Fu durante i successivi sei mesi che mi resi conto che il vento stava girando: le lettere degli ammiratori si erano diradate e per strada non venivo piu’ abbordato così spesso. Ben presto, i passanti che ancora mi riconoscevano cominciarono a chiedermi: ” Signor Goldman, di cosa parlerà il suo prossimo libro?E quando uscirà?” A quel punto avevo capito che dovevo provarci, e ci avevo provato: avevo buttato giu’ qualche idea su dei fogli volanti e abbozzato una sinossi sul mio computer. Niente di buono. Allora mi ero spremuto per partorire qualche altra idea e avevo abbozzato un altro paio di trame. Ma anche in quel caso, senza risultati apprezzabili. Alla fine avevo comprato un nuovo computer, nella speranza che fosse corredato di nuove idee e di eccellenti sinossi. Tutto invano. Allora avevo provato a cambiare metodo: requisivo Denise fino a tarda notte per dettarle quelle che mi sembravano frasi fantastiche, parole splendide e incipit eccezzionali. Ma l’indomani tutte quelle parole mi suonavano insulse, le frasi sgangherate e gli incipit disastrosi. Stavo entrando nella seconda fase della malattia.
Nell’autunno del 2007 era passato ormai un anno dall’uscita del mio primo libro e non avevo ancora scritto neanche una riga del secondo. Quando non ci fu piu’ nessuna lettera da archiviare, nessun avventore che mi riconoscesse in un locale pubblico, e nessun manifesto con la mia faccia nelle grandi librerie di Broadway, mi resi conto che la gloria era effimera. Era un gorgone affamata, e coloro che non la nutrivano si vedevano rapidamente rimpiazzati, come stava succedendo a me: l’uomo politico del momento, la starletta dell’ultimo reality, il gruppo rock che aveva appena sfondato avevano deviato su di sè la mia parte di visibilità. Eppure dal mio libro erano trascorsi solo dodici piccoli mesi: un lasso di tempo ridicolmente breve ai miei occhi, ma che, nella scala del successo, corrispondeva a un’eternità. In quello stesso anno, solo negli USA, era nato un milione di bambini, era morto un milione di persone, mezzo milione era sprofondato nella droga, un milione era diventato milionario, diciassette milioni avevano cambiato cellulare, cinquanta mila erano deceduti in incidenti d’auto e, nelle stesse circostanze, due milioni erano rimasti feriti in maniera piu’ o meno grave. Quanto a me, ero rimasto al mio primo libro…

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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