Vi presento “Madonna col cappotto di pelliccia”,autore Sabahattin Alì, Fazi Editore

Tra le persone che mi è capitato di incontrare nel corso della mia esistenza, ce n’è una che mi ha segnato più di ogni altra. Sono trascorsi mesi dagli eventi che mi accingo a raccontarvi, ma non riesco ancora a riprendermi. Appena resto da solo, rivedo il viso onesto di Raif Effendi e quel suo sguardo un po’ assente, ma sempre pronto a salutare con un sorriso chiunque incrociasse sul suo cammino. Eppure Raif Effendi non era una persona fuori del comune. Era un uomo mediocre, senza tratti distintivi – non era diverso dalle centinaia di tizi che incrociamo nel corso della giornata, ma che non notiamo nemmeno. Non c’era niente nella sua vita – sia pubblica, che privata – che suscitasse interesse. Era, in pratica, il tipo d’uomo che ci induce a chiederci: «Ma che campa a fare? Cosa ci trova in questa vita? Quale logica lo costringe a continuare a respirare? Quale sapienza lo sospinge passo dopo passo su questa terra?». Ma queste domande restano senza una risposta se non siamo capaci di guardare al di là delle apparenze – se ci dimentichiamo che dietro la facciata di ogni individuo c’è un altro mondo interiore, dove la mente è condannata a funzionare, volente o nolente. È facile concludere che la persona che ci sta di fronte ne è priva solo perché non lo lascia trasparire. Ma se almeno ci lasciassimo incuriosire da questo universo misterioso, allora sì potremmo imbatterci in tesori che mai ci aspetteremmo di rinvenire. Detto questo, per qualche motivo sconosciuto quasi mai cerchiamo qualcosa che non ci aspettiamo di trovare. Ci sono eroi pronti a entrare in una caverna dove vive un drago leggendario, ma le persone che hanno l’ardire di calarsi in un pozzo dove non si sa cosa li aspetti sono davvero rare. Certamente questo non è il mio caso: se ho conosciuto Raif Effendi è stata una pura e semplice casualità.

Dopo aver perso il mio lavoro di piccolo impiegato in una banca – ancora adesso non ne conosco la causa: a me dissero che era per risparmiare, ma la settimana successiva presero un altro al mio posto – cercai per lungo tempo lavoro ad Ankara. Quei pochi risparmi che avevo mi permisero di tirare avanti fino alla fine dell’estate, ma sapevo che con l’arrivo dell’inverno sarei stato costretto a smetterla di dormire sui divani in casa di amici. Il mio carnet per il ristorante sarebbe finito nel giro di una settimana e non potevo certo permettermi di rinnovarlo. A ogni colloquio di lavoro che andava male, rimanevo deluso anche quando sapevo sin dall’inizio che le mie possibilità sarebbero state praticamente nulle. All’insaputa dei miei amici facevo domanda per lavorare come commesso nei negozi; respinto da tutti, camminavo fino a tarda notte in preda alla disperazione. Di tanto in tanto un conoscente mi invitava a cena, ma nemmeno davanti a una tavola imbandita con cibo e alcolici riuscivo a togliermi dalla testa il pensiero della mia vita misera. Ed era proprio questa la cosa più strana: più la mia situazione precipitava e si faceva pungente in me la consapevolezza di potermi ritrovare impossibilitato dall’oggi al domani a provvedere persino ai miei bisogni più elementari, più cresceva in me la vergogna e la riluttanza nel chiedere aiuto. Quando per strada incontravo certi conoscenti – vecchi amici che in passato si erano dimostrati più che disponibili a suggerirmi dove poter trovare un impiego –, chinavo il capo e affrettavo il passo. Ero cambiato anche nei confronti degli amici a cui in passato avevo chiesto un pasto caldo o un prestito con una certa disinvoltura. Quando mi chiedevano: «Come sei messo?», sfoggiavo un sorriso maldestro e rispondevo: «Non c’è male… Faccio dei lavoretti saltuari, qua e là». E con questa risposta me la filavo. Più avevo bisogno di amici e conoscenti, più sentivo bisogno di rifuggirli. Una sera camminavo a passi lenti lungo la strada deserta che dalla stazione portava alla Sergievi, l’allora Teatro dell’Opera della città, respirando a pieni polmoni la deliziosa aria dell’autunno di Ankara nella speranza di ritrovare l’ottimismo. Riverberando sulle finestre della Casa del Popolo, il sole creava delle chiazze del colore del sangue su quell’edificio in marmo bianco; sopra i giovani pini e gli alberi di acacia incombeva una nuvola di fumo che poteva essere anche vapore o polvere, mentre degli operai di ritorno dai cantieri avanzavano silenziosi e un po’ ingobbiti nei loro indumenti laceri. Infine l’asfalto a tratti recava i segni degli pneumatici. Tutto in quella scena sembrava perfetto così com’era. Il mondo era bello e ogni cosa era al posto giusto. In quel momento non c’era altro che potessi fare. Proprio allora una macchina mi sfrecciò accanto. Mi voltai a guardare e mi parve di riconoscere il volto dietro il finestrino. La vettura si fermò poco più avanti e lo sportello si aprì. Era Hamdi, un mio vecchio compagno di scuola, e mi chiamava, allungando la testa fuori dallo sportello.

Mi avvicinai.

«Dove vai?», domandò.

«Da nessuna parte. Sono uscito per fare due passi!».

«Sali, allora. Andiamo a casa mia!».

Senza attendere la mia risposta, mi fece posto nel sedile accanto al suo. Durante il tragitto mi raccontò che era di ritorno da un giro degli stabilimenti dell’azienda per cui lavorava.

«Ho mandato un telegramma a casa per avvertirli del mio arrivo. Sicuramente hanno preparato qualcosa. Altrimenti non avrei osato invitarti!», disse.

Sorrisi.

Un tempo Hamdi e io ci frequentavamo regolarmente, ma da quando avevo perso il posto non l’avevo più visto. Sapevo che se la passava bene come direttore di un’azienda che commerciava macchinari industriali, ma era attiva anche nel settore del legname proveniente da formazioni boschive.

Proprio per questo non lo avevo cercato dopo che avevo perso il lavoro: temevo che avrebbe pensato che mi ero rivolto a lui per chiedergli un prestito, anziché un impiego.

«Sei sempre in banca?», mi chiese.

«No», dissi. «Mi sono licenziato!».

Sembrava sorpreso. «E adesso dove lavori?».

Malvolentieri risposi: «Sono disoccupato!».

Mi squadrò dalla testa ai piedi, prestando attenzione al mio abbigliamento e poi, come per dirmi che non si era pentito di avermi invitato a casa sua, mi diede una pacca sulla spalla sorridendo amichevolmente.

«Non prendertela, ne parliamo stasera e vediamo come fare!».

Sembrava così appagato, così sicuro di sé. Ormai poteva permettersi anche il lusso di aiutare gli amici. Come lo invidiai!

La sua casa era piccola, ma graziosa; sua moglie era un po’ sciatta, eppure molto amabile. Si baciarono davanti a me senza il minimo imbarazzo.

Hamdi mi lasciò da solo, giusto il tempo di farsi una doccia.

Non mi aveva presentato formalmente alla moglie, perciò rimasi lì in salotto, incerto sul da farsi. Nel frattempo sua moglie indugiò sulla porta, scrutandomi furtivamente. Sembrava sovrappensiero. Forse le venne in mente di dirmi: «Prego, si accomodi!», ma poi cambiò idea e si allontanò.

Mi domandai perché Hamdi mi avesse piantato lì a quel modo, poiché l’avevo sempre considerato una persona puntigliosa – anche troppo talvolta –, convinto com’era che l’attenzione per i particolari fosse uno degli ingredienti del successo della sua vita.

Forse era una prassi piuttosto frequente tra coloro che ottenevano una certa posizione sociale essere deliberatamente sbadati alla presenza di vecchi amici (meno fortunati). Usare improvvisamente un tono umile e fraterno con amici con cui avevano sempre mantenuto le dovute distanze, sentirsi in diritto di interromperli e con domande senza senso, e fare tutto questo con grande naturalezza, spesso accompagnata da un sorriso carico di affetto e compassione… Negli ultimi giorni ne avevo passate così tante, che non mi ero affatto arrabbiato o offeso, con Hamdi. Tutto quello che volevo era alzarmi e andarmene senza avvisare in modo da mettere fine a quella situazione imbarazzante. Ma proprio in quel momento un’anziana donna di campagna – il grembiule bianco, il fazzoletto in testa e le calze nere rattoppate – mi servì il caffè sommessa. A quel punto mi accomodai su una delle poltrone – quella blu notte con la passamaneria argentata – e mi guardai intorno. Le pareti erano decorate con foto di famiglia e di stelle del cinema, mentre su una mensola in un angolo, evidentemente riservata alla moglie, c’erano delle riviste di moda e alcuni romanzi in edizione economica. Accatastati sotto un tavolino basso – di quelli bassi per fumare una sigaretta – c’erano degli album, evidentemente rovinati dalle pedate degli ospiti. Non sapendo cosa fare ne presi uno, ma prima che potessi aprirlo, Hamdi comparve sulla porta.

Si stava pettinando i capelli bagnati con una mano, mentre con l’altra si abbottonava la camicia con il colletto alla francese. «E allora? Come stai? Aggiornami…», disse.

«Non c’è molto da dire, a parte quello che già sai!».

Sembrava compiaciuto di avermi incontrato. Forse perché gli dava la possibilità di mettere in bella mostra la posizione che aveva raggiunto oppure perché, quando mi guardava, era felice di non essere come me. Quando capita una disgrazia a persone con cui in passato abbiamo avuto una frequentazione, per qualche ragione sconosciuta proviamo un senso di sollievo quasi come se credessimo di essere stati risparmiati e arriviamo a convincere noi stessi che questi poveretti stiano soffrendo al nostro posto. Ci dimostriamo interessati e compassionevoli. Questo era più o meno quello che provava Hamdi quando mi chiese: «Continui sempre a scrivere?».

«Ogni tanto… Qualche poesia, racconti…».

«Ma almeno ci guadagni qualcosa?».

Sorrisi un’altra volta.

«Lascia perdere queste cose, amico mio!», continuò Hamdi e mi parlò di come, per avere successo, dovessi cominciare a essere pratico e di come certe questioni futili quali la letteratura, una volta finita la scuola, non facessero altro che risultare dannose. Lungi dal pensare che potessi rispondergli o avere qualcosa da ridire, mi parlava come se stesse ammonendo un bambino piccolo e con il suo atteggiamento non esitava a mettere in chiaro che era stato il successo a dargli quel coraggio. Quanto a me, me ne stavo lì a osservarlo con ammirazione, nascosto dietro a un sorriso che sentivo essere profondamente idiota e utile solo a infondergli ancora più coraggio. «Vieni a trovarmi domani mattina», disse. «Vediamo se posso fare qualcosa per te…Sei un ragazzo intelligente, lo so. Non eri un gran lavoratore, ma questo non ha importanza. Le ristrettezze della vita insegnano a un uomo molte cose… Non dimenticartene… Vieni presto. Ti aspetto!».

Mentre diceva queste cose sembrava aver completamente dimenticato di essere stato uno degli studenti più svogliati della classe. Oppure parlava con tanto ardire solo perché era sicuro che tanto non glielo avrei rinfacciato.

Quando fece per alzarsi dalla sedia, mi alzai in piedi anch’io e gli porsi la mano:

«Con il tuo permesso…», dissi.

«Perché così presto, amico mio … Ma vedi tu…».

Solo in quel momento mi ricordai che mi aveva invitato a cena. Ma lui sembrava averlo completamente rimosso dalla sua mente. Arrivai alla porta d’ingresso e mentre prendevo il mio cappello dissi: «I miei omaggi alla signora!».

«Lo farò, senz’altro. Non dimenticarti di venire da me domani! Non dispiacerti, amico mio!», disse accarezzandomi le spalle.

La notte era calata, quando uscii fuori. I lampioni erano accesi. Feci un respiro profondo. L’aria era un po’ polverosa, ma a me sembrò tersa e rinfrescante. Mi incamminai a passi lenti lungo la strada di casa.

La mattina seguente, verso l’ora di pranzo andai in azienda da Hamdi, anche se, a dire il vero, quando ero uscito di casa sua la sera prima non avevo la minima intenzione di farlo. Non mi aveva, dopotutto, fatto una promessa esplicita. Mi aveva liquidato con le solite frasi di cortesia del tipo «Vediamo se posso fare qualcosa, ci penso…». Le stesse che mi sentivo ripetere puntualmente ogni volta che chiedevo aiuto a qualcuno. Tuttavia, ci andai. Più che la speranza, a condurmi lì fu un bruciante desiderio di subire un affronto. Era come se volessi dire a me stesso: «Ieri sera l’hai ascoltato senza aprire bocca e hai lasciato che si atteggiasse a benefattore? Bene, ora devi andare fino in fondo. Te lo meriti!».

Il tuttofare mi condusse in una piccola sala d’attesa. Quando mi accompagnarono nell’ufficio di Hamdi, mi resi conto che sul mio viso c’era lo stesso sorriso idiota della sera prima e mi odiai ancora di più.

Hamdi era alle prese con una montagna di carte sulla sua scrivania e una sfilza di impiegati che entravano e uscivano dalla sua stanza. Mi indicò una sedia con un cenno del capo, mentre continuava a occuparsi del suo lavoro, e io, non avendo il coraggio di stringergli la mano, andai a sedermi. Mi sentivo confuso come se di fronte a me ci fosse un mio superiore o un benefattore e pensavo seriamente di meritarmi un simile trattamento, visto com’ero caduto in basso.

Che abisso enorme si era creato tra il mio ex compagno di classe e me da quando mi aveva invitato a salire sulla sua auto, poco più di dodici ore prima! Com’erano assurde le ragioni che regolavano le relazioni interpersonali; erano così futili, superficiali e, soprattutto, così poco legate alla vera natura dell’uomo…

Né Hamdi né io eravamo cambiati dalla sera prima. Eravamo quelli di sempre. Eppure la scoperta reciproca di alcune cose – mi riferisco a certi dettagli trascurabili – ci avevano messo su due strade diverse… La cosa più strana era che entrambi accettavamo questo cambiamento nel nostro rapporto. Lo trovavamo persino naturale. Non ero risentito né con Hamdi, né con me stesso. Mi irritava solo il fatto di essere lì. «Ti ho trovato un lavoro!», mi disse il mio amico a testa alta, quando restammo da soli in ufficio. Poi, guardandomi dritto negli occhi con quella sua espressione coraggiosa ed eloquente, aggiunse: «O, meglio, mi sono inventato un lavoro. Non sarà faticoso. Dovrai tenere i rapporti con diverse banche e, soprattutto, con la nostra… 

 

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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